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Con le carriere separate il pm fa solo la sua parte

26 gennaio 2002

Il Messaggero, 26.1.2002

A differenza dell’Italia, in tutti gli altri paesi democratici con processo penale di tipo accusatorio giudici e pubblici ministeri (pm) appartengono a corpi ben separati.  Si dà per scontato che i diritti di libertà del cittadino nel processo penale vengono più efficacemente garantiti affidando i controlli sull’operato del pm ad un giudice che con lui non ha alcun legame.  In Italia, invece, questi controlli vengono assegnati ad un giudice che in buona sostanza è un suo collega di ufficio.  Per quanto possa sembrare paradossale all’osservatore straniero il sindacato dei nostri magistrati e le forze politiche che lo sostengono (quasi tutte quelle del centro sinistra) si sono finora opposti con successo alle iniziative di dividere la carriera dei giudici da quella dei pm.  Sostengono che è proprio l’appartenenza di giudici e pm allo stesso corpo lo strumento più adeguato a garantire i diritti del cittadino nel processo penale.  Due le principali ragioni portate a sostegno di questa convinzione. 

La prima è che il nostro pm non avrebbe le caratteristiche di “accusatore” tipiche degli altri sistemi penali di rito accusatorio.  Egli sarebbe cioè, così ci viene assicurato, una “parte imparziale” perché espressamente obbligato dalla legge a ricercare le prove dell’innocenza del cittadino indagato con lo stesso impegno con cui raccoglie le prove di colpevolezza.  La seconda è che l’appartenenza del pm allo stesso corpo dei giudici darebbe anche a lui quella “cultura della giurisdizione” che lo renderebbe imparziale persino quando, nel corso delle indagini, svolge attività di polizia.  Davvero il migliore dei mondi possibili di volterriana memoria?  Gli studiosi stranieri cui si raccontano queste cose rimangono a dir poco perplessi.  La definizione del pm come “parte imparziale”, nella sua intrinseca contraddittorietà, in genere li diverte.  Non evoca, come ebbe a dirmi uno studioso inglese, personaggi reali ma figure ibride della mitologia come il centauro, mezzo uomo e mezzo cavallo, o l’arpia, mezzo donna e mezzo uccello rapace.

Non ho condotto ricerche per verificare se i cittadini indagati, persino quelli che subiscono lunghe carcerazioni preventive, e che dopo molti anni risultano innocenti effettivamente percepiscano il pm come “parte imparziale” e ed il giudice delle indagini preliminari come vero giudice.  Alcuni anni fa ho però rivolto domande a riguardo ad un campione di 1000 avvocati penalisti, che nella stragrande maggioranza richiedono la netta separazione dei giudici dai pm.  Il 53,9% di loro esclude che i pm cerchino anche prove a discarico degli indagati, come voluto dalla legge.  Il 16,5% dice che in alcuni casi il pm lo ha fatto solo su espressa richiesta dei difensori.  Solo l’1,5% dice che a volte il pm cerca autonomamente prove a discarico.  La maggioranza degli avvocati ritiene assolutamente prevalente l’orientamento dei giudici delle indagini preliminari e dell’udienza preliminare  ad assecondare supinamente le richieste del suo “collega” pm. Inoltre questa generalizzata propensione ad aderire alle aspettative del “collega” pm nel corso delle indagini è favorita da diffusi quanto efficaci contatti informali in cui giudici e pm si comunicano le reciproche aspettative nel corso della fase delle indagini.  E’ una drammatica rappresentazione del basso livello di protezione dei diritti del cittadino nell’ambito del processo penale.  

Sono attendibili queste indicazioni degli avvocati che così radicalmente contraddicono la pretesa che il pm possa essere una “parte imparziale” o che il giudice non privilegi di regola le aspettative e richieste del suo collega pm?  Forse che l’altissima frequenza con cui i giudici, soprattutto quelli delle indagini e dell’udienza preliminare, accolgono le richieste dei colleghi pm non possa trovare spiegazione nell’altissima qualità del loro lavoro investigativo? 

Difficile verificare se l’altissima percentuale delle deviazioni segnalata dagli avvocati sia o no esagerata, anche perché è impossibile acquisire informazioni su cosa avviene informalmente nei rapporti tra giudici e colleghi pm.  Tuttavia, le incaute dimenticanze di documenti nei fascicoli processuali, i verbali e le sentenze disciplinari del CSM e altri eventi la cui conoscenza è solo accidentale indicano chiaramente che quei fenomeni esistono, che non sono sanzionati, e che sono anche più gravi di quanto non dicano nelle loro interviste gli avvocati penalisti.  Facciamo alcuni dei molti esempi disponibili.  I magistrati inquirenti possono basare provvedimenti restrittivi delle libertà personali su affermazioni false (sentenza del giudice istruttore di Venezia del luglio 1975);  possono emettere 14 ordini di cattura per cui non sono competenti e giustificarsi di fronte al CSM dicendo che l’hanno fatto “per non demotivare la polizia” (verbale CSM del 14/9/88, pag. 75);  possono minacciare il carcere ad una testimone che disperatamente dichiara di non sapere nulla ed alla fine ottenere una confessione nel senso voluto (di questo episodio, accaduto l’11/6/97, esiste una drammatica registrazione video che può essere vista nel sito web di Radio Radicale);  possono minacciare il collega giudice che non convalida un loro ordine di arresto ed ottenere anche che quel giudice non giudichi più su altri casi del tutto simili (caso dell’aprile 1984).  Lungi dal ricercare prove sull’innocenza il nostro pm, che si vorrebbe “parte imparziale”, può persino tenere nascoste al giudice del tribunale delle libertà le prove dell’innocenza di un cittadino detenuto in carcerazione preventiva (e scarcerato solo 8 mesi dopo) e giustificarsi di fronte alla sezione disciplinare del CSM dicendo che non poteva rivelare gli elementi a discolpa del detenuto innocente perché ciò avrebbe intralciato il corso delle indagini (procedimento disciplinare del l998). 

Si badi bene, di fronte a questi episodi ed altri che sarebbe troppo lungo richiamare, tutti emersi accidentalmente, non vale dire che si tratta di pochi ed isolati episodi.  Essendo tutti pervenuti alla conoscenza dei titolari dell’azione disciplinare e del CSM e non essendo stati in alcun modo sanzionati, per ciò stesso acquistano di fatto piena legittimazione nelle prassi dei nostri uffici giudiziari.

Due postille.

La prima.  In altri sistemi come quello degli USA, ove il pm non è come da noi “parte imparziale” ma accusatore, un pm che si rendesse protagonista di episodi simili a quelli dianzi indicati e venisse scoperto non solo perderebbe il posto ma verrebbe anche radiato dall’ordine degli avvocati (negli USA tutti i pm sono anche avvocati).   Da noi alcuni dei pm che sono stati protagonisti di quegli episodi o di episodi del tutto simili, hanno a volte acquisito grande fama nazionale e sono divenuti parlamentari o anche componenti del CSM.

La seconda.  Non mi sono soffermato a considerare la questione se, come ci dicono i magistrati, il pm sia partecipe della “cultura della giurisdizione”.  Gli episodi riferiti forniscono una indiretta quanto chiara risposta.  Ma forse varrà la pena di ritornare sull’argomento in futuro.

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