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L’anomalia giudiziaria

15 agosto 2003 beppe Nessun commento

Il Giornale, 15 agosto 2003

Ho spesso avuto occasione di incontrare componenti dei Consigli superiori della magistratura di altri paesi dell’Unione Europea. Grande è sempre stata la loro sorpresa  nell’apprendere che il nostro CSM pretende di censurare i presidenti del Consiglio dei ministri che si sono espressi in maniera irriguardosa nei confronti dei magistrati, oppure anche di censurare iniziative non gradite ai magistrati che si assumono in Parlamento.  Mi hanno assicurato che da loro non sarebbe possibile sia perché quei compiti sono di esclusiva competenza del Palamento sia anche  perché non rientrano tra quelli loro attribuiti.  La loro sorpresa si è trasformata in “costernata incredulità” -si tratta di un eufemismo-  quando ho detto loro che neppure la nostra Costituzione e le nostre leggi attribuiscono al CSM quelle competenze e che ciò nonostante quelle censure vengono comunque adottate.

Sta per accadere di nuovo.

Diversi giorni fa l’On. Bondi ha proposto, con accenti molto duri, di istituire una commissione di indagine parlamentare che indaghi sulle violazioni commesse dai magistrati nell’esercizio delle loro funzioni.  I membri laici del CSM eletti su indicazione del centro-sinistra ed i magistrati che nel CSM rappresentano le varie correnti del sindacato della magistratura hanno predisposto un documento in cui si censura l’iniziativa parlamentare dell’On Bondi perché minaccerebbe l’indipendenza della magistratura e violerebbe il principio della divisione dei poteri.  Stando alle notizie apparse sui giornali quel documento di censura sarà sottoposto all’approvazione del CSM.  C’è da crederci perché iniziative di quel tipo sono da molti anni ricorrenti.

Le critiche  che possono muoversi all’iniziativa in atto sono numerose  e non possono certo essere tutte qui considerate nelle loro molteplici implicazioni.  Non riguardano solo il fatto, alquanto singolare, di censurare un’iniziativa, quella dell’On. Bondi, che certamente rientra tra le competenze del Parlamento pretendendo che essa costituisca, invece, una violazione della divisione dei poteri  (ma che dovrebbe fare un parlamentare, chiedere la preventiva autorizzazione al CSM ?).  L’iniziativa dell’On. Bondi è già stata aspramente condannata dal sindacato dei magistrati (cosa del tutto legittima).  Ora i suoi rappresentanti in Consiglio vorrebbero una condanna  anche da parte del CSM, con ciò stesso trasformandolo in una cassa di risonanza del loro sindacato.  Non sembra proprio che ciò giovi al prestigio istituzionale ed all’autorevolezza del CSM.

Non meno anomalo è il fatto che il CSM pretenda di appropriarsi di competenze che non gli sono state attribuite ed al contempo non svolga  compiti di grandissima rilevanza che invece le sono espressamente attribuiti dalla Costituzione e dalle leggi.  Un solo esempio.  La Costituzione prevede che il CSM debba provvedere alle promozioni dei magistrati.  Varie leggi stabiliscono rigorosi criteri in base ai quali i magistrati debbono essere valutati ai fini delle promozioni ai vari livelli della carriera (competenza tecnica, diligenza, operosità, preparazione mostrata nell’espletamento delle funzioni giudiziarie ecc.).  E’ un compito di grandissimo rilievo perché è inteso a garantire ai cittadini le qualificazioni professionali di giudici e pubblici ministeri che rimangono in carriera per 40-45 anni.  Il CSM,  composto in consistente maggioranza da magistrati, ha assolto a tale sua funzione in una maniera che va al di là del più spinto lassismo per divenire di fatto puro e semplice rifiuto di dare applicazione a Costituzione e leggi in materia. Da ormai più di 35 anni, infatti, i magistrati vengono tutti promossi fino ai livelli massimi della carriera, salvo rarissimi casi di eclatante quanto visibile demerito (come le gravi violazioni disciplinari o penali).  Anche in questo caso il CSM si è di fatto trasformato in organo di esecuzione delle aspettative corporative del sindacato dei magistrati. 

Aggiungo solo una postilla che riguarda i ricorrenti quanto inconcludenti contrasti tra politici e magistratura in Italia. 

Tutti  i paesi sono da tempo teatro di contrasti tra classe politica e magistratura, anche a causa degli accresciuti poteri decisori dei giudici in tutte le democrazie.  Da noi questo fenomeno è più ricorrente perché i poteri della nostra magistratura sono più ampi e meno trasparenti che in altri paesi. L’esempio più evidente, ma non il solo, è quello del nostro pubblico ministero che di fatto può con ampia discrezionalità indagare, anche di sua iniziativa, su ciascuno di noi in piena segretezza per periodi molto prolungati, svolgendo direttamente attività di polizia in maniera assolutamente indipendente. Dell’ampia discrezionalità di cui gode nello svolgimento di tali attività non porta nessuna responsabilità neppure quando anni dopo le sue iniziative, spesso costose e dannosissime per il cittadino innocente, si rivelano del tutto infondate.  Che un tale pubblico ministero, da un canto poliziotto-indipendente e dall’altro collega del giudice, sia figura a dir poco anomala in un sistema democratico è fuor di dubbio (non esiste in nessun altro paese a consolidata democrazia).  Che generi ricorrenti reazioni, anche rabbiose ed “al di sopra delle righe”, è del tutto comprensibile. E’ anche comprensibile che una tale magistratura abbia un grande potere contrattuale nei confronti della classe politica (i molti politici innocenti spazzati via  dalle iniziative giudiziarie di “tangentopoli” sono un efficace monito per tutti).  Anche per questo è comprensibile che finora nessuna delle molte iniziative volte a riformare il nostro anomalo assetto giudiziario sia mai andata in porto.  

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Cari consiglieri, mi contestate soltanto di essere troppo coerente

3 agosto 2003 beppe Nessun commento

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Il pubblico poliziotto

28 luglio 2003 beppe Nessun commento

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Legittimo sospetto

23 luglio 2003 beppe Nessun commento

Il Giornale, 23 luglio 2003

            La difesa dell’On. Previti ha ripetutamente chiesto di conoscere il contenuto del fascicolo processuale 9520/ 95 aperto contro ignoti dalla Procura di Milano nel lontano 1995.  Egli ritiene che contenga informazioni utili alla sua difesa.  Che quindi quel fascicolo riguarderebbe persone note e sarebbe stato illegittimamente iscritto tra quelli contro ignoti al fine di consentire ai PM di protrarre in piena indipendenza e senza trasparenza alcuna le loro indagini di polizia ben oltre i limiti consentiti dalla legge.  I pubblici ministeri Boccassini e Colombo hanno ripetutamente rifiutato di rivelare il contenuto di quel fascicolo sostenendo che le indagini, dopo ben otto anni, sono ancora in corso.  Il Ministro della giustizia Castelli ha disposto che sia effettuata una ispezione da parte dei magistrati del Ministero per accertare, tra l’altro, quale sia il contenuto di quel fascicolo, per accertare se in esso si ipotizzino reati riguardanti persone note e per sapere perché le indagini non si siano ancora concluse.   I pubblici ministeri di Milano hanno negato l’accesso al contenuto del fascicolo anche ai loro colleghi del Ministero invocando il segreto istruttorio.  Hanno inoltre chiesto al CSM di tutelare la loro indipendenza contro l’invadenza dei magistrati-ispettori. Una commissione del CSM ha predisposto, a maggioranza, un documento in difesa dei PM milanesi su cui il CSM delibererà in settimana.

            Al cittadino che viene quotidianamente bombardato da informazioni sulla permanente   rissosità che da vari decenni caratterizza il pianeta giustizia, la vicenda può apparire come una delle solite, insulse liti di cortile tra avvocati, magistrati, Ministero della giustizia, CSM.  Non è così perché in questo caso sono in gioco valori fondamentali in democrazia: cioè il diritto del cittadino  a non essere sottoposto a prolungate indagini senza neppure sapere che su di lui si sta indagando, e quindi anche senza avere la possibilità di difendersi con immediata efficacia  Dopo molti anni può anche aver perso la circostanziata memoria dei fatti che gli vengono addebitati, aver perso documenti a discolpa, ecc.  Proprio per tutelare il cittadino contro questa inaccettabile e traumatica evenienza la legge prevede che le indagini non possano durare più di sei mesi salvo che il giudice, per i reati particolarmente gravi, non ne autorizzi espressamente la prosecuzione fino ad un massimo di due anni.

            Ovviamente io non conosco il contenuto del fascicolo i cui segreti sono tenacemente custoditi dai dott. Colombo e Boccassini e non posso quindi affermare che essi, in violazione della legge e dei diritti del cittadino, svolgano da otto anni, senza risultati utili, indagini su persone note  pretendendo formalmente di svolgere indagini su reati commessi da ignoti.  Il sospetto che ciò possa essere vero è tuttavia  pienamente legittimo e giustificato.  Vediamo perché.

            Nel 1995 e nel 2000 sono state condotte, e poi pubblicate, due diverse indagini  sui diritti di difesa dei cittadini, intervistando ogni volta un campione di 1000 avvocati penalisti. Una schiacciante maggioranza di essi ha indicato vari espedienti con cui i pubblici ministeri prolungano illegittimamente le indagini, al di fuori di qualsiasi controllo.  Tra i vari espedienti segnalati anche quello di iscrivere come ignoti procedimenti che invece riguardano cittadini i cui nomi sono noti. Nel 1995 il 67% dei 1000 avvocati intervistati denunziava il verificarsi di questo preoccupante fenomeno, nel 2000 il 63,5%. E’ possibile che tanti avvocati, cioè 1.350 su 2000 dicano spudoratamente il falso?  Non è credibile. A riguardo, peraltro, esiste una autorevole testimonianza del più noto dei PM milanesi di “mani pulite”, cioè Antonio Di Pietro.  Nel settembre 1997, quando si era già dimesso dalla magistratura, tenne una serie di seminari a pagamento per trenta avvocati in quel di Sansepolcro. Anche una giornalista, Sabrina Cottone, pagò la quota di iscrizione e ascoltò le lezioni impartite da Di Pietro prendendo copiosi appunti.  Nel corso dei seminari Di Pietro scoprì che era una intrusa e trovò il modo di comunicarle che aveva già “rifilato” 307 denunzie nei confronti di giornalisti che avevano scritto cose non vere su di lui.  Il successivo 21 settembre Sabrina Cottone scrisse, comunque, un articolo su questo stesso quotidiano dal significativo titolo “Di Pietro svela i trucchi da Pm: a Milano facevo certi giochini…”.  Tra i vari “giochini” di cui rivelò la natura vi era anche quello -neppure il più grave- di iscrivere nel registro degli ignoti indagini che invece riguardavano personaggi noti, proprio al fine di prolungare le indagini oltre i termini previsti dalla legge (per gli altri “giochini” vale la pena di rileggere quell’articolo).  Di Pietro non ha mai personalmente smentito quanto detto dalla giornalista, e non l’ha denunziata per aver detto il falso (vi erano allora, come potenziali testimoni, i trenta avvocati che avevano partecipato ai seminari ed avevano la memoria fresca).   Le rivelazioni della giornalista fecero allora scalpore e molti espressero la loro riprovazione (tra questi l’On. Pisapia e l’ex presidente della Corte Costituzionale Gallo).   L’allora Ministro della giustizia Flick manifestò l’intenzione di inviare i suoi ispettori alla Procura di Milano.  Non mi risulta che l’abbia poi fatto. Meglio non avere grane coi PM di Milano.

            Nei giorni scorsi molte sono le voci che hanno espresso sdegno per i dubbi avanzati sulla correttezza dei comportamenti dei pubblici ministeri di Milano nella gestione dei procedimenti contro ignoti.   Lo stesso CSM è stato investito del compito di condannare l’ispezione ministeriale, pur non avendo alcuna competenza in materia.  A me sembra che i dati di fatto dianzi riferiti legittimino appieno quei dubbi.   E’ stato più volte detto che i dubbi sulla correttezza di chi svolge funzioni pubbliche sono il sale della democrazia.  Mon si capisce perché solo per i PM tale regola non debba valere.  E’ invece proprio nell’interesse della giustizia  che quei dubbi vengano fugati con la massima trasparenza e tempestività.    

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Il CSM non è il sindacato dei giudici

13 luglio 2003 beppe Nessun commento

Il Giornale, 13 luglio 2003

Nel maggio scorso il Presidente del Consiglio dei ministri ha, a più riprese, pubblicamente ed aspramente criticato i comportamenti e gli atti giudiziari di alcuni magistrati di Milano, Palermo e Torino.  Il sindacato dei magistrati, ha replicato condannando duramente il comportamento del Presidente del Consiglio.  Fin qui nulla di strano, poiché è certamente nel buon diritto di un sindacato reagire in questo modo.  Non si è tuttavia limitato a questo.  I 16 magistrati che rappresentano in seno al CSM le varie correnti di quel sindacato hanno chiesto che anche l’organo di autogoverno della magistratura censurasse il Presidente del Consiglio.    Nella seduta del CSM del 19 giugno scorso la maggioranza del CSM ha espresso tale censura dopo aver respinto una pregiudiziale nella quale alcuni consiglieri evidenziavano come fosse incompatibile con il nostro assetto costituzionale che il CSM potesse valutare i comportamenti politici del Primo ministro. 

Alcuni giorni fa, nel corso di un programma di un’emittente radiofonica francese, il Primo ministro ha di nuovo espresso valutazioni estremamente negative sul comportamento di alcuni magistrati e sul modo con cui esercitano le funzioni giudiziarie.  Non sappiamo se con questo egli intendesse anche segnalare subito al CSM la irrilevanza ed inutilità delle censure che gli aveva rivolto.  Nella sostanza, tuttavia, le sue nuove critiche assumono chiaramente anche quel significato.  Per una curiosa, e forse irriguardosa, associazione a me è subito venuto in mente la riposta che George Bernard Shaw diede ad un giornalista che gli aveva inviato un “pezzo” in cui criticava un suo lavoro teatrale.  Gli scrisse:  “Sono seduto nella stanza più piccola della mia casa.  Ho il suo pezzo dinanzi a me. Presto sarà dietro di me”.

Non intendo qui entrare nel merito delle accuse rivolte dal Presidente Berlusconi ad alcuni magistrati.  Su questo si sono già versati fiumi di parole sia da parte di chi lo approva che da parte di chi lo disapprova.  E’ più utile considerare le implicazioni istituzionali di quanto avvenuto.

A me sembra evidente che in sistema parlamentare, nel nostro come in quello di altre democrazie,  i comportamenti e le valutazioni politiche del Primo ministro possano essere  istituzionalmente censurate solo dal Parlamento.  Anche nel 1985 i magistrati tentarono di far censurare dal CSM le dichiarazioni di un Primo ministro, cioè Bettino Craxi.  Ciò fu allora impedito dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nella sua qualità di presidente del CSM.   Questa volta i meccanismi istituzionali intesi a mantenere il CSM nell’ambito delle sue competenze istituzionali non hanno funzionato.   E’ stata approvata una censura che non ha sortito, né poteva sortire, alcun effetto e che è stata addirittura ridicolizzata dalle successive dichiarazioni del Primo ministro.  Da questa vicenda i magistrati dovrebbero trarre un insegnamento:  non  è utile neppure per loro utilizzare il CSM come cassa di risonanza del loro sindacato perché se ne svilisce il ruolo ed il prestigio istituzionale.  Non mi faccio tuttavia illusioni che la lezione sia stata compresa.   Infatti il sindacato dei magistrati, resosi conto della inefficacia della censura pronunziata dal  CSM,  ha ora deciso di alzare il tiro.  Il 5 luglio scorso ha deliberato di adire il Parlamento Europeo per ottenere anche in quella sede una qualche reprimenda del nostro Primo Ministro.  A molti potrà sembrare una iniziativa cervellotica o velleitaria, frutto di un delirio di onnipotenza.   Non è così.  Da molti anni l’influenza del sindacato dei magistrati ha potuto contare sulla presenza diffusa di suoi componenti in tutte le istituzioni nazionali (magistrati parlamentari, membri dell’esecutivo nazionale, presidenti di regione, sindaci, assessori, consulenti del Parlamento, del Presidente della Repubblica, distaccati presso vari ministeri, assistenti presso la Corte Costituzionale, ecc.).  Ora i nostri magistrati sono presenti ed attivissimi anche in molte delle istituzioni dell’Unione Europea (tra l’atro siede nel Parlamento Europeo, eletta nelle liste dei DS, un ex presidente del sindacato della magistratura, Elena Paciotti, di grande capacità professionale e di consumata abilità politica).  Sono tutte presenze che hanno concorso in passato e concorreranno in futuro ad alterare nella sostanza quei meccanismi dei pesi e contrappesi che sono a garanzia del corretto funzionamento delle istituzioni sia al livello nazionale che internazionale.  Purtroppo a queste alterazioni nessuna forza politica ha finora voluto o potuto porre rimedio.

 

       

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Penalisti ignoranti e strapotere delle toghe

3 luglio 2003 beppe Nessun commento

Il Giornale, 3 luglio 2003

 La scorsa settimana gli avvocati penalisti hanno effettuato 5 giorni di astensione dalle undienze.  Quando lo scorso anno scioperarono i magistrati molti giornali se ne occuparono discutendo le ragioni, invero ambigue, di quello sciopero.  Numerosi furono anche i commenti degli uomini politici.  Scarso è stato l’interesse mostrato dalla stampa e dai politici per le ragioni degli avvocati. Un segno oltremodo evidente della enorme sproporzione tra il potere di contrattazione ed influenza che le due categorie, dei magistrati e degli avvocati, hanno nel nostro sistema politico e giornalistico, visto che in entrambi i casi vi è stato lo stesso danno dell’interruzione del normale funzionamento della giustizia.   Né si può dire che le ragioni del disinteresse sia dovuto allo scarso rilievo dei motivi che hanno indotto gli avvocati penalisti all’astensione.  Essi lamentano che la modifica dell’art. 111 della Costituzione,  introdotta per dare ai cittadini le garanzie di un giusto processo, non sia stata seguita dalle riforme legislative, ordinamentali e processuali, che sono necessarie a rendere quelle garanzie effettivamente operanti.   Riforme che riguardano la divisione delle carriere dei giudici e pubblici ministeri (PM), i codici penali di merito e processuale, la effettiva difesa dei meno abbienti.

Per far comprendere ai lettori la rilevanza delle ragioni degli avvocati è utile ricordare i risultati di una ricerca condotta dall’Istituto di Ricerca sui Sistemi Giudiziari del CNR in tre diversi momenti: nel 1992, nel 1995 e nel 2000.  Ogni volta sono stati intervistati telefonicamente 1000 avvocati penalisti ed i risultati sono illustrati in un libro,“Processo penale e diritti della difesa”, pubblicato dell’editore Carocci lo scorso anno.  

Tra le molte, gravi, limitazioni dei diritti del cittadino nell’ambito processuale e della sua eguaglianza di fronte alla legge la maggioranza degli avvocati penalisti segnala: che i singoli PM esercitano una ampia discrezionalità nel definire le priorità nell’esercizio dell’azione penale e nell’uso dei mezzi di indagine, anche sulla base di loro orientamenti ed aspirazioni personali; che a dispetto della legge i PM solo rarissimamente cercano prove a discarico dell’imputato, ed a volte addirittura le nascondono; che usano vari stratagemmi per prolungare le indagini oltre il termine consentito dalla legge; che spesso intimidiscono i testimoni per ottenere testimonianze favorevoli alle loro tesi accusatorie; che il giudice per le indagini preliminari tende ad accettare acriticamente le richieste che provengono dal suo collega PM; che lo stesso giudice di prima istanza non è imparziale (lo dice in varie forme il 50% circa degli intervistati) e anche in questa sede tende a favorire le tesi accusatorie del suo collega PM.

Mentre la dimensione di questi fenomeni nella elevata misura fornita dagli avvocati può essere messa in dubbio, ben difficile sarebbe sostenere che quei fenomeni siano frutto della loro fantasia e non corrispondano in misura più o meno ampia alla realtà del nostro processo penale.  I riscontri sono molteplici.  Faccio un solo esempio, tra i molti che potrei fare, con riferimento ad una delle segnalazioni più gravi fatte dagli avvocati, quella che i PM a volte -lo dice il 13,3% di loro- nascondano impunemente persino le prove a discarico:  nel 1998 è stato assolto in sede disciplinare  un PM che aveva tenuto nascoste al giudice del tribunale della libertà l’esistenza di decisive prove a discarico di un detenuto in carcerazione preventiva che è stato poi scarcerato solo molti mesi dopo.

Con quanto sin qui detto non voglio certamente affermare che le proposte di modifica ordinamentale e processuale suggerite dagli avvocati, pur ampiamente condivisibili, siano tutte sufficienti od efficaci.  Faccio un solo esempio con riferimento alla loro quasi unanime richiesta di dividere, anche in Italia, la carriera dei giudici da quella dei PM.   L’appartenenza a due diversi corpi professionali assicurerebbe la terzietà del giudice tra le parti processuali.  Eviterebbe cioè per il futuro quelle solidarietà processuali che derivano dall’appartenenza di giudici e PM allo stesso corpo e che operano a scapito della difesa.  Questa innovazione, comunque auspicabile, non sarebbe di per sé molto efficace.  La stessa maggioranza degli avvocati segnala l’ampia discrezionalità dei PM nell’esercizio dell’azione penale e nell’uso dei mezzi di indagine. Non si capisce come si possa pensare di ridurre questi fenomeni, gravemente lesivi dei diritti dei cittadini, se non regolando e responsabilizzando i PM nell’esercizio di quelle funzioni, così come avviene negli altri paesi democratici.  Non certo con la sola divisione delle carriere.  Per giunta se ci si limitasse a questa sola innovazione ordinamentale, come si può ritenere  che una volta separati i circa 2000 magistrati che ora svolgono funzioni di PM dai circa 7000 che svolgono funzioni di giudice, questi ultimi di punto in bianco considererebbero i PM meno colleghi di prima pur seguitando ad appartenere entrambi allo stesso sindacato, a lavorare negli stessi uffici, ad avere in comune lo stesso CSM? 

Aggiungo due postille.

 La prima.  Se gli avvocati hanno ritenuto di rappresentare tanto drammaticamente la scarsa protezione dei diritti dei cittadini nel processo penale per telefono ad un anonimo intervistatore,  non potranno non farlo anche nell’illustrare ai loro clienti le incertezze e avversità processuali che li riguardano.  La fiducia dei cittadini nella giustizia e la stessa legittimazione della funzione del giudice viene anche per questa via  ulteriormente e diffusamente compromessa.

La seconda postilla.  Di recente sul Corriere della Sera il mio amico Mannheimer ha pubblicato un sondaggio che rivelava l’aggravarsi della sfiducia dei cittadini nella giustizia.  Ha suggerito che ciò sia dovuto agli attacchi che molti politici pubblicamente rivolgono ai magistrati.  Questa analisi non mi convince per il semplice fatto che in termini di consenso elettorale sarebbe certamente controproducente per i politici attaccare, ora come in passato, una istituzione che invece gode la fiducia dei cittadini.

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Il CSM tenta un golpe istituzionale

12 giugno 2003 beppe Nessun commento

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Mettete sotto inchiesta i pm di Palermo

3 ottobre 2002 beppe Nessun commento

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Il suo credo: no ai teoremi sì alle prove

23 maggio 2002 beppe Nessun commento

Il Messaggero, 23 maggio 2002

Le commemorazioni di Giovanni Falcone nel decennale della sua morte hanno generato forti polemiche tra centrosinistra e controdestra.  Sarebbe stato un bene se ciò non fosse avvenuto.  Non si può tuttavia far finta di non aver sentito alcune delle cose che sono state dette da entrambe le parti.

Violante ed altri esponenti del suo partito ci assicurano che Falcone sarebbe contrario alle innovazioni che la Casa delle Libertà ha proposto e sta proponendo in materia di giusto processo perché con esse si indebolirebbe l’azione di contrasto alla criminalità organizzata.  Per ovvii motivi non è possibile accertare se abbiano ragione.  Tuttavia qualche perplessità può essere avanzata.  Ayala, che è stato pm per processi istruiti da Falcone e che ora è senatore dei DS, ha giustamente ricordato di recente che sulla base delle istruttorie di Falcone non si era mai perso un processo perché Falcone “non mandava l’imputato davanti al giudice del dibattimento” se non aveva prima acquisito prove certe.  Avendo sempre coltivato con rigore questo orientamento -che serve anche a tutelare il cittadino dalle sofferenze e dai danni di un processo infondato- mi sembra difficile immaginare che Falcone non avrebbe ritenuto egli stesso opportuno introdurre modifiche nel nostro assetto processuale se avesse potuto assistere ai molti processi che si sono celebrati a Palermo sulla base di “prove” che sono state ricorrentemente sconfessate a livello di dibattimento (processi ad Andreotti, Mannino, Contrada, ecc.) o se avesse assistito ai processi ancora più numerosi di tangentopoli che si sono risolti nel nulla. 

Mi sposto sul versante politico opposto.  Berlusconi ha affermato “La nostra riforma dell’ordinamento giudiziario si rifà a molte di quelle che furono intuizioni di Falcone”.  C’è molto di vero in questa affermazione se si guarda al programma della Casa dalle Libertà (e più ancora se si guarda al progetto di riforma che Forza Italia presentò in sede di Commissione bicamerale nel 1996).  Quella affermazione è meno convincente se si considerano invece le timide proposte di riforma dell’ordinamento giudiziario di recente avanzate dal Governo.  Vediamo perché.

Fin dagli ultimi anni della sua esperienza di giudice istruttore Falcone aveva maturato la convinzione che per una efficace azione di contrasto alla mafia, e più in generale per una più efficiente amministrazione della giustizia, non fosse sufficiente l’iniziativa ed il personale impegno di singoli magistrati, o di un gruppo di magistrati che spontaneamente fosse disposto a collaborare.  Era necessario assicurare una maggiore preparazione professionale dei magistrati ristabilendo quelle valutazioni che il CSM aveva di fatto abolito e, coll’avvento del nuovo processo penale, separare il ruolo del giudice da quello del pm, mettere da parte il “feticcio” dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilizzare i pm nell’esercizio dell’azione penale rispetto a politiche criminali predeterminate e coordinate, soprattutto per quanto concerne le indagini sulla criminalità organizzata, a livello nazionale e internazionale.  Non dico queste cose sulla base delle numerose occasioni di riflessione comune su quei problemi che ebbi con Falcone a partire dal l987.  Sono cose che lui stesso ha scritto con molta chiarezza in relazioni stampate di cui questo giornale ha pubblicato alcuni significativi stralci proprio ieri.  Sono quelle le idee riformatrici che gli valsero l’avversione e l’implacabile ostracismo dell’Associazione magistrati, del CSM, e del Partito Comunista (delle cui politiche giudiziarie era allora responsabile proprio l’On. Violante).

Indubbiamente le esigenze di innovazione in materia di ordinamento giudiziario che interessavano Falcone sono presenti nel “Piano di governo per una legislatura” presentato dalla Casa delle libertà: per le elezioni del 2001. Prevede infatti esplicitamente effettivi ed efficaci vagli di professionalità per i magistrati, divisione delle carriere dei giudici e pm, priorità nell’esercizio dell’azione penale fissate dal Parlamento (e quindi anche la conseguente responsabilizzazione dei pm rispetto ad esse).  Queste intenzioni innovatrici espresse in sede elettorale non sono invece facilmente riconoscibili nelle proposte di legge presentate dal Governo al Parlamento ove non appare la separazione delle carriere tra giudici e pm ma solo una più rigida separazione delle funzioni, non appare la fissazione delle priorità nell’esercizio dell’azione penale ed appare solo una timida e parziale innovazione per ristabilire una seria valutazione della professionalità dei magistrati per la sola attribuzione delle funzioni di legittimità.

E’ comunque rimasta immutata l’avversione dell’Associazione Magistrati, del CSM, dei DS ( cioè degli eredi del Partito Comunista di allora) a qualsiasi riforma dell’ordinamento giudiziario che vada nella direzione voluta da Falcone, neppure nelle forme estremamente edulcorate predisposte dall’attuale Governo.

 

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Il nuovo CSM è già meglio del vecchio, ma le correnti restano forti

30 marzo 2002 beppe Nessun commento

Il Messaggero, 30 marzo 2002

Due giorni fa è stata approvata la legge che modifica il sistema per la elezione dei magistrati al CSM e riduce il numero dei componenti di quell’organo da 33 a 27 (fino al 1976 erano 24).  L’evento non ha ricevuto grande attenzione da parte degli organi di stampa.  Tra i maggiori quotidiani solo questo giornale ha messo la notizia in prima pagina (non il Corriere della Sera e neppure La Repubblica).  La ragione c’è.  Non solo le innovazioni sono, tutto sommato, modeste, ma chi si è opposto ad esse non è stato in grado di motivare né in Parlamento né fuori le ragioni della sua opposizione.  Le affermazioni dei magistrati, come Armando Spataro e Nello Rossi, o di parlamentari come il Senatore dei DS Gavino Angius, secondo le quali le riforme introdotte menomerebbero l’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono mai state accompagnate da analisi che spieghino il perché.  Non vi è in questa omissione una mancanza di diligenza.  Il fatto si è che neppure la più fervida immaginazione riuscirebbe a trovare un qualsiasi nesso tra una modesta diminuzione nel numero dei componenti del CSM e l’efficace tutela dell’indipendenza della magistratura.  Né da tale modesta diminuzione può discendere, come si è sostenuto, una minore efficienza del CSM.  E’ vero il contrario e ne abbiamo mostrato già il perché in un articolo pubblicato su questo giornale il 9 febbraio scorso.  Ed a riguardo ci pare significativo che l’attuale vice presidente del CSM, il Prof. Verde, abbia nella sostanza condiviso le conclusioni di quella nostra analisi in una intervista concessa al Corriere della Sera dopo l’approvazione della legge, ove ha dichiarato che con la riduzione del numero dei componenti del CSM “..si risolvono molti problemi…il plenum guadagnerà in termini di rapidità ed efficienza”. 

Se da un canto l’obiettivo del legislatore di rendere meno farraginosi i processi decisionali del CSM potrà in una qualche misura essere raggiunto con la (modesta) riduzione del numero dei suoi componenti non altrettanto si può dire per l’altro obiettivo della riforma.  Quello di ottenere con la riforma del sistema per le elezioni dei membri togati del CSM una riduzione del peso delle correnti in seno al CSM ed una minore incidenza del peso degli interessi corporativi nelle decisioni.  La creazione di un collegio unico nazionale per la elezione dei giudici e pubblici ministeri, la eliminazione delle liste elettorali delle varie correnti, ed una sola preferenza, renderanno certamente più difficile alle varie correnti della magistratura incanalare i voti di poco più di 8.000 elettori per ottenere comunque una propria rappresentanza nel CSM.  Non tuttavia impossibile, soprattutto per le correnti di maggiore consistenza e capacità organizzativa.  Ben maggiori difficoltà si sarebbero create alle correnti se invece del collegio unico nazionale si fossero creati tanti collegi uninominali per quanti sono i magistrati da eleggere.  Tuttavia, a mio avviso, il maggior difetto del nuovo sistema elettorale risiede altrove, e cioè nell’aver mantenuto un elettorato attivo indifferenziato che ha come effetto quello di accentuare le spinte corporative in seno al CSM.  Fino al 1968 coloro che svolgevano le funzioni magistrato di cassazione eleggevano nel proprio seno 6 rappresentanti, quelli più numerosi che svolgevano funzioni di magistrato di appello ne eleggevano 4, e quelli ancor più numerosi che svolgevano funzioni di magistrato di tribunale ne eleggevano nel proprio seno altri 4.  Questo tipo di sistema di votazione per categoria, con una maggiore rappresentanza dei magistrati delle giurisdizioni superiori, caratterizza ancora la elezione dei magistrati nei CSM degli altri paesi che hanno un corpo giudiziario simile al nostro (come ad esempio in Francia).  Per questa via, pur garantendo una rappresentanza dei livelli più bassi della carriera, si vuole tra l’altro assicurare che le valutazioni professionali dei giudici delle giurisdizioni inferiori vengano effettuate dai magistrati più qualificati delle giurisdizioni superiori.  Da noi invece, a partire dal 1968 i magistrati delle giurisdizioni superiori per essere eletti hanno dovuto cercare il consenso di quelle inferiori ed in buona sostanza assecondare le loro aspirazioni ad una carriera facile.  Cosa questa che da noi si è puntualmente verificata.  Salvo rare eccezioni tutti i magistrati raggiungono l’apice della carriera dopo 28 anni di servizio, nonostante la Costituzione e le leggi ancor oggi prevedano severi vagli di professionalità per le promozioni. 

Sono ben consapevole che l’assenza di effettive valutazioni di professionalità protrattasi per oltre 35 anni non garantisce più che i magistrati delle giurisdizioni superiori siano professionalmente più qualificati ad effettuare le valutazioni di professionalità di quelli che rimangono ad esercitare le funzioni nelle giurisdizioni inferiori.  Tuttavia con la reintroduzione del voto per categoria si sarebbe comunque avviato un processo che col tempo avrebbe reintrodotto anche in Italia maggiori garanzie sulla professionalità dei magistrati, soprattutto se accompagnata alla abolizione del così detto “ruolo aperto” che solo nel nostro Paese consente la promozione dei magistrati delle giurisdizioni inferiori a prescindere dalla vacanze esistenti nelle giurisdizioni superiori. 

 

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