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Le donne magistrato non fanno più paura

10 marzo 2000

Il Messaggero, 10 marzo 2000

L’altro ieri, festa della donna, molti quotidiani hanno pubblicato articoli sulla condizione femminile in Italia ed in altri Paesi.  Drammatiche le testimonianze su alcuni Paesi (come quella di Kofi Annan su Il Messaggero).  Discordanti quelle relative all’Italia: da quelle i cui ci si compiace per l’ormai raggiunta parità tra donna e uomo a quelle in cui si ricordano le difficoltà che ancora oggi le donne incontrano nel mondo del lavoro.  Personalmente ritengo che vi sia ancora parecchia strada da percorrere per raggiungere quella parità.  Ciò che comunque contraddistingue l’attuale dibattito, e fa ben sperare per il futuro, è che nessuno nel nostro Paese si permetta più di teorizzare, almeno apertamente, sulla presunta superiorità dell’uomo.  Di qui anche la tendenza a rappresentare la situazione “retrograda” di altri paesi con un misto di meraviglia, incredulità e sdegno per i pregiudizi antifemministi che altrove prevalgono.  Per questo, a mio avviso, vale la pena di ricordare quanto radicati, spudoratamente espliciti e –se visti con gli occhi di oggi- assolutamente ridicoli fossero anche da noi i pregiudizi nei confronti delle donne non molti anni orsono.  Farò l’esempio delle donne in magistratura perché è questo è il settore del pubblico impiego e delle professioni in cui l’ingresso delle donne è stato più a lungo contrastato:  le prime donne entrarono in magistratura solo nel 1965, ben 17 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione che pur sancisce all’art. 51 l’eguale accesso ai pubblici uffici per uomini e donne.  Numerosi furono nel frattempo gli scritti in cui si rendevano esplicite le “ragioni” dell’esclusione.  E’ interessante citarne alcuni per comprendere il clima culturale di quell’epoca. 

In un articolo a firma “Prof. Avv. Orfeo Cecchi, dell’Università di Milano” apparso nell’agosto 1948,  si legge, tra l’altro: “…alla donna che si discosta dalle soavi funzioni dell’amore e della maternità abbiamo il sacrosanto dovere di dire tutta la verità senza stupidi riguardi e senza goffe o masochistiche ipocrisie.  La donna è a uno stadio intermedio tra il bambino e l’uomo, come si rileva anche dalla fisionomia, dalla mancanza di peli sul viso, dal tono della voce, dalla debolezza organica e dalla psicologia a base istintiva, sentimentale e spesso capricciosa….Ha, soprattutto quando è giovane, scarsissimi scrupoli e freni morali.  Ha spiccatissime attitudini per l’intrigo, per la simulazione, per il mendacio e per lo spionaggio…E’ tremenda nell’odio e nella vendetta. E tutto giudica dal lato sessuale….Orbene, è a un essere simile, dominato e sopraffatto della simpatia o antipatia sessuale, che si vuole affidare….anche le difficilissime e delicate funzioni di magistrato?”. 

Tralascio ulteriori citazioni da questo ed altri scritti che apparvero in quegli anni in cui si segnalano le disastrose conseguenze che avrebbero potuto derivare da giudizi emessi dalle donne giudice nel periodo mestruale o in caso di parti prematuri nel corso dell’udienza.

Negli anni immediatamente successivi ai lavori della costituente il problema della donna in magistratura non attrasse più l’attenzione dei detrattori.  Riemerse intorno al 1956 poiché una legge di quell’anno consentì una presenza minoritaria di donne, in qualità di giurati, nei collegi giudicanti delle Corti di assise.  Un accorato appello contro l’ammissione della donna alle funzioni giudiziarie appare subito

in un libro del 1957, edito da Giuffreè, del Prof. Eutimio Ranelletti, che reca il titolo: “La donna-giudice, ovverosia la Grazia contro la Giustizia”.  Tra le moltissime cause che –secondo l’autore- si oppongono all’impiego delle donne in una funzione, quella giudiziaria che richiede “intelligenza, serenità, equilibrio” vi è il fatto che in generale la donna “..è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica…e quindi inadatta a valutare obiettivamente, serenamente, saggiamente , nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti”  La sua inferiorità rispetto all’uomo era a suo dire ben conosciuta dai professori universitari in quanto “la donna studentessa della Facoltà di Giurisprudenza ripete quasi sempre a memoria, incapace di penetrare l’essenza della norma, o dell’istituto giuridico su cui è interrogata”.  Ci si può domandare se questi giudizi sulla donna –e molti altri che qui non riportiamo- fossero frutto di isolata bizzarria, che non destarono reazioni indignate solo perchè ritenuti espressione di voci isolate e devianti, oppure se invece non esprimessero, in forma più radicale ed estrema, orientamenti e pregiudizi che erano invece nella sostanza largamente diffusi e condivisi, quantomeno nell’ambiente dei giuristi e degli operatori del diritto.  La seconda ipotesi è più realistica, anche se ci si limita a considerare gli orientamenti che tra il 1946 ed il 1963 si manifestano, per così dire, sia al livello legislativo che giurisprudenziale. 

Nel corso dei lavori della Costituente, infatti, l’ipotesi dell’ingresso della donna in magistratura fu esplicitamente preso in considerazione, ma venne respinta.  Non raccolse consensi neppure una proposta di Piero Calamandrei, del dicembre 1946, che si limitava a prevedere in Costituzione che l’accesso della donna alla carriera di magistrato avrebbe potuto essere consentita successivamente dalla legge sull’Ordinamento giudiziario.  Persino un liberale come l’On. Bozzi, assente dalla seduta in cui era stata bocciata la proposta di Calamandrei, alla successiva riunione del’11 gennaio l947 volle che fosse messo a verbale che se fosse stato presente avrebbe anche lui votato contro l’ammissione della donna in magistratura.  Tracce molto visibili dei pregiudizi nei confronti delle donne e dell’avversione al loro ingresso nel settore giudiziario appaiono inoltre, nel corso degli anni ’50, nelle motivazioni delle sentenze dei nostri massimi organi giurisdizionali, e cioè della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato e della stessa Corte Costituzionale. 

Da allora la situazione è certamente molto cambiata.  Tra i vincitori dei concorsi in magistratura le donne sono spesso più numerose degli uomini e non sono certamente seconde nelle votazioni che ottengono.  Sembra inoltre che i loro comportamenti siano di regola più consoni all’esercizio delle funzioni giudiziarie di quelli degli uomini dato che il numero dei procedimenti disciplinari nei confronti delle donne sono percentualmente di gran lunga inferiori a quelli che riguardano i magistrati uomo.  Ciononostante le donne sono di fatto sottorappresentate nell’ambito dei maggiori incarichi direttivi.  Ciò non sembra essere dovuto a pratiche discriminatorie da parte del CSM e quindi le ragioni vanno ricercate altrove.  Ciò che risulta evidente, tuttavia, è che nonostante la piena parità in questo settore non è ancora stata raggiunta. 

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