Sulla consulta pesa il potere del Colle

8 settembre 2004 Commenti chiusi

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Corte costituzionale a rischio neutralità

6 settembre 2004 Commenti chiusi

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Di Federico: un errore la nomina europea di Berlinguer

22 maggio 2004 Commenti chiusi

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Separare le carriere non basta

3 aprile 2004 Commenti chiusi

Il Giornale, 3 aprile 2004

Si conclude oggi lo sciopero degli avvocati aderenti alle Camere penali.  La principale lagnanza degli avvocati riguarda il fatto che nei progetti di riforma dell’ordinamento giudiziario di cui si discute in Parlamento non è prevista la divisione della carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri (pm).  In alte parole, gli avvocati chiedono che i giudici ed i pm siano reclutati separatamente ed abbiano una diversa carriera.  Lo vogliono non per ragioni corporative, ma per garantire al cittadino un giusto processo.  A loro avviso, cioè, la divisione delle carriere porrebbe accusa e difesa sullo stesso piano di fronte al giudice. Il giudice diverrebbe finalmente imparziale perché verrebbe reciso quel legame di solidarietà di corpo tra giudici e pm.  Un legame organico che può portare il giudice a privilegiare le aspettative del suo collega pm, cioè di colui che accusa, rispetto alle richieste avanzate dall’avvocato che difende i diritti di libertà del cittadino. 

A mio avviso la richiesta degli avvocati è pienamente condivisibile e conforme agli ordinamenti di tutti gli altri paesi a consolidata democrazia che hanno un processo di tipo accusatorio.  E’ inoltre conforme ad una delibera del Parlamento europeo del 1997 sul rispetto dei diritti umani secondo la quale “è anche necessario garantire l’imparzialità dei giudici distinguendo tra la carriera dei magistrati che svolgono attività di indagine e quella del giudice al fine di assicurare un giusto processo”.  Non riesco, tuttavia, a comprendere come i dirigenti delle Camere penali possano ritenere di poter raggiungere gli obiettivi da loro voluti con la sola divisione delle carriere.  Che ciò non sia di per sé sufficiente risulta non solo dall’analisi delle soluzioni adottate negli altri paesi a consolidata democrazia, ma anche dalle stesse ricerche condotte, e già pubblicate, sulle esperienze professionali di un numero molto elevato di avvocati appartenenti alle Camere penali (G. Di Federico e M. Sapignoli, “Processo penale e diritti della difesa”, Carocci ed.).  Mi riferisco a ricerche condotte intervistando in diversi periodi e per ben tre volte un campione di 1000 avvocati penalisti.  Certamente una maggioranza, sempre crescente, di loro vuole una netta separazione delle carriere (si passa dal 78% del 1992 al 94,8% del 2000).  L’assoluta maggioranza di loro, tuttavia indica anche molte deviazioni dalle condizioni minime di un giusto processo che non possono certo sanarsi con la sola divisione delle carriere.  Con riferimento alle proprie esperienze professionali il 56,8% di loro sostiene che tra pm e pm esistono rilevanti differenze nella utilizzazione dei mezzi di indagine per casi del tutto simili; il 66,7% riferisce che i singoli pm usano criteri diversi nell’assumere le decisioni concernenti l’esercizio dell’azione penale e che in entrambi i casi le differenze, derivano dal desiderio di protagonismo o da orientamenti ideologici.  L’assoluta maggioranza degli avvocati sostiene, inoltre, che è prevalente tra i giudici per le indagini preliminari l’orientamento ad assecondare supinamente le richieste del collega pm, ed il 53,2% di loro in varia forma segnala che tra pm e giudice per le indagini preliminari (cioè tra controllato e controllore) esistono comunicazioni informali sui casi da decidere che rendono di fatto inefficace il ruolo dell’avvocato difensore con grave pregiudizio dei diritti di difesa del cittadino.  Molti altri dati di quella ricerca che assumono eguale significato potrebbero essere citati.  Mi sembra tuttavia che quelli  indicati siano sufficienti a mostrare come le disfunzioni che essi rivelano non possano essere sanate dalla sola divisione delle carriere di giudici e pm.  In altre parole non si capisce, né i dirigenti delle Camere penali ce lo spiegano, in quale modo la divisione delle carriere possa di per sé sanare o anche solo ridurre quei fenomeni che gli avvocati hanno indicato nelle interviste e che chiaramente minano alla base il giusto processo.  Le esperienze degli altri paesi democratici dimostrano che la divisione delle carriere di per sé ha un significato poco più che simbolico se non viene accompagnata da innovazioni volte a responsabilizzare e rendere trasparenti le attività del pm vincolandole a predefinite priorità nell’esercizio dell’azione penale e nell’uso dei mezzi di indagine.  Anche se gli avvocati ottenessero la divisione delle carriere, infatti, i pm che lo vogliono potranno seguitare ad operare, nella fase delle indagini, con tutta la libertà e discrezionalità di un poliziotto pienamente indipendente ed irresponsabile.  Pubblici ministeri e giudici seguiteranno ad operare congiuntamente nella stessa associazione sindacale e nelle sue correnti, seguiteranno a svolgere le loro funzioni l’uno accanto all’altro negli stessi palazzi di giustizia e ad eleggere lo stesso CSM.  In tali condizioni non credo proprio si possa realisticamente immaginare che tutto d’un tratto i circa 7.000 magistrati che attualmente esercitano le funzioni giudicanti non percepiranno più come colleghi , o considereranno meno credibili, i circa 2.000 magistrati che rimarrebbero a svolgere funzioni requirenti solo perché a partire da un certo momento non potranno più passare da una funzione all’altra ed i concorsi per le due funzioni verranno separati.  Per quanto desiderabile possa essere la divisione delle carriere, sul piano operativo certamente non potrebbe da sola produrre rilevanti innovazioni sui comportamenti giudiziari.  Io credo che di questo i dirigenti delle Camere penali dovrebbero cominciare a tenere conto. 

 

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Intervista a Il Giornale su “i magistrati maiali”

4 marzo 2004 Commenti chiusi

Il Giornale, 4 marzo 2004

Domanda: Sono molto pesanti le critiche che le vengono rivolte da esponenti di spicco del  sindacato della magistratura per l’intervista da lei concessa e pubblicata dal quotidiano La Stampa di Torino il 29 febbraio scorso i cui lei sembrerebbe paragonare i comportamenti dei magistrati a quelli dei maiali.

 

Risposta:  Nell’intervista durata oltre un’ora avevo, tra l’altro, detto che le riforme dell’ordinamento giudiziario attualmente in discussione in Parlamento erano molto limitate rispetto  all’esigenza di rendere il nostro sistema omogeneo a quello degli altri paesi a consolidata tradizione demo-liberale. L’intervistatrice mi aveva allora chiesto perché i magistrati, nonostante i conflitti che li dividono, fossero tutti duramente contrari a quelle proposte di riforma. Prima di affrontare l’argomento nel merito ho detto all’intervistatrice, figlia di un magistrato torinese molto famoso, che la sua domanda mi faceva venire in mente un detto piemontese riferitomi molto tempo addietro proprio da un magistrato torinese, e cioè che “i magistrati sono come i maiali, tra loro si mordono  ma se ne tocchi uno strillano tutti”. Da questa citazione, sulla cui opportunità si può certo dissentire, alcuni esponenti del sindacato della magistratura vogliono far risultare che io avrei affermato che tutti i magistrati sono dei maiali. Come ho già detto nel corso del dibattito consiliare sull’argomento, ciò è assolutamente ridicolo. Per ragioni di ricerca negli ultimi 40 anni ho quasi vissuto all’interno delle istituzioni giudiziarie, ed in particolare di quelle italiane (uffici giudiziari, CSM, Ministero della giustizia), godendo sempre della fattiva collaborazione di molti magistrati. Proprio per questo ho avuto ed ho molti più amici tra i magistrati che tra gli stessi colleghi  di università. Solo in tre dei miei libri appare una dedica. In tutti e tre la dedica riguarda magistrati con cui ho a lungo collaborato. Si tratta di Antonio Donati, consigliere della corte di appello di Milano negli anni ’60, di Girolamo Minervini assassinato dalle brigate rosse e di Giovanni Falcone assassinato dalla mafia. Affermare che io possa assimilare i magistrati ai maiali può quindi essere fatto solo da persone che vogliono strumentalizzare la vicenda nell’ambito dello scontro in atto tra centro-destra e sindacato della magistratura sui problemi della riforma giudiziaria.

 

Domanda: Ma lei è comunque stato sempre molto critico della magistratura anche per l’assenza di serie valutazioni della professionalità.

 

Risposta: E’ vero. Da più di 35 anni i magistrati permangono in servizio per 40-45 anni e di regola raggiungono tutti il massimo  livello della carriera senza che siano effettuati su di loro quei vagli di professionalità che sono invece previsti dalla legge. Ciò avviene ancora oggi. Le faccio un esempio recentissimo. Il 12 febbraio scorso la maggioranza del CSM ha promosso un magistrato che aveva dimenticato di scarcerare per decorrenza dei termini un extracomunitario, che è così rimasto indebitamente in carcere per ben 15 mesi. Tra le ragioni addotte in Consiglio a discolpa del magistrato in questione vi è stata anche quella che “dopotutto” si trattava di una distrazione avvenuta una sola volta.

 

Domanda: Particolarmente duro con lei è stato l’ex componente del CSM Armando Spataro.

 

Risposta: Nel caso di Spataro giocano forse anche risentimenti personali. Quando questo Consiglio ha dovuto ridestinare alle sedi giudiziarie i componenti del precedente Consiglio è stata avanzata la proposta di promuovere Spataro a procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Milano.  In quell’occasione io feci distribuire la fotocopia di una lettera ufficiale debitamente protocollata di un giudice milanese che lamentava di aver subito aggressioni verbali da parte di Spataro a seguito di un provvedimento di scarcerazione di un detenuto da lei disposto in difformità alle richieste dello stesso Spataro. Nella lettera il magistrato chiedeva al presidente del tribunale di Milano di essere esonerata dal presiedere udienze del tribunale delle libertà in cui Spataro era pubblico ministero proprio al fine di evitare altre aggressioni verbali. Anche in questo caso il CSM ha ritenuto, a stragrande maggioranza, che quel comportamento professionale di Spataro non implicasse valutazioni negative della professionalità e lo ha comunque promosso. E’ opportuno aggiungere che l’episodio che ho appena riferito era stato descritto e duramente commentato anni prima, e senza smentite, in un libro dell’avvocato Agostino Viviani.

 

iornale, 4 marzo 2004

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Giudici, la sfida tra falchi e colombe

29 febbraio 2004 Commenti chiusi

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Il processo SME, Cossiga e la Bocassini

29 novembre 2003 Commenti chiusi

Libero, 29 novembre 2003

Su La Repubblica è apparso un breve articolo dal titolo “I diritti dei PM”.  Ne è l’autore  il Presidente emerito della Repubblica, e mio caro amico, Francesco Cossiga. Le sue idee in materia di giustizia sono sempre state da me condivise.  Non condivido però quanto da lui scritto in quest’ultimo articolo.  Vediamo di che si tratta.

In una intervista pubblicata da La Repubblica, il pm di Milano Ilda Boccassini ha espresso giudizi alquanto pesanti sulle iniziative legislative del Governo e del Parlamento che, declassando reati e alterando procedure, avrebbero interferito idebitamente sull’andamento del processo IMI-SME.  Lamenta, inoltre, che attualmente sarebbero proprio i “corruttori a fare le leggi per riformare la magistratura”.  Il Presidente Cossiga ritiene che il pm Boccassini abbia tutto il diritto di esprimere quei giudizi perché, a differenza dei giudici, i pm non sono un organo imparziale.  Al pari dell’avvocato difensore sono, a suo avviso, solo una delle parti del processo.  Quindi al pari dell’avvocato possono esprimere liberamente i loro convincimenti e valutazioni di ogni tipo sull’andamento dei processi che li hanno visti protagonisti.

 Sono sicuro che la dott. Boccassini è ben lontana dal condividere la rappresentazione data dal Presidente Cossiga del ruolo del pm come semplice parte processuale, che di regola persegue legittimamente l’obiettivo di ottenere la condanna degli imputati contrapponendosi all’avvocato difensore che, invece, cerca di ottenere la loro assoluzione. La stragrande maggioranza dei magistrati italiani, invece, vuole ancora rappresentare il ruolo del pm come “parte imparziale”, impegnata a trovare anche le prove a favore degli imputati e legata al giudice da una fantomatica  “comune cultura della giurisdizione”.  Alcuni di loro sostengono queste cose strumentalmente, per interesse corporativo, altri, a dispetto dei fatti, ci credono davvero.

Per ragioni ben diverse neppure io condivido la rappresentazione che il Presidente Cossiga fa del nostro pm equiparando il suo ruolo a quello dei pm dei Paesi di tradizione giuridica anglosassone.  Non solo e non tanto perché, a differenza di quei Paesi, da noi giudici e pm appartengono allo stesso corpo e possono trasferirsi da una funzione all’altra, ma anche perché da noi i pm non sono in alcun modo responsabili delle indagini che compiono e delle iniziative penali che promuovono.  Nei paesi anglosassoni, infatti, sia gli avvocati che i pubblici ministeri vengono valutati professionalmente per i successi processuali che ottengono in termini di assoluzioni e condanne.  Da noi questo vale solo per gli avvocati.  I nostri pm, come più volte avvenuto, possono anche ripetutamente iniziare e condurre indagini costosissime, promuovere iniziative penali che anni dopo si dimostrano infondate a livello processuale senza che questo influisca minimamente sulla loro cariera.   Non così nei paesi con un vero processo accusatorio di tradizione giuridica anglosassone. In quei paesi i pm che con le loro iniziative ricorrentemente danneggiano l’onorabilità di cittadini che poi risultano innocenti e sprecano le risorse che lo Stato mette a loro disposizione vengono considerati professionalmente incapaci e spesso licenziati.  Da noi, invece, vengono regolarmente promossi.

Sarei tentato di sottolineare altri aspetti del ruolo del nostro pm che mal si conciliano con la rappresentazione che ne ha dato il Presidente Cossiga nel suo articolo.  Non voglio però lasciarlo solo nell’appoggiare la dott. Boccassini per quanto da lei detto nella sua intervista a La Repubblica. Il mio convinto appoggio va però ad una parte dell’intervista diversa da quella considerata dal Presidente Cossiga.  La parte cioè in cui Lei esprime la sua preoccupazione per il fatto che  magistrati professionalmente inadeguati o incapaci ottengono comunque valutazioni altamente positive dai Consigli giudiziari e dal CSM.   Non è certo un fenomeno recente: da quasi 40 anni infatti tutti i nostri magistrati percorrono l’intera carriera senza effettivi vagli di professionalità. Condivido pertanto anche il suo auspicio che dovrebbe essere la stessa magistratura  a riflettere su quelle carenze “e magari fare  scelte coraggiose e forse impopolari”.

Una postilla.  Man mano che scrivevo sulle ragioni del mio disaccordo con il Presidente Cossiga mi sono accorto che stavo dicendo cose che lui sa benissimo e delle quali abbiamo più volte parlato senza mai dissentire.   Mi sono pertanto venuto convincendo che il suo articolo è più volto ad ironizzare sull’ambiguo ruolo del pm nel nostro Paese che a sostenere  la piena legittimità del comportamento della dott. Boccassini nell’esprimere pesanti critiche a Governo e Parlamento.   

 

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Quando la sinistra lo preferì a Falcone

26 settembre 2003 Commenti chiusi

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L’anomalia giudiziaria

15 agosto 2003 Commenti chiusi

Il Giornale, 15 agosto 2003

Ho spesso avuto occasione di incontrare componenti dei Consigli superiori della magistratura di altri paesi dell’Unione Europea. Grande è sempre stata la loro sorpresa  nell’apprendere che il nostro CSM pretende di censurare i presidenti del Consiglio dei ministri che si sono espressi in maniera irriguardosa nei confronti dei magistrati, oppure anche di censurare iniziative non gradite ai magistrati che si assumono in Parlamento.  Mi hanno assicurato che da loro non sarebbe possibile sia perché quei compiti sono di esclusiva competenza del Palamento sia anche  perché non rientrano tra quelli loro attribuiti.  La loro sorpresa si è trasformata in “costernata incredulità” -si tratta di un eufemismo-  quando ho detto loro che neppure la nostra Costituzione e le nostre leggi attribuiscono al CSM quelle competenze e che ciò nonostante quelle censure vengono comunque adottate.

Sta per accadere di nuovo.

Diversi giorni fa l’On. Bondi ha proposto, con accenti molto duri, di istituire una commissione di indagine parlamentare che indaghi sulle violazioni commesse dai magistrati nell’esercizio delle loro funzioni.  I membri laici del CSM eletti su indicazione del centro-sinistra ed i magistrati che nel CSM rappresentano le varie correnti del sindacato della magistratura hanno predisposto un documento in cui si censura l’iniziativa parlamentare dell’On Bondi perché minaccerebbe l’indipendenza della magistratura e violerebbe il principio della divisione dei poteri.  Stando alle notizie apparse sui giornali quel documento di censura sarà sottoposto all’approvazione del CSM.  C’è da crederci perché iniziative di quel tipo sono da molti anni ricorrenti.

Le critiche  che possono muoversi all’iniziativa in atto sono numerose  e non possono certo essere tutte qui considerate nelle loro molteplici implicazioni.  Non riguardano solo il fatto, alquanto singolare, di censurare un’iniziativa, quella dell’On. Bondi, che certamente rientra tra le competenze del Parlamento pretendendo che essa costituisca, invece, una violazione della divisione dei poteri  (ma che dovrebbe fare un parlamentare, chiedere la preventiva autorizzazione al CSM ?).  L’iniziativa dell’On. Bondi è già stata aspramente condannata dal sindacato dei magistrati (cosa del tutto legittima).  Ora i suoi rappresentanti in Consiglio vorrebbero una condanna  anche da parte del CSM, con ciò stesso trasformandolo in una cassa di risonanza del loro sindacato.  Non sembra proprio che ciò giovi al prestigio istituzionale ed all’autorevolezza del CSM.

Non meno anomalo è il fatto che il CSM pretenda di appropriarsi di competenze che non gli sono state attribuite ed al contempo non svolga  compiti di grandissima rilevanza che invece le sono espressamente attribuiti dalla Costituzione e dalle leggi.  Un solo esempio.  La Costituzione prevede che il CSM debba provvedere alle promozioni dei magistrati.  Varie leggi stabiliscono rigorosi criteri in base ai quali i magistrati debbono essere valutati ai fini delle promozioni ai vari livelli della carriera (competenza tecnica, diligenza, operosità, preparazione mostrata nell’espletamento delle funzioni giudiziarie ecc.).  E’ un compito di grandissimo rilievo perché è inteso a garantire ai cittadini le qualificazioni professionali di giudici e pubblici ministeri che rimangono in carriera per 40-45 anni.  Il CSM,  composto in consistente maggioranza da magistrati, ha assolto a tale sua funzione in una maniera che va al di là del più spinto lassismo per divenire di fatto puro e semplice rifiuto di dare applicazione a Costituzione e leggi in materia. Da ormai più di 35 anni, infatti, i magistrati vengono tutti promossi fino ai livelli massimi della carriera, salvo rarissimi casi di eclatante quanto visibile demerito (come le gravi violazioni disciplinari o penali).  Anche in questo caso il CSM si è di fatto trasformato in organo di esecuzione delle aspettative corporative del sindacato dei magistrati. 

Aggiungo solo una postilla che riguarda i ricorrenti quanto inconcludenti contrasti tra politici e magistratura in Italia. 

Tutti  i paesi sono da tempo teatro di contrasti tra classe politica e magistratura, anche a causa degli accresciuti poteri decisori dei giudici in tutte le democrazie.  Da noi questo fenomeno è più ricorrente perché i poteri della nostra magistratura sono più ampi e meno trasparenti che in altri paesi. L’esempio più evidente, ma non il solo, è quello del nostro pubblico ministero che di fatto può con ampia discrezionalità indagare, anche di sua iniziativa, su ciascuno di noi in piena segretezza per periodi molto prolungati, svolgendo direttamente attività di polizia in maniera assolutamente indipendente. Dell’ampia discrezionalità di cui gode nello svolgimento di tali attività non porta nessuna responsabilità neppure quando anni dopo le sue iniziative, spesso costose e dannosissime per il cittadino innocente, si rivelano del tutto infondate.  Che un tale pubblico ministero, da un canto poliziotto-indipendente e dall’altro collega del giudice, sia figura a dir poco anomala in un sistema democratico è fuor di dubbio (non esiste in nessun altro paese a consolidata democrazia).  Che generi ricorrenti reazioni, anche rabbiose ed “al di sopra delle righe”, è del tutto comprensibile. E’ anche comprensibile che una tale magistratura abbia un grande potere contrattuale nei confronti della classe politica (i molti politici innocenti spazzati via  dalle iniziative giudiziarie di “tangentopoli” sono un efficace monito per tutti).  Anche per questo è comprensibile che finora nessuna delle molte iniziative volte a riformare il nostro anomalo assetto giudiziario sia mai andata in porto.  

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Ma a settembre quelle parole diventeranno un documento

15 agosto 2003 Commenti chiusi

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