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Archivio per maggio 2000

L’assoluzione in appello accomuna Berlusconi a migliaia di cittadini

13 maggio 2000 beppe Nessun commento

Il Messaggero, 13 maggio 2000

Dopo l’ultima assoluzione di Silvio Berlusconi in sede di appello, sui vari giornali sono apparsi commenti che lasciano sconcertati per la loro superficialità e per la tendenziosa rappresentazione dei fatti. Non vi è poi nessuno che si interroghi seriamente su un fenomeno inquietante e di tutta evidenza, e cioè sul perché tante sentenze di condanna emesse in primo grado vengono riformate in appello (solo per Berlusconi si tratta della quarta assoluzione in tale sede). Ma andiamo per ordine.

Il giorno dopo la sentenza il Corriere della Sera ha pubblicato in seconda pagina un articolo in cui viene intervistato l’avvocato Pecorella, deputato di Forza Italia.  Da questo articolo-intervista -che faccio fatica a immaginare come frutto del reale pensiero dell’avv. Pecorella- emerge una tesi alquanto singolare.     Non sarebbero state sufficienti a determinare l’assoluzione le buone ragioni di Berlusconi, né la perizia professionale dei suoi celebri e qualificatissimi avvocati (i professori Giuseppe De Luca ed Ennio Amodio).  Determinante sarebbe stata la strategia processuale imposta allo stesso Berlusconi ed ai suoi avvocati difensori dall’avv. Pecorella (che però non si attribuisce da solo la gloria di tale meritoria impresa ma associa ad essa anche il Senatore Pera).  Una strategia che avrebbe sostituito “alla diarchia Amodio-De Luca (protagonisti fino ad allora di polemiche durissime con il pool di Milano)”, una strategia più morbida ed il ritorno alla “fisiologica normalità della dialettica processuale tra accusa e difesa”.  Un ritorno alla normalità che sarebbe stato propiziato da un colloquio avvenuto  il 27 giugno 1999 tra alcuni pubblici ministeri del pool milanese e Berlusconi (che però anche in questa occasione era stato assistito dai Professori De Luca ed Amodio).  Tale strategia avrebbe prodotto  appieno la sua efficacia un anno dopo con l’assoluzione di Berlusconi da parte dei giudici di appello.  Una efficacia che, secondo quanto il Corriere fa dire all’avv. Pecorella, sembra avere carattere permanente e definitivo:  “..da oggi, dopo questa sentenza, quel che resta dei processi di Berlusconi non potrà che avere un solo esito.  Assoluzioni” (auguro a   Berlusconi che sia così, se fossi in lui però non solo mi terrei ben stretti gli avvocati difensori che ha avuto sinora, ma farei anche qualche scongiuro).

A smentire la tesi attribuita dal Corriere della Sera all’avv. Pecorella sono poi intervenuti sia lo stesso Berlusconi che i due più titolati rappresentanti del pool milanese, Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio.  Berlusconi lo ha fatto con una lettera al Corriere –relegata a pag.41- in cui esclude che l’azione dei suoi avvocati sia stata influenzata da interventi correttivi suggeriti da altri.  Dal canto loro D’Ambrosio su L’Unità e Borrelli sul Corriere della Sera non sembrano essere rimasti particolarmente commossi dalla disponibilità mostrata l’anno scorso da Berlusconi nell’incontrare alcuni PM del pool milanese e indicano  chiaramente di essere poco disposti ad accettare l’idea di un Berlusconi innocente.   Qualche riflessione merita in particolare l’intervista di D’Ambrosio su L’Unità.  In primo luogo perché -pur non avendo letto le motivazioni della sentenza- sembra insinuare pesanti dubbi sulla correttezza dei giudici di appello:  “Direi che la sentenza della Corte d’Appello è abbastanza contraddittoria .  Berlusconi è stato assolto per l’unica vicenda che non poteva essere prescritta…..” (se a dire queste cose fosse stato un comune mortale si sarebbe trattato di delegittimazione della magistratura).  In secondo luogo perché D’Ambrosio afferma che per le altre accuse si “..è arrivati alla soglia della prescrizione  grazie anche all’atteggiamento ostruzionistico della difesa”.   Non quindi per la cronica inefficienza della nostra magistratura ma  per l’atteggiamento ostruzionistico della difesa.  Da quello che ne so non è così.  Nel corso delle 107 udienze in cui si è snodato il processo mai una volta la difesa ha chiesto un rinvio. E ben avrebbe potuto farlo se il suo obiettivo fosse stato quello di  ottenere prescrizioni, visto che Berlusconi è un parlamentare e che la concomitanza delle udienze con i lavori parlamentari viene di regola considerata motivo di rinvio (è una strategia di cui altri parlamentari imputati hanno fatto ampio uso).  E allora dott. D’Ambrosio in che cosa sarebbe consistita la tattica ostruzionistica della difesa?

Vengo da ultimo a segnalare quella che a mio avviso è una spiegazione più convincente, e anche più preoccupante, di quella offerta dall’Avv. Pecorella al Corriere sul perché Silvio Berlusconi sia stato condannato in primo grado e poi assolto in appello. E’ un fenomeno che accomuna Berlusconi a molte migliaia di altri cittadini meno noti.  La riforma in appello delle sentenze di primo grado è infatti un fenomeno diffusissimo: il 53% del totale (107.918 su 203.906) secondo le statistiche del Ministero della  Giustizia relative al monitoraggio del processo penale tra il 1989 ed il 1997.  La stragrande maggioranza riguarda assoluzioni o attenuazioni della condanna.  Come mai tante condanne in primo grado vengono riformate in appello? E’ un interrogativo altamente inquietante perchè laddove le ragioni del cittadino innocente fossero riconosciute sin dall’inizio i danni irreparabili che il processo penale provoca comunque sulla sua vita sociale, politica, economica   si potrebbero in gran parte evitare.  Le ragioni del fenomeno sono certamente molte, ma è altrettanto certo che sulla maggiore propensione del giudice di primo grado a rinviare a giudizio prima e a condannare poi pesano in modo significativo la sua stretta vicinanza (anche nel luogo di lavoro)  al suo collega del pubblico ministero che ha condotto le indagini nonché le aspettative di questi a ottenere dal suo collega giudice il riconoscimento delle proprie capacità investigative e delle sue proprie convinzioni colpevoliste.  E’ un fenomeno che si attenua fortemente in sede di appello tanto che tra gli operatori del diritto è ormai diffusissima la convinzione che solo in questa sede si possa far conto su un giudice terzo ed imparziale.  

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Incarichi ai magistrati: un disegno di legge va contro il referendum

12 maggio 2000 beppe Nessun commento

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Magistrati in politica: solo in Italia è una cosa normale

7 maggio 2000 beppe Nessun commento

Il Messaggero, 7 maggio 2000

Elevatissima è la confusione tra magistratura e classe politica in Italia. Non ha eguali in nessuno degli altri paesi a consolidata tradizione demo-liberale. Iniziative, anche recentissime, del governo di centro-sinistra intendono dare piena legittimazione a quella confusione e favorirne  l’ulteriore sviluppo. Vediamo brevemente di che si tratta.

Gli aspetti più visibili della confusione  tra magistratura e classe politica sono quelli  dei molti magistrati che, in numero crescente soprattutto a partire dagli anni ’70, partecipano attivamente alle campagne elettorali dei vari partiti e vengono eletti nelle loro liste a tutti i livelli della rappresentanza politica: al Parlamento italiano ed a quello europeo, nei consigli regionali, provinciali e comunali. Nelle elezioni del 1996 per il Parlamento attualmente in carica sono stati eletti 27 giudici e pubblici ministeri in rappresentanza di vari partiti (ma ben 50 erano candidati). Due magistrati sono stati eletti l’anno scorso al Parlamento Europeo. Negli ultimi 10 anni abbiamo avuto due presidenti di regione magistrati (Sardegna e Marche), ed un terzo è stato di recente sconfitto alle elezioni per la regione Puglia. Abbiamo avuto magistrati ministri, magistrati sottosegretari, magistrati assessori regionali e comunali, magistrati sindaci di città piccole e grandi (come ad esempio Perugia e Genova). Abbiamo avuto persino un magistrato segretario nazionale di un partito politico, quello Social-Democratico (si tratta di Enrico Ferri, già presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati).

Negli altri Paesi democratici queste confusioni o non possono avvenire (ad esempio negli Stati Uniti) oppure assumono dimensioni assolutamente trascurabili. A buona ragione verrebbero considerate in contrasto insanabile con l’esigenza di tutelare l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici. Per rendersene conto basta domandarsi: cosa può spingere i partiti politici ad offrire posizioni di grande prestigio e di elevata retribuzione ai magistrati? L’acquisizione di cariche  elettive, di governo, o addirittura di partito è di regola il risultato di una prolungata militanza politica e comunque implica il riconoscimento da parte dei singoli partiti che le persone prescelte abbiano mostrato nel loro concreto operare comportamenti di fattivo appoggio agli orientamenti politici del partito, oppure anche di efficace contrasto agli interessi dei partiti avversi. E’ possibile immaginare che questa “regola” non valga per i magistrati e che non si riferisca anche alla loro pregressa attività giudiziaria? Nell’apprendere quanto sia da noi diffusa la confusione tra magistratura  classe politica, studiosi, magistrati e politici di altri Paesi democratici mostrano sempre molta meraviglia. Meraviglia ancora maggiore mostrano nell’apprendere alcuni particolari aspetti di tale confusione. In particolare due.

Il primo. Riesce loro difficile comprendere che i magistrati parlamentari, ministri, sottosegretari, presidenti di regione, sindaci, ecc. non solo rimangono negli organici della magistratura ma che nel frattempo continuano anche a fare regolarmente la loro carriera giudiziaria. Che cioè nel mentre  svolgono funzioni di rappresentanza partitica nelle varie istituzioni il Consiglio Superiore della Magistratura li promuove comunque “per meriti giudiziari” anche se non hanno svolto neppure un  giorno di attività giudiziaria. Un vero e proprio miracolo corporativo  che tuttavia ha perso un po’ del suo smalto originario.  Fino al 1993 i magistrati parlamentari godevano anche del doppio stipendio (quello di magistrato e quello di parlamentare), ora “solo” della doppia pensione.

Il secondo. I nostri interlocutori stranieri rimangono ancor più meravigliati quando apprendono che  al termine del loro mandato di rappresentanza politica i nostri magistrati no solo ornano a  svolgere le funzioni di giudice ma possono anche giudicare e condannare i politici di un partito dichiaratamente avverso a quello  che loro hanno rappresentato: il caso più noto è avvenuto nel  novembre scorso quando un giudice  di cassazione, il Dott. Onorato,  che a lungo era stato parlamentare eletto nelle liste del Partito Comunista, è stato l’estensore di una condanna di un deputato appartenente a un partito dichiaratamente anticomunista, l’on.  Dell’Utri di Forza Italia.  In quella sentenza ha tra l’altro disposto che l’on. Dell’Utri  non possa più far parte del Parlamento europeo e italiano, dimenticando persino di prendere in considerazione  una circostanza attenuante richiesta dagli avvocati difensori che mirava ad evitare proprio questi effetti. Da  noi tutto ciò è perfettamente regolare.

Sono forse in vista riforme che riducano la confusione tra magistratura e politica? No di certo. Le iniziative dei governi che si sono succeduti in questa legislatura vanno addirittura in direzione opposta. In un progetto di legge presentato dall’ex ministro della giustizia  Flik venivano minuziosamente indicati, senza esclusioni, tutti gli incarichi di rappresentanza partitica cui i magistrati potevano aspirare ai livelli europeo, nazionale e locale, quasi a segnalare loro l’esistenza di incarichi di rappresentanza partitica da loro sinora trascurati. Ancor “meglio” ha fatto il ministro della giustizia Diliberto. Poco più di un mese fa (il 22 marzo scorso) ha fatto addirittura approvare dal Consiglio dei Ministri, ed ha quindi presentato in Parlamento, un disegno di legge in cui, tra l’altro, si propone di reclutare 200 magistrati in più per destinarli a funzioni diverse da quelle del magistrato, incluse quelle di rappresentanza partitica a tutti i livelli istituzionali.

Sono curioso di sapere come reagiranno i miei interlocutori stranieri a questa novità. Ma forse ormai non si meraviglieranno più di nulla.

Una sola postilla. Sarebbe oltremodo riduttivo valutare la confusione tra giustizia e politica ed il pericolo che questo fenomeno rappresenta per l’indipendenza dei nostri giudici sulla sola base del numero  -pur elevato- di coloro che riescono effettivamente ad ottenere vantaggiose posizioni di rappresentanza  partitica. Di gran lunga più elevato è ovviamente il numero dei magistrati che “si avvicina” ai vari partiti nella speranza di ottenerle.

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