Home > articoli di giornale > Si chiama “sindrome del cacciatore” la malattia di troppi pm

Si chiama “sindrome del cacciatore” la malattia di troppi pm

7 novembre 2001

Il Messaggero, 7 novembre 2001

L’assoluzione di Berlusconi dall’accusa di corruzione e la trasmissione di Vespa che ha avuto per ospite Di Pietro hanno dato nuovo vigore a critiche che già erano state mosse in passato alla nostra giustizia in occasione delle altre numerose assoluzioni di uomini politici e non.  Gli esponenti della magistratura reagiscono con particolare risentimento all’accusa secondo cui i pubblici ministeri (pm) avrebbero indagato per anni con ingiustificato accanimento cittadini innocenti, li avrebbero incriminati senza sufficienti indizi e a volte sarebbero anche riusciti ad ottenere che i loro colleghi giudici li condannassero nei primi gradi di giudizio.  A mio avviso sono proprio le peculiari caratteristiche del nostro assetto giudiziario a favorire il verificarsi di tali fenomeni, ed in particolare l’assenza di quei pesi e contrappesi ordinamentali che invece esistono in varie forme negli assetti giudiziari degli altri paesi a consolidata democrazia.  Per sostanziare questa affermazione ricorderò sommariamente, a titolo di esempio, alcuni tratti della riforma del pm adottata in Inghilterra nel l985.  Mi soffermerò in particolare su quegli aspetti che sono specificatamente intesi a evitare due disfunzioni, tra loro strettamente connesse, derivanti da iniziative penali non sostanziate da sufficienti prove, e cioè:  a) le conseguenze disastrose e spesso irreparabili che producono sulla vita sociale, economica, familiare, politica di cittadini innocenti;  b)  l’inutile spreco di pubblico danaro per indagini e processi privi di reale giustificazione. 

            Nel configurare le caratteristiche del nuovo assetto del pm il riformatore inglese ha tenuto conto di un fenomeno psicologico alquanto comune, e cioè che le convinzioni di chi conduce le indagini sulla colpevolezza di un indagato frequentemente generano in lui  la “hunter’s syndrom”, cioè la “sindrome del cacciatore”.  Lo portano cioè non solo ad effettuare con accanimento indagini ingiustificate e costose per comprovare i suoi sospetti, ma anche a scambiare per prove quelli che sono solo labili indizi.  Per proteggere il cittadino e le stesse casse dello stato dai pericolosi effetti di questa sindrome il riformatore inglese non si è limitato a mantenere il pm in un corpo del tutto distinto da quello dei giudici ma lo ha voluto anche funzionalemente separato dalle attività di polizia.  Ha cioè deciso che il pm debba essere escluso da qualsiasi attività di indagine perché possa così valutare con assoluto distacco le prove di colpevolezza raccolte dalla polizia prima di esporre il cittadino innocente alle dannose conseguenze di accuse ingiustificate e di un ingiusto processo.  Sempre al fine di proteggere i diritti dei cittadini e la loro eguaglianza di fronte alla legge ha provveduto poi a regolare e responsabilizzare sia le attività della polizia che quelle del pm.  Poiché non è materialmente possibile perseguire con efficacia tutti i reati ha stabilito che le priorità nell’esercizio dell’azione penale, in quanto parte integrante delle politiche pubbliche di cui il Governo è responsabile, debbano far capo alla responsabilità di un membro del Governo (l’Attorney General) e debbano essere attuate dai pm sotto la sua supervisione gerarchica.  Che quindi i pm debbano seguire quelle priorità nonché gli specifici criteri fissati per la valutazione degli indizi forniti dalla polizia (l’evidentiary test).  Per meglio garantire con un ulteriore filtro l’efficacia di un pieno distacco del processo dalla fase delle indagini ha anche stabilito:  a) che per i reati più gravi il pm non possa sostenere direttamente la pubblica accusa in udienza, ma che debba invece affidare tale compito ad un avvocato appositamente assunto (questa norma è stata in parte modificata l’anno scorso, ma ancor oggi per oltre il 95% dei casi la pubblica accusa in udienza viene affidata a liberi professionisti); b) che chi esercita le funzioni di pm in udienza non possa formulare richieste sulla pena da erogare, e ciò per non influenzare il giudice o la giuria. 

In Italia né il cittadino né le casse dello Stato godono di queste protezioni.  Al contrario il nostro sistema di giustizia penale sembra studiato apposta per favorire che si sviluppi tra i nostri pm quella patologia istituzionale cui gli inglesi hanno dato il nome di “sindorme del cacciatore”.  Di questo ci occuperemo in un prossimo articolo.  (Continua)

 

Categorie:articoli di giornale Tag:
I commenti sono chiusi.