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Il suo credo: no ai teoremi sì alle prove

23 maggio 2002

Il Messaggero, 23 maggio 2002

Le commemorazioni di Giovanni Falcone nel decennale della sua morte hanno generato forti polemiche tra centrosinistra e controdestra.  Sarebbe stato un bene se ciò non fosse avvenuto.  Non si può tuttavia far finta di non aver sentito alcune delle cose che sono state dette da entrambe le parti.

Violante ed altri esponenti del suo partito ci assicurano che Falcone sarebbe contrario alle innovazioni che la Casa delle Libertà ha proposto e sta proponendo in materia di giusto processo perché con esse si indebolirebbe l’azione di contrasto alla criminalità organizzata.  Per ovvii motivi non è possibile accertare se abbiano ragione.  Tuttavia qualche perplessità può essere avanzata.  Ayala, che è stato pm per processi istruiti da Falcone e che ora è senatore dei DS, ha giustamente ricordato di recente che sulla base delle istruttorie di Falcone non si era mai perso un processo perché Falcone “non mandava l’imputato davanti al giudice del dibattimento” se non aveva prima acquisito prove certe.  Avendo sempre coltivato con rigore questo orientamento -che serve anche a tutelare il cittadino dalle sofferenze e dai danni di un processo infondato- mi sembra difficile immaginare che Falcone non avrebbe ritenuto egli stesso opportuno introdurre modifiche nel nostro assetto processuale se avesse potuto assistere ai molti processi che si sono celebrati a Palermo sulla base di “prove” che sono state ricorrentemente sconfessate a livello di dibattimento (processi ad Andreotti, Mannino, Contrada, ecc.) o se avesse assistito ai processi ancora più numerosi di tangentopoli che si sono risolti nel nulla. 

Mi sposto sul versante politico opposto.  Berlusconi ha affermato “La nostra riforma dell’ordinamento giudiziario si rifà a molte di quelle che furono intuizioni di Falcone”.  C’è molto di vero in questa affermazione se si guarda al programma della Casa dalle Libertà (e più ancora se si guarda al progetto di riforma che Forza Italia presentò in sede di Commissione bicamerale nel 1996).  Quella affermazione è meno convincente se si considerano invece le timide proposte di riforma dell’ordinamento giudiziario di recente avanzate dal Governo.  Vediamo perché.

Fin dagli ultimi anni della sua esperienza di giudice istruttore Falcone aveva maturato la convinzione che per una efficace azione di contrasto alla mafia, e più in generale per una più efficiente amministrazione della giustizia, non fosse sufficiente l’iniziativa ed il personale impegno di singoli magistrati, o di un gruppo di magistrati che spontaneamente fosse disposto a collaborare.  Era necessario assicurare una maggiore preparazione professionale dei magistrati ristabilendo quelle valutazioni che il CSM aveva di fatto abolito e, coll’avvento del nuovo processo penale, separare il ruolo del giudice da quello del pm, mettere da parte il “feticcio” dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilizzare i pm nell’esercizio dell’azione penale rispetto a politiche criminali predeterminate e coordinate, soprattutto per quanto concerne le indagini sulla criminalità organizzata, a livello nazionale e internazionale.  Non dico queste cose sulla base delle numerose occasioni di riflessione comune su quei problemi che ebbi con Falcone a partire dal l987.  Sono cose che lui stesso ha scritto con molta chiarezza in relazioni stampate di cui questo giornale ha pubblicato alcuni significativi stralci proprio ieri.  Sono quelle le idee riformatrici che gli valsero l’avversione e l’implacabile ostracismo dell’Associazione magistrati, del CSM, e del Partito Comunista (delle cui politiche giudiziarie era allora responsabile proprio l’On. Violante).

Indubbiamente le esigenze di innovazione in materia di ordinamento giudiziario che interessavano Falcone sono presenti nel “Piano di governo per una legislatura” presentato dalla Casa delle libertà: per le elezioni del 2001. Prevede infatti esplicitamente effettivi ed efficaci vagli di professionalità per i magistrati, divisione delle carriere dei giudici e pm, priorità nell’esercizio dell’azione penale fissate dal Parlamento (e quindi anche la conseguente responsabilizzazione dei pm rispetto ad esse).  Queste intenzioni innovatrici espresse in sede elettorale non sono invece facilmente riconoscibili nelle proposte di legge presentate dal Governo al Parlamento ove non appare la separazione delle carriere tra giudici e pm ma solo una più rigida separazione delle funzioni, non appare la fissazione delle priorità nell’esercizio dell’azione penale ed appare solo una timida e parziale innovazione per ristabilire una seria valutazione della professionalità dei magistrati per la sola attribuzione delle funzioni di legittimità.

E’ comunque rimasta immutata l’avversione dell’Associazione Magistrati, del CSM, dei DS ( cioè degli eredi del Partito Comunista di allora) a qualsiasi riforma dell’ordinamento giudiziario che vada nella direzione voluta da Falcone, neppure nelle forme estremamente edulcorate predisposte dall’attuale Governo.

 

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