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Per Bobbio & c. Berlusconi come Falcone

15 aprile 2001

Libero, 15 aprile 2001

 Nell’articolo di Renato Farina “Chi firma per Bobbio non si vuol scoprire”, apparso alcuni giorni fa su questo giornale, è stato riproposto il testo di un appello elettorale contro la Casa delle libertà scritto da “eminenti intellettuali” (Bobbio, Pizzorusso, Galante Garrone, Sylos Labini).  Dall’articolo ho appreso che quell’appello è stato raccolto e sottoscritto da 1000 intellettuali e che il giornale “La Repubblica ha protestato perché Libero ha pubblicato l’elenco dei loro nomi, rendendoli di pubblico dominio.  Cerchiamo di capire quali potrebbero essere le ragioni per cui i 1000 intellettuali sarebbero danneggiati o menomati nel loro prestigio dal fatto che si sappiano i loro nomi.  Le ragioni non mancano.  Vediamo perché.

Il testo dell’appello dice che la Casa delle libertà: “ha annunciato una legge che darebbe al Parlamento la facoltà di stabilire ogni anno la priorità dei reati da perseguire.  Una tale legge subordinerebbe il potere giudiziario al potere politico, abbattendo uno dei pilastri dello stato di diritto”.  E’ una affermazione che può essere originata da due sole ragioni, entrambe figlie di incolta arroganza:  la prima è che gli autori dell’appello e i mille intellettuali che l’hanno sottoscritto vivano nella più completa ignoranza degli assetti istituzionali degli altri paesi a consolidato assetto democratico; la seconda è che li conoscano e tuttavia ritengano che l’Italia sia l’unico paese che ha uno stato di diritto, l’unico stato che sia veramente democratico.  Secondo loro non sarebbero quindi stati di diritto, non sarebbero paesi democratici la Francia, la Germania, l’Olanda, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Canadà, l’Australia, e così via.  In tutti questi paesi infatti si riconosce l’impossibilità di perseguire efficacemente tutti i reati, e che quindi l’obbligatorietà della azione penale non può essere un obbiettivo umanamente perseguibile.  Di conseguenza si riconosce in vario modo l’esigenza di fissare, in maniera per quanto possibile trasparente un insieme delle priorità che debbono essere seguite dai PM nel concreto esercizio dell’iniziativa penale   Poichè da queste scelte discendono conseguenze di grande rilievo politico -quali la maggiore o minore efficacia complessiva dell’azione repressiva delle attività criminali, la maggiore o minore sicurezza dei cittadini, la più razionale utilizzazione delle risorse umane e materiali disponibili- si ritiene che in democrazia sia indispensabile affidare quelle scelte a soggetti o organismi politicamente responsabili.  Soggetti o organismi che abbiano da una canto la responsabilità di supervisionare e coordinare l’attività di coloro, i pubblici ministeri, che esercitano l’iniziativa penale verificando la conformità della loro azione alle scelte di priorità fatte e, dall’altro, svolgere questo compito secondo modalità tali da evitare che per questa via la maggioranza politica del momento, o altri soggetti, possano indebitamente influenzare, a fini di parte, i comportamenti attivi od omissivi dei PM con riferimento ai singoli casi giudiziari.

Per queste ragioni negli altri Paesi a consolidata democrazia esiste sempre un soggetto (il Governo, o il Ministro della Giustizia, o l’Attorney General, o altri ancora) che e’ politicamente responsabile delle scelte di politica criminale che governano l’esercizio dell’azione penale, anche se poi le forme di responsabilizzazione, la trasparenza delle scelte da lui compiute, i suoi poteri di supervisione e coordinamento delle attività del PM variano da paese a paese .  Non possiamo certo illustrare qui quelle variazioni e la loro importanza.  Possiamo tuttavia ricordare ai promotori e firmatari dell’appello che nel programma di riforma della giustizia penale presentato in Parlamento dal Governo di sinistra del primo ministro francese  Jospin, si sottolinea la ineliminabile discrezionalità dell’azione penale e da ciò si fa discendere il corollario che la scelta delle priorità, proprio per il rilievo politico che assume, deve essere e rimanere, nell’ambito delle responsabilità del Governo.  Coerenza vorrebbe che i nostri intellettuali di sinistra ci dicessero ora che Jospin, al pari e non meno di Berlusconi, è pericoloso per la democrazia e per la sopravvivenza dello stato di diritto.

Vediamo ora quali sono le caratteristiche dello stato di diritto, proprie del nostro attuale ordinamento che gli autori dell’appello ed i 1000 firmatari vorrebbero difendere. Dagli attacchi eversivi della Casa delle libertà.  A differenza di altri paesi democratici, in Italia vige il principio della obbligatorietà dell’azione penale voluto dai nostri padri costituenti nella (ingenua) convinzione che tutti i reati potessero essere efficacemente perseguiti.  Purtroppo ciò non è di fatto possibile neppure in Italia. Anche da noi l’azione penale è di fatto caratterizzata da margini di discrezionalità molto ampi e certamente non inferiori a quelli che si  riscontrano in altri paesi.  Non essendovi da noi un organo politicamente responsabile per regolare e dirigere l’esercizio di quella discrezionalità, le scelte vengono quotidianamente compiute senza trasparenza alcuna dai singoli uffici di procura ed anche dai singoli procuratori secondo orientamenti od obiettivi personali non sempre encomiabili.  In altre parole da noi i singoli pubblici ministeri che lo vogliano, possono sulla base di convincimenti personali più o meno fondati, e senza assumersene alcuna responsabilità, condurre approfondite indagini su ciascuno di noi.  Possono quindi formulare con ampi margini di discrezionalità accuse anche infamanti nei nostri confronti con tutte le devastanti conseguenze negative che ciò comporta per il cittadino sul piano sociale, economico, politico, familiare e della salute.  Conseguenze negative che poi, come di frequente accaduto, non possono essere in alcun modo rimediate da sentenze di assoluzione in cui dopo molti anni dopo si dimostra l’inconsistenza degli elementi di prova e lo spreco di risorse investigative utilizzate.  Le nostre ricerche dimostrano quanto gravi siano le conseguenze negative di questa frammentazione e personalizzazione dell’iniziativa penale per la effettiva tutela dei diritti umani dei cittadini, per la loro eguaglianza di fronte alla legge, per l’efficace coordinamento delle attività di contrasto alle più gravi forme di criminalità organizzata. Sono risultanze che coincidono con l’esperienza di un magistrato inquirente di riconosciuto e celebrato valore internazionale, Giovanni Falcone, il quale in un suo scritto ha esplicitamente denunziato come, in assenza di una politica giudiziaria vincolante, “tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei singoli sostituti”.  Aggiungendo, inoltre:  “Mi sembra giunto, quindi il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del pubblico ministero finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell’obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli sulla sua attività” .  Il tutto con la conseguenza di dare anche una “immagine della giustizia che a fronte di interventi talora tempestivi soltanto per fatti di scarsa rilevanza sociale, e talora tardivi per episodi di elevata pericolosità, appare all’opinione pubblica come una variabile impazzita del sistema”.

Falcone assunse poi anche iniziative tese a rimuovere, seppur parzialmente, queste disfunzioni quando, nel 1991, assunse la carica di Direttore generale degli affari penali del Ministero della giustizia.  Predispose infatti un testo legislativo che creava un Procuratore nazionale antimafia in grado di supervisionare e di coordinare unitariamente le attività dei pubblici Ministeri che nelle varie procure della Repubblica si occupavano di criminalità organizzata, riducendo e controllando con ciò stesso i poteri discrezionali dei singoli PM.  Apriti cielo.  Si trovò contro tutta la magistratura associata, tutta la sinistra.  Il suo originario progetto di riforma fu quindi fortemente attenuato nelle sue potenzialità di efficace strumento di direzione e coordinamento dei PM .  La commissione per gli incarichi direttivi del CSM giunse persino a preferire una altro magistrato a Falcone quale Procuratore nazionale antimafia.  Tale scelta fu pubblicamente giustificata allora con un articolo dal titolo “Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché” apparso il 12 marzo 1992 sull’organo di stampa del Partito Comunista, L’Unità.  L’autore di quell’articolo era uno dei promotori dell’attuale appello contro la Casa delle libertà firmato dai 1000 intellettuali, e cioè il professor Pizzorusso, che al tempo era componente laico del CSM eletto dal Parlamento su indicazione del PCI.  La tesi da lui sostenuta allora è coerente e non meno bizzarra di quella contenuta nell’appello che ora ha scritto insieme a Bobbio e compagni per la campagna elettorale in corso.  Nel suo articolo del marzo 1992 Pizzorusso sosteneva infatti che Falcone, avendo elaborato per il Ministro della Giustizia una proposta che voleva istituire un soggetto in grado di dirigere e coordinare a livello nazionale le attività dei PM, non era più degno di essere considerato un magistrato indipendente e quindi, di conseguenza, neppure degno di ricoprire la carica di Procuratore nazionale antimafia.

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