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Archivio per la categoria ‘commenti di articoli e lettere’

Ricordo dell’Avvocato Agostino Viviani

9 febbraio 2011 beppe Nessun commento

Pronunziato da Giuseppe Di Federico il 21 settembre 2009 in occasione della “Tavola rotonda in memoria di Agostino Viviani” organizzata a Milano su iniziativa del Circolo De Amicis e della Federazione Italiana Associazioni Partigian [1]. 

Quando l’Avvocato Mario Viviani mi ha proposto di venire qui a ricordare l’amico Agostino Viviani, a ricordare  l’importanza del Suo impegno nel promuovere un processo penale ed un ordinamento giudiziario degni di una democrazia io, per l’affetto, l’amicizia e l’ammirazione che nutrivo e nutro per Agostino ho detto subito di sì.  L’ho fatto con entusiasmo, un entusiasmo pieno di gratitudine perchè mi veniva data l’occasione di parlare di Lui insieme ad altri che Lo hanno conosciuto e stimato.  Di persone che più di me hanno avuto la fortuna di frequentarLo e da cui avrei potuto apprendere cose che avrebbero arricchito il ricordo che ho di Lui.  Quando mi sono accinto a considerare quanto avrei potuto e dovuto dire mi sono reso conto di quanto difficile fosse il compito ed alto il rischio di essere inadeguato a svolgerlo.   Ho riletto i libri da Lui Scritti a partire dalla metà degli anni 1980, ho riletto i documenti e gli esposti che mi ha inviato e nei quali denunziava il malfunzionamento della giustizia penale, la mortificazione dei diritti della difesa, documentandoli puntigliosamente con riferimento a numerosi, specifici comportamenti processuali di ben individuati pubblici ministeri e giudici.  Esposti che seguitava ad inviare nella speranza, sempre delusa  ma mai persa, di venire ascoltato dalle istituzioni che avrebbero dovuto porvi rimedio, che avrebbero potuto censurare disciplinarmente le violazioni dei diritti civili compiute da pubblici ministeri (PM) e giudici nell’ambito del processo penale. Ho anche riascoltato con emozione dalla Sua viva voce gli interventi resi disponibili da Radio Radicale.  Più mi documentavo e più difficile diveniva il compito.  Come rappresentare una attività processuale tanto intensa, il Suo impegno riformatore vissuto con costante passione, la Sua prorompente oratoria piena di efficace arguzia e di ironia (spesso amara), la sua capacità di essere (cosa faticosissima) il puntuale cronista delle Sue stesse esperienze processuali? 

Della Sua esperienza parlamentare anche come presidente della commissione giustizia del Senato vi parlerà l’amico Mellini.  Io partirò da alcune considerazioni su un Suo libro pubblicato nel 1988, che Lui mi regalò con dedica nel gennaio 1992. “La degenerazione del Processo Penale in Italia”. Un libro che avevo già letto ma che apprezzai per il significato che a quel dono Lui aveva voluto dare.

Quel libro è stato importante per varie ragioni.  Mi limito ad indicarne tre.  In primo luogo perché evidenzia deviazioni del processo penale che lungi dal ridursi si svilupperanno e diffonderanno in modo ancor più evidente e grave nel periodo successivo all’entrata in vigore, nel 1989, del “nuovo” codice di procedura penale;  in secondo luogo perché collega lo sviluppo di tali deviazioni a disfunzioni ordinamentali; in terzo luogo perché ha originato una collaborazione tra Lui e me nel tentativo di ottenere che alcuni comportamenti segnalati in quel libro fossero in qualche modo censurati dal CSM.

In quel libro (così come ha sempre fatto nei Suoi esposti e nei Suoi numerosi interventi a convegni) Egli elenca e commenta -con puntuali, meticolose citazioni tratte da atti processuali- le principali disfunzioni del nostro processo penale.  In particolare di quelle che più direttamente violano la protezione dei diritti umani  nell’ambito delle indagini e del processo:  gli stratagemmi utilizzati dai PM per prolungare le indagini oltre i limiti consentiti dalla legge, l’uso distorto della carcerazione preventiva come mezzo per estorcere informazioni o confessioni utili a sostenere le tesi accusatorie, le modalità illegittime con cui in sede dibattimentale venivano condotti gli interrogatori, interrogatori in cui le domande capziose e suggestive formulate dai PM con toni aggressivi ed insistenti contenevano esse stesse le risposte da loro volute, domande che richiedevano perentoriamente da parte degli imputati dei sofferti “sì”.  E ancora: l’arroganza con cui i PM zittivano ed offendevano i difensori in sede dibattimentale con il compiacente avvallo dei loro colleghi giudici.  Offese che Viviani stesso aveva ricevuto ripetutamente  e che Lo facevano persino dubitare se non fosse svantaggioso per i Suoi clienti indispettire i magistrati con la Sua ostinata pretesa di richiamarli al rispetto delle regole processuali.   Forte è il collegamento che Agostino fa tra la legislazione di emergenza per combattere il terrorismo, la legislazione premiale e la “gestione dei pentiti” da un canto e lo sviluppo di quelle pericolose prassi processuali dall’altro.  In somma si ha in quel libro ed in altri scritti l’individuazione sistematica di quelle prassi che poi si diffonderanno ulteriormente nel periodo successivo e che porteranno a quella vera e propria mattanza dei diritti civili nell’abito processuale costituita dal periodo di “mani pulite”.  Si tratta di prassi diffuse allora  e che permangono nel tempo, come evidenziato dalle nostre interviste a tre campioni di 1000 avvocati penalisti condotte rispettivamente nel 1992, nel 1995 e nel 2000, interviste illustrate e commentate nel libro “Processo penale e diritti della difesa” pubblicato nel 2002.   Aggiungo che Agostino stesso aveva previsto che quelle prassi si sarebbero radicate nell’ambito del nuovo processo penale  nel Suo libro “Il nuovo codice di procedura penale: una riforma tradita”.  Significativa la citazione dal libro “Il Gattopardo” che fa nella Sua introduzione “Se vogliamo che tutto rimanda com’è bisogna che tutto cambi.  Mi sono spiegato?”. Nel Suo libro sul nuovo codice scritto nell’1989, prima ancora di vedere la sua concreta applicazione, la semplice lettura del testo della riforma fatta da Agostino alla luce della Sua lunghissima esperienza professionale, Lo portava a sconsolate quanto profetiche previsioni.  Di particolare rilievo quelle sul ruolo ancor più dominante che avrebbe assunto il PM, incontrollato poliziotto nella fase delle indagini, con poteri investigativi senza limiti di spesa (tanto paga Pantalone, come Lui dice), con un compiacente collega (il giudice delle indagini preliminari) a controllo della legittimità delle sue iniziative e richieste.  Senza responsabilità alcuna per le sue scelte di indagine, senza nessun controllo sul loro costo rispetto ai risultati conseguiti anche quando risulta che le rilevanti spese sostenute nel corso delle indagini si sono rivelate prive di risultati e del tutto ingiustificate.  Senza nessuna responsabilità anche quando risulta che cittadini innocenti hanno subito le drammatiche conseguenze di una ingiustificata gogna giudiziaria  prolungata nel tempo.  In ogni caso il  PM può sempre affermare che in presenza di eventi che gli facevano ritenere  che un crimine potesse essere stato commesso egli non poteva che compiere gli atti compiuti perchè ad essi obbligato dal principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale.  Un principio che trasforma tutte le scelte discrezionali che il PM compie in atti dovuti.   L’assegnazione al PM del pieno controllo delle attività di polizia giudiziaria operata dal nuovo codice in buona sostanza fa del PM un poliziotto indipendente che in nessun modo può essere chiamato a rispondere delle scelte che compie in sede di indagini.  Né si può dire che chi compie le indagini di polizia sia meno poliziotto perchè si chiama PM, a meno che non si voglia accettare l’idea, coltivata dalla corporazione dei magistrati, che la differenza dipenda dal fatto che il PM avrebbe la così detta “cultura della giurisdizione” mentre il poliziotto no (ma sulla natura di questa cultura torneremo più in là). 

E’ proprio l’assenza di efficaci strumenti per la responsabilizzazione dei magistrati che ricorrentemente sollecita le riflessioni di Agostino.  Di qui l’impegno che Lui dedicò all’iniziativa referendaria radicale sulla responsabilità civile dei magistrati  (alcuni dei Suoi interventi dell’epoca possono essere facilmente ascoltati perché messi sul sito web di Radio Radicale dopo la Sua scomparsa).  Di lì le Sue continue denunzie sulla inefficacia del sistema di giustizia disciplinare posto nelle mani del CSM.

E qui vengo ad un episodio specifico quanto esemplare inutilmente sollevato da Agostino prima e durante la Sua presenza al CSM, e ripreso anche da me anni dopo, senza risultati, nel corso della mia stessa esperienza consiliare.   Tutto inizia col casuale ritrovamento, tra le carte di un processo, di una lettera  scritta al presidente di un grande tribunale da una presidente del tribunale del riesame (il così detto tribunale della libertà).   Una lettera che Agostino volle pubblicare nell’appendice del Suo libro “La degenerazione del processo penale in Italia” e che a me diede in fotocopia.  Da quella lettera si evince:

a) che a seguito di una delibera del tribunale del riesame (c.d. “tribunale della libertà”) che rimetteva in libertà un imputato in detenzione preventiva, un PM, invece di attendere le motivazioni della decisione ed eventualmente impugnarla, ritenne più efficace esprimere subito, come si dice nella lettera, le sue “aspre critiche” con una “violenta aggressione verbale” nei confronti del presidente del collegio giudicante che non aveva obbedito alle sue richieste di mantenere in carcere l’imputato  (una riflessione: mi sembra non dovrebbero esservi dubbi che si tratti di un grave atto di intimidazione nei confronti di un giudice ed un plateale attentato alla sua indipendenza; o no?  Nei paesi ove vige l’istituto del contempt of court per molto meno si finisce in galera);

b) il PM non è però soddisfatto delle “aspre critiche” e della “violenta aggressione verbale” nei confronti del giudice, si rivolge quindi al Presidente del tribunale perché intervenga.  E che fa il presidente del tribunale? Invece di denunziare ai titolari dell’azione disciplinare l’aggressione verbale subita dal giudice e l’attentato alla sua indipendenza, pensa bene di convocare il giudice per avere spiegazioni (dopotutto perché litigare tra colleghi? Si tratta solo della libertà di un cittadino); 

c) a seguito di questi eventi la presidente del tribunale della libertà,  nella lettera dichiara di trovarsi in “uno stato di grave disagio” perché a giorni avrebbe dovuto presiedere di nuovo il tribunale della libertà per giudicare un imputato con identiche imputazioni di quello per la cui liberazione era stata aggredita e avendo in udienza, ancora lo stesso PM.  Chiede quindi al presidente del tribunale di essere sostituita perché, come lei stessa scrive, la prospettiva che si potesse “riproporre la sgradevole situazione  già verificatasi” la privava “della serenità necessaria per decidere”.  Che fa il presidente del tribunale?  Invece di chiedere la sostituzione del PM di udienza  accoglie la richiesta del giudice e la sostituisce con altro magistrato.  Nel suo libro Agostino ci informa che cambiato così il giudice nel secondo caso, cambiò anche la giurisprudenza, e l’imputato rimase in carcere.  L’intimidazione del PM, con la collaborazione del presidente del tribunale, aveva quindi prodotto i suoi effetti.

          Venuti a conoscenza dei fatti dianzi descritti subito dopo il loro verificarsi, né il CSM né i titolari dell’azione disciplinare ritennero che sussistessero gli estremi per una iniziativa disciplinare né nei confronti del PM né nei confronti del presidente del tribunale. Nella sostanza hanno ritenuto che i loro comportamenti fossero pienamente legittimi e del tutto conformi all’etica giudiziaria (in versione nostrana). 

Successivamente il CSM non ha neppure ritenuto che quell’episodio fosse rilevante ai fini della valutazione della professionalità  per la promozione di quel PM a magistrato di cassazione, nel 1995.  Agostino, allora consigliere al CSM, riteneva giusto che se ne dovesse tener conto ma nessuno lo ascoltò.  Né ebbi più fortuna io nel dicembre 2002 in occasione della nomina di quello stesso magistrato a procuratore aggiunto di una grande procura.  Per aver richiesto che di quell’episodio si tenesse conto nella valutazione della professionalità di quel magistrato, così come era già capitato ad Agostino, fui “verbalmente aggredito” dai consiglieri magistrati e trattato come chi abbia commesso un reato di lesa maestà.  La mia iniziativa, così come quella di Agostino sette anni prima, servì solo a sottolineare come quei comportamenti siano del tutto legittimi nel nostro processo penale, come possano essere impunemente compiuti e come vengano addirittura premiati.  Il CSM ha cioè indicato  con estrema chiarezza ai magistrati tutti che quei comportamenti non solo sono pienamente legittimi ma che meritano anche di essere premiati al momento delle valutazioni professionali

Nel 2002, intervenendo ad un dibattito riportato da Radio Radicale, Agostino sostenne che per riequilibrare i rapporti tra accusa e difesa fosse necessaria un riforma che dividesse il corpo dei giudici da quello dei PM.  Gli fu obiettato, è una tesi ricorrente, che in tal caso diminuirebbero le garanzie processuali per il cittadino in quanto un PM distaccato dal giudice perderebbe la “cultura della giurisdizione”.      Ripensando al contenuto di quella lettera non oso immaginare che cosa avrebbe fatto quel PM al presidente del tribunale della libertà  se non fosse stato trattenuto dalla sua “cultura della giurisdizione”.

Le cose che ho sin qui detto per ricordare Agostino Viviani  sono certamente  inadeguate a rappresentare la Sua opera ed i valori di giustizia e libertà che senza cedimenti Lo hanno accompagnato in tutta la Sua attività professionale e pubblica.  Non ho parlato della Sua umanità, della Sua capacità di dimostrare e far sentire la sua amicizia. Non ho parlato di quella rara virtù di non farsi mai percepire come un nemico, neppure nelle occasioni di più aspro contrasto.   Sono cose che non saprei rappresentare ma che sono ben presenti in me e parte di quell’inestimabile patrimonio che mi ha lasciato, che credo abbia lasciato a tutti noi.


[1] Questo testo è in corso di stampa unitamente agli altri interventi pronunziati nel corso della tavola rotonda.

Commenti a “Io, ex ragazzo di Salò non riconosco a Violante il diritto di legittimarmi”

4 ottobre 2008 beppe Nessun commento

Il Giornale, 4 ottobre 2008

#1 giocarra (20) – lettore

il 04.10.08 alle ore 8:20 scrive:

Questo è un uomo ! L’altro è un quaquaraqua, che segue le sue convenienze. La differenza è lampante. giocarra

 

#2 rafbv (5) – lettore

il 04.10.08 alle ore 8:48 scrive:

Gentile prof. il suo sfogo ha suscitato in me una profonda tenerezza nei confronti di quel bambino. Sfortunatamente i sentimenti che lo muovevano -onore,fedeltà,coerenza,disinteresse,buona fede- mi sembrano particolarmente in disuso -di più, mi sembra che non abbiano mai messo solide radici nell’italica stirpe:Franza o Spagna….Penso che non poche responsabilità risalgano al lassismo etico del cattolicesimo (ben diversa l’etica protestante più esigente e attena alla corrispondenza tra parole e opere) anche se l’intero pianeta si sta omologando in virtù della globalizzazione economica e televisiva. Quanto a Violante non e’ un caso isolato: D’Alema,Fassino,Bersani,Veltroni sono solo uomini buoni per tutte le stagioni. Distinti saluti

 

#3 Carlo-Maria.Trajna@tele2. (166) – lettore

il 04.10.08 alle ore 8:48 scrive:

“come allora cerco ancora di fare le cose in cui credo senza curarmi troppo delle mie convenienze”:questo raro tipo di italiano merita tutto il nostro rispetto!

 

#4 Gianenrico (2) – lettore

il 04.10.08 alle ore 9:07 scrive:

Non ho mai neppure lontanamente condiviso le idee del PNF né della RSI; neppure peraltro quelle del comunismo. Ritengo l’articolo del Prof. Di Federico “PERFETTO” per forma, stile, costruzione e contenuto. Complimenti!!

 

#5 c_gera (145) – lettore

il 04.10.08 alle ore 9:34 scrive:

Credo sia un’anomalia tutta italiana quella secondo la quale pochi personaggi decidono chi debba essere apprezzato o meno, e cosi ci tocca sentir parole come “sdoganamenti”, “legittimazioni”, che secondo il loro pensiero dovrebbero significare la fine dell’ostracismo, l’autorizzazione al ritorno alla vita pubblica in generale, a quella politica in particolare, per chi non la pensa come loro. Fascismo e nazismo sono state esperienze finite sessantatre anni fa, rappresentano il passato, e mi sembra che nessuno voglia magnificarne le gesta, anzi. Alcuni hanno vissuto quel periodo nel più totale fanatismo, altri in buona fede perché all’oscuro delle molte tragedie che si stavano consumando (mica c’era internet all’epoca). La storia è storia e lasciamola agli storici. Quello che non torna invece in questa vicenda è che a voler vestire i panni dei puri ed assumere il ruolo di censori sono personaggi che abbracciano un’ideologia con un passato, ma anche un presente, da brividi.

Molti esponenti della destra italiana, hanno compiuto i cosiddetti strappi con il passato. Hanno criticato il fascismo, Mussolini, Salò. Si sono recati in Israele ed altro ancora per sottolineare la loro assoluta discontinuità con i fatti (all’epoca queste persone non erano nemmeno nate) ed ovviamente con l’ideologia. Si può dire altrettanto di tutti i personaggi della sinistra italiana a cominciare proprio da Violante? No. In casa PCI, DS PD ed altre formazioni di area, non si è mai udita una sillaba di autocritica, nemmeno quando è caduto il muro di Berlino, sulle efferatezze compiute dal comunismo, sia in passato, sia nei nostri giorni. Ed allora non è chiaro perché chi ha idee di destra debba essere sdoganato, mentre chi le ha di sinistra no. Quando qualcuno inizierà a spiegare questa sciocchezzuola forse il clima politico italiano diventerà respirabile, altrimenti i soliti quattro furbi continueranno a campare alla grande nascondendo la loro reale indole. Claudio Gera

 

#7 honhil (158) – lettore

il 04.10.08 alle ore 10:13 scrive:

Finire di leggere un “pezzo” e trovarsi con gli occhi umidi è una bella sensazione. No, Violante, per quello che ha rappresentato e rappresenta, per il suo modo arrogante e a volte violento di interpretare il suo ruolo politico, per le sue virulente accuse contro i suoi avversari politi, rei soltanto di professare idee politiche diverse, non ha, ne può mai avere, l’autorità morale di cui ne fa abuso. Sempre per perseguire i suoi personali interessi politici e di carriera.

 

#8 cardo (489) – lettore

il 04.10.08 alle ore 10:25 scrive:

Professore, grazie per aver trovato la misura giusta.

 

#9 mab (539) – lettore

il 04.10.08 alle ore 10:32 scrive:

Ottimo articolo per spessore umano e tempestività politica. A proposito di quest’ultima vorrei far notare che, se proprio dobbiamo – ma dobbiamo? – eleggere qualcuno di sinistra alla Corte Costituzionale e alla Vigilanza, almeno scegliamolo noi: abbiamo i numeri per farlo e di personaggi di sinistra, sebbene pochi, per fortuna ce ne sono! Starà poi alla sinistra o “disconoscerli” con sommo imbarazzo, o con altrettanto imbarazzo dire “grazie”…

 

#10 fabio.bonari (393) – lettore

il 04.10.08 alle ore 10:54 scrive:

Un pezzo da antologia.

 

#11 angelopoli (1) – lettore

il 04.10.08 alle ore 11:24 scrive:

Sono contento di poter leggere questo sfogo pubblico . Ritengo storicamente importante testimonianze come la sua per poter finalmente avere un discorso più sereno della nostra storia . Angelo Poli

 

#12 andrea storace (83) – lettore

il 04.10.08 alle ore 11:53 scrive:

condivido pienamente come figlio di 2 ragazzi di Saó nipote di due eroi 1 vilmente torturato e fatto a pezzi il 14 settembre del 44 e l’altro sul fronte di Nettuno e cugino di un martire di 15 anni buttato in un alto forno a Genova da una volante rossa a guerra finita perché figlio di un “fascista” Interpreto cosi il messaggio di Di Federico : quando i comunisti saranno capaci di effettuare la stessa profonda autocritica che noi abbiamo fatto?

 

#13 ondeb (6) – lettore

il 04.10.08 alle ore 12:59 scrive:

Una sola parola al prof. Di Federico: grazie. Solo uno scritto di chi ha vissuto quell’esperienza sulla propria pelle può permettere a chi non c’era di capire tutto. Grazie ancora.

 

#14 porthos (640) – lettore

il 04.10.08 alle ore 13:13 scrive:

Gentile Professore, non solo ha trovato la misura giusta, ma vi ha aggiunto, con ferma e signorile sobrietà, il giusto peso e la piena e meritata qualità. Mi permetta di esprimerLe la mia piena solidarietà e, condivisione, dei suoi giustissimi e sacrosanti sentimenti. Cordialità

 

#15 francyderasmo (167) – lettore

il 04.10.08 alle ore 13:16 scrive:

complimenti professore, con la sua lettera lei ha riscattato molti ex soldati che avevano voglia di scrivere e denunciare le motivazioni delle loro scelte guidate da puro idealismo e che invece si sono ritrovate in un inferno che neppure immaginavano. credo che la sua lettera abbia rassicurato tante persone togliendo quel piccolo rimorso che ancora attanagliava la loro anima, per aver seguito, inconsciamente, delle persone che avevano la mente annullata dal potere e dalla violenza.

 

#16 Wolf (1645) – lettore

il 04.10.08 alle ore 13:35 scrive:

Bella lettera.

 

#17 Giorgio Rubiu (225) – lettore

il 04.10.08 alle ore 13:39 scrive:

Professore,da coetaneo che quei tempi li ha vissuti a pochi chilometri di distanza da dove era Lei,posso dirLe che Lei ha trovato “la misura giusta”. Lontani da inutili e sterili recriminazioni. Memori di fatti che i nostri occhi spaventati e non più innocenti,hanno visto e che siamo in grado di ricordare con la pacatezza che ci viene dalla nostra età e dalle esperienze vissute in seguito. L’anno prima che Lei cercasse di arruolarsi per la prima volta,mio padre,quarantunenne,morì,da carabiniere del reparto Celere,a Millerovo (Ucraina).Un nome che non ha alcun riferimento geografico essendo stato una definizione di comodo dell’esercito italiano. Mi piace credere che,la dove c’era la sua povera tomba,oggi vi siano fertili campi di grano con un mucchio di papaveri che terranno il posto dei fiori che non potemmo mai portargli. Il suo articolo mi ha fatto a piangere lacrime con non sapevo più di avere. Ed io,per questo,Le sono assolutamenet grato.

 

#18 gigigi (280) – lettore

il 04.10.08 alle ore 14:08 scrive:

Si, si, bravissimo professore. Finalmente una persona degnissima quale e’ sicuramente Lei, ha compiuto il gesto ideale nei confronti di cotanto politico, che usa da sempre, l’opportunismo, per migliorare la qualità della vita, la sua. Quando io, vecchio Sottufficiale MM, ho scritto il mio pensiero, forse troppo decisamente contro questo signore, il Giornale mi rischiamo giustamente all’ordine, negandone la pubblicazione. Sono contento che la “misura giusta” sia venuta da Lei, vero rappresentante di vita vissuta di quel periodo in cui la vita di un Soldato della Repubblica di Salò non valeva un soldo bucato. Grazie e che Dio La benedica.

 

#19 giuseppe galiano (109) – lettore

il 04.10.08 alle ore 15:59 scrive:

Bravo Professore, sapesse quanta gente la pensa come Lei.

 

#20 Sylvia Mayer (2184) – lettore

il 04.10.08 alle ore 16:07 scrive:

Il massimo dello sconforto,leggendo articoli come questo, è sapere poi che i vecchi comunisti,i maestri dell’attuale”sinistra”,eran stati quasi tutti fascisti. Ma cambiarono bandiera pochi giorni prima o subito dopo,e da subito ostracizzarono gli ex fascisti o quelli che neppure lo erano stati che non erano approdati nelle fila della”sinistra”. Occultando il loro passato con l’aiuto dei monopolizzatori della cultura dalla loro parte,presentandosi vergini giudici degli altri. Si veda il caso Gunter Grass. Si legga”Cancellare le tracce”di Pierluigi Battista,ricco anche di una bibliografia fra cui scegliere se si vuol sapere. C’erano praticamente tutti,fascisti ed antisemiti,quelli che poi divennero i soloni comunisti e di “sinistra”. Quelli che passarono da Mussolini a Stalin senza soluzione di continuità. Da un dittatore ad un altro. Triste non e’che lo siano stati,ignobile e’che puntino il dito contro altri che lo furono. Ancora oggi. Spesso,esattamente gli stessi. Ex fascisti ed ex comunisti.

 

#21 Sylvia Mayer (2184) – lettore

il 04.10.08 alle ore 16:09 scrive:

L’ha trovata,la misura giusta. E glie ne sono profondamente grata,perchéil bisogno di sapere che esiste onestàintellettuale e’ fortissimo. Sono nata dopo tutto questo,non posso sapere come sarei stata se fossi vissuta allora. E’stato quindi più facile,per me,essere contraria al fascismo da subito,e di esserlo divenuta ancora di più nel tempo con gli strumenti culturali che io ho avuto,e lei no. Quegli stessi strumenti che,comunque pochi e poco a disposizione,mi insegnarono ad essere anticomunista. Capisco la sua posizione perché anch’io sento inaccettabile,nel più intimo di me stessa,che gente adulta che sapeva e che ciò nonostante e’stata comunista e si e’spesa fino a ieri perché questo Paese lo diventasse,dispensi accuse ed assoluzioni agli altri. Che questa gente,insieme ad altri che del comunismo fanno ancora la loro bandiera,possa sedere in Parlamento.

 

#22 utordone (255) – lettore

il 04.10.08 alle ore 16:39 scrive:

Certo Di Federico, certo che ha trovato la misura giusta e glie lo dice uno il cui padre (impiegato civile del Ministero degli Interni) della repubblica di Salò, ha per questo rischiato la vita e perso il lavoro. Ma queste per molti, sono bazzecole. Il fatto è che nella valutazione dei fatti, spesso mi dico che i partigiani “rossi” i quali combattevano non per la democrazia ma per instaurare un regime stalinista, neanche loro sapevano degli eccidi compiuti da Stalin nel gli anni del suo regime. Ma di fronte alle stragi di innocenti compiute da quei partigiani, il “credo” nell’ideale, diventa (e di molto) secondario: loro uccidevano tutti coloro che si erano macchiati della colpa di aver creduto nel fascismo (anche chi non aveva versati una goccia di sangue innocente): ultima considerazione: gli alleati arruolavano volontari italiani e li inquadravano in regolari reparti da combattimento: perchè i partigiani non l’anno fatto provocando,di fatto,il consumarsi delle “decimazioni” ?

 

#23 micuomo (84) – lettore

il 04.10.08 alle ore 16:52 scrive:

Complimenti al professore Di Federico:ha raggiunto un giusto equilibrio di valutazione e di sentimenti. Vero che il condizionamento di educazione e di propaganda ha spinto verso la Repubblica di Salò molti volontari : sembra che molti non fossero volontari ma costretti dalle autorità locali con ricatti di vario genere. Comunque sempre ITALIANI che difendevano la loro ITALIA. Nessuno ha diritto di condannare chi per amore patrio è morto senza badare a interessi personali. I cimiteri militari sono solo croci e nomi. La storia e la politica sono esattamente l’opposto. saluti micuomo

 

#24 MLPremuda (14) – lettore

il 04.10.08 alle ore 17:25 scrive:

Grazie per questo articolo, professore. Ho qualche anno meno di lei, ma quei tempi li ricordo. La mia famiglia, in buona parte, “sentiva” come la sua. Ho sempre pensato che fossero tempi in cui un giovane che sceglieva la parte sconfitta lo faceva in totale purezza d’intenti. Il che non era sempre vero per la parte opposta. Lei me lo ha confermato. Grazie ancora.

 

#25 Biri107 (340) – lettore

il 04.10.08 alle ore 17:34 scrive:

Sì, caro professore, lei è riuscito perfettamente nel suo intento, ed ha la stima e la solidarietà (e anche l’affetto) di tutti noi. Ecco un resoconto fedele di ciò che animava la maggior parte dei “ragazzi di Salò”. Ciò che animava i loro avversari invece, a parte la gran massa di opportunisti degli ultimi giorni, era il progetto di realizzare in Italia un regime di tipo sovietico, legato a Mosca. E a tal fine non si facevano scrupolo di scatenare la reazione tedesca sulla popolazione inerme (vedi Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, ecc), che nei loro piani sarebbe dovuta insorgere e fare la “rivoluzione”. Svanito quel progetto (la “Resistenza tradita”!), si sono poi sfogati – a guerra finita – in vendette personali e pulizie etniche. E oggi – dopo sessant’anni – loro sono “la scelta giusta”, quelli che dispensano riconoscimenti e patenti di democraticità. Il nostro professore invece è il “Male assoluto”. Evviva.

 

#26 Giorgio Rubiu (225) – lettore

il 04.10.08 alle ore 17:52 scrive:

# 16 wolf – “Bella lettera” è, per la sua brevità e sincerità, il miglior commento che sia stato scritto. La stringatezza del messaggio non riesce a nascondere l’emotività e la commozione. Bravo! Come sempre!

 

#27 walt40 (4) – lettore

il 04.10.08 alle ore 18:01 scrive:

Grande Professore Emerito Giuseppe Di Federico, io la penso esattamente come Lui, il comunista Violante sta lecchinando il centrodestra per essere eletto a capo del Consiglio superiore della Magistratura.

 

#28 nando_romano (3) – lettore

il 04.10.08 alle ore 18:51 scrive:

che dire a un uomo così, ONORE al MERITO, e a tutti quelli che all’epoca dei fatti si comportarono in quella maniera, perchè ritennero giusto mantenere una parola data!

 

#29 Giuseppe Balzan (125) – lettore

il 04.10.08 alle ore 19:48 scrive:

Onore alla Sua persona e grazie per aver raccontato la sua storia c’ero anch’io quindi può pensare come io la possa aprezzare Saluti e tanta salute Giuseppe

 

#30 roby55 (87) – lettore

il 04.10.08 alle ore 20:14 scrive:

Condivido pienamente. Complimenti prof. Di Federico.

 

A proposito di Falcone…..

31 maggio 2002 beppe Nessun commento

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