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I magistrati ministeriali stanno lì a “marcare” il ministro

22 ottobre 2001

Il Messaggero, 22 ottobre 2001

Nel precedente articolo abbiamo visto: a) che tutte le posizioni direttive del Ministero della giustizia sono nelle mani dei magistrati;  b) che il nostro Ministro della giustizia non ha alcun potere nella valutazione dei comportamenti dei magistrati suoi dipendenti, né per gratificarli ne per sanzionarli; c) che questi poteri spettano ad un organo esterno al Ministero, e cioè al CSM che li ha anche usati per penalizzare i comportamenti dei magistrati ministeriali che collaborano col ministro su iniziative non gradite alla magistratura organizzata; d) che l’unico potere del Ministro nei confronti dei magistrati che non assecondano o attivamente si oppongono alle sue politiche è quello di allontanarli dal Ministero rinviandoli al loro lavoro giudiziario.

Abbiamo visto che illustri esponenti della magistratura organizzata ritengono che anche questo limitato potere del Ministro sia pericoloso e inaccettabile.  Richiamo i fatti. Cinque magistrati dell’Ufficio legislativo del Ministero della giustizia hanno predisposto un parere fortemente critico su una legge gradita al Ministro ma sgradita alla magistratura ed all’opposizione.  Alcuni senatori dell’opposizione hanno ricevuto ed utilizzato quel parere di natura riservata per contrastare la legge nel corso della discussione parlamentare.  Il Ministro ha allontanato quei 5 magistrati dal Ministero.  A giudizio di autorevoli esponenti della magistratura ciò costituisce una grave minaccia per l’indipendenza della magistratura e “mira ad abbattere il dissenso interno al Ministero”.  Di conseguenza al Ministero potrebbero rimanere solo magistrati disposti ad essere “yes man che si adeguano alla volontà del governo”.  A questo punto anche chi sia del tutto ignaro di quale dovrebbe essere il ruolo dei ministri nei governi democratici si dovrebbe domandare “ma che altro dovrebbero fare i dirigenti di un ministero se non collaborare attivamente e lealmente col Ministro per la realizzazione delle iniziative di cui lui è politicamente responsabile? Se i Magistrati ritengono che il loro ruolo al Ministero della giustizia non sia questo, quale dovrebbe essere?”

La risposta la troviamo espressa in termini molto chiari nella relazione conclusiva di una commissione dell’ANM istituita per definire la questione.  Gli estensori di quella relazione sono due alti magistrati tra cui Ernesto Lupo che a lungo ha occupato posizioni di vertice nella dirigenza del Ministero.  Ci limitiamo a citare uno solo dei brani che, più concisamente di altri prospetta la tesi di fondo.  In esso si afferma che la presenza dei magistrati al Ministero della giustizia è necessaria ed irrinunciabile perché “innanzi tutto essa è volta ad attenuare i pericoli che la funzione servente nei confronti del funzionamento della giustizia -costituzionalmente attribuita al potere esecutivo- si trasformi, nel concreto esercizio, in un condizionamento del potere giudiziario ed in una conseguente violazione del fondamentale principio dell’indipendenza della magistratura”.  In altre parole la funzione primaria dei magistrati del Ministero della giustizia sarebbe quella di sorvegliare il Ministro per evitare che le sue iniziative possano ledere l’indipendenza della magistratura così come di volta in volta definita dall’ANM e dai suoi rappresentanti al CSM.  Il monopolio di tutte le posizioni direttive del Ministero costituisce quindi il principale strumento di sorveglianza e di quotidiano condizionamento dell’operato del Ministro.  Per rendere questa opera più attenta e penetrante, negli ultimi decenni si sono fatti destinare al Ministero alcuni dei maggiori leaders dell’ANM e numerosi magistrati ex componenti del CSM. 

La sommaria descrizione che abbiamo fatto dell’anomalo rapporto che in Italia esiste tra il Ministro della giustizia ed magistrati ministeriali e dell’altrettanto anomala percezione che i magistrati hanno del loro ruolo al Ministero, ci consente ora di trarre alcune conclusioni.

            1)  Non esistono né possono esistere iniziative del Ministro che debbano rimanere riservate quando i magistrati ministeriali ritengono che esse potrebbero ledere l’indipendenza della magistratura o i suoi interessi corporativi (per i magistrati le due cose sono largamente coincidenti).  Nei trenta anni che vanno dalla seconda metà degli anni ’60 alla prima metà degli anni ’90 ho ripetutamente trascorso prolungati periodi presso il Ministero della giustizia per svolgervi attività di ricerca, consulenza a ministri e sottosegretari, lavori di commissione.  Sono stato ricorrentemente testimone dell’ansiosa preoccupazione dei magistrati del Ministero quando si sospetta una loro attiva collaborazione alla elaborazione di iniziative del Ministro sgradite alla magistratura organizzata ed ai suoi rappresentanti al CSM.  Informazioni e documenti relativi ad iniziative sgradite sono sempre stati veicolati con grande immediatezza in qualsiasi sede ove si potesse promuovere una azione di contrasto (tra i magistrati parlamentari delle commissioni giustizia, tra i politici “vicini” alla magistratura associata, negli organi associativi, ecc.).  Particolarmente attivi nel creare questi “corti circuiti” e nel generare le azioni di contrasto sono sempre stati i magistrati ministeriali che hanno a lungo coltivato legami con l’esterno e cioè quelli con una prolungata attività sindacale nell’ANM e gli ex componenti del CSM.  

            2)  I magistrati del Ministero che si attivano per condizionare dall’interno l’azione del Ministro, o per far pervenire all’esterno informazioni su iniziative ministeriali che giudicano lesive dell’indipendenza con l’intento di vanificarle, non ritengono di commettere un atto scorretto ma bensì di svolgere un compito che è loro proprio.  Questa credenza non si basa su una irrealistica quanto errata percezione del loro ruolo, non si basa solo su una prassi consolidata contro la quale nessun Ministro si è sinora attivato.  Trova fondamento anche nel fatto che al nostro Ministro della giustizia, a differenza di quanto avviene in altri paesi democratici, siano formalmente sottratte tutte le decisioni relative alla valutazione dei comportamenti dei magistrati ministeriali.  

            3)  Si può così anche comprendere meglio il significato, altrimenti incomprensibile, delle reazioni all’allontanamento dei 5 magistrati dal Ministero e del perché autorevoli esponenti della magistratura abbiano visto nel comportamento del Ministro una minaccia per l’indipendenza della magistratura.  Si capisce anche la loro preoccupazione per la prospettiva che il Ministro, da ora in poi, pretenda dai magistrati ministeriali comportamenti di piena ed esclusiva lealtà nei suoi confronti, così come avviene nei Ministeri della giustizia degli altri paesi europei.  Si capisce infine la preoccupazione dei moltissimi magistrati ancora presenti al Ministero.  Se dovessero adottare comportamenti di piena ed esclusiva lealtà al Ministro si troverebbero nella difficile e pericolosa situazione di essere considerati degli yes man con tutte le conseguenze negative che questo potrebbe avere sulle future decisioni del CSM nei loro riguardi.

Due postille.

La prima.  Non esistono le condizioni perché il Ministro possa sostituire con rapidità i magistrati con altro personale nelle posizioni direttive del Ministero. Se volesse, anche per questa via, ristabilire nel nostro Paese efficaci pesi e contrappesi istituzionali simili a quelli di altri paesi democratici dovrebbe di necessità programmare anche interventi di breve/medio/lungo periodo per la formazione delle necessarie competenze sia all’interno che all’esterno del Ministero (piani utili a questo fine erano stati inutilmente formulati all’inizio degli anni ‘90 quando Giovanni Falcone era Direttore generale presso il Ministero della Giustizia).

La seconda postilla. Il Ministro della giustizia ha negato che esista un collegamento tra l’allontanamento dei 5 magistrati e l’approdo in Parlamento del loro parere sulle rogatorie.  Nessuno sembra credergli.  Non so come stiano le cose.  Posso però dire che se fosse vero ed il Ministro lo ammettesse sarebbe un autolesionista.  Sarebbe infatti costretto ad iniziare un procedimento disciplinare pur non avendo i poteri dei suoi colleghi degli altri paesi europei (al Ministro della giustizia francese, ad esempio, spetta l’ultima parola sulle sanzioni disciplinari dei magistrati ministeriali).  Dovrebbe cioè affidare il giudizio al CSM dopo che l’ANM ha già manifestato una forte critica nei suoi confronti e la sua piena solidarietà a quei 5 magistrati.  Con tutta probabilità quel giudizio finirebbe per trasformare il Ministro da accusatore in accusato. 

 

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