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CSM E CENSURA, L’ETERNO CONFLITTO TRA TOGHE E POLITICI. Invasione di campo

9 settembre 2009

Sin dagli anni 70 il CSM si è auto-attribuito la competenza di esprimere formali, pubbliche censure nei confronti di uomini politici che  esprimono valutazioni fortemente irriguardose su decisioni e attività giudiziarie dei magistrati.   Diversi sono stati gli orientamenti dei Presidenti del CSM (e della Repubblica) nel valutare tali iniziative.  Francesco Cossiga le riteneva illegittime ed impedì che il CSM censurasse il Presidente del Consiglio che aveva espresso aspre critiche sull’operato di un magitrato. I suoi successori, Scalfaro e Ciampi, non hanno mai apertamente sollevato obiezioni a che quelle censure fossero discusse e deliberate.  Il Presidente Napolitano, con l’evidente intento di limitare l’uso di quelle censure, si è fatto esplicito portatore della “esigenza di farne responsabile e prudente uso”.  Ha quindi preteso  che se ne disciplinasse l’uso limitandole ai soli casi “..di attacchi così denigratori  da mettere in dubbio l’imparziale esercizio della funzione giudiziaria e da far ritenere la sua soggezione a gravi condizionamenti”, ed escludendo rigorosamente i casi  in cui si tratta di “garantire la reputazione” dei singoli magistrati, poiché in tali casi essi -come ogni altro cittadino- possono rivalersi di propria iniziativa.   Solo dopo la introduzione nel regolamento del CSM di una norma che disciplina la materia seguendo gli indirizzi da lui indicati, il presidente Napoletano ha quindi autorizzato la discussione di ben sette pratiche da tempo pendenti, il che è avvenuto giovedì scorso con l’adozione di sette  censure nei confronti di uomini politici.  In più delibere sono stati censurati Il Presidente Emerito della Repubblica  Cossiga ed il Presidente del Consiglio Berlusconi; sono stati censurati anche l’ex Ministro della Giustizia Castelli, l’On La Loggia e persino un magistrato parlamentare, l’On Mantovano.

Di queste censure i giornali hanno dato puntuale notizia senza tuttavia notare che la discussione avvenuta in Consiglio sull’uso dei nuovi criteri non offre di per sé  garanzie di un uso futuro di quell’istituto che si conformi ai criteri di rigore e moderazione auspicate dal Presidente Napolitano.  Basti a riguardo ricordare gli interventi di due dei consiglieri eletti dai magistrati, Antonio Patrono (rappresentante di Magistratura Indipendente) e Livio Pepino (rappresentante di Magistratura Democratica).  Il primo ha  correttamente evidenziato, è cosa ovvia, che anche con la nuova normativa la decisione di stabilire nei singoli casi se le offese ai magistrati richiedano o meno la tutela del CSM dipenderà anche per il futuro, da un apprezzamento discrezionale del CSM.   Meno ovvio e più significativo per il destino della innovazione normativa voluta dal Presidente Napolitano è stato l’intervento del consigliere Pepino.  Ha ringraziato il Presidente per aver promosso l’introduzione della nuova normativa, ma ha anche voluto affermare che essa non fa altro che mettere in forma scritta i criteri di scelta e le prassi sempre seguite in materia dal CSM in passato.   In altre parole il Consiglier Pepino afferma che anche in passato il CSM ha sempre espresso le sue censure nei confronti dei politici e rappresentanti delle istituzioni seguendo quei criteri di prudenza e rigore voluti dal Presidente Napolitano, e che quindi seguiterà anche per il futuro ad utilizzare gli stessi criteri che emergono dalle passate prassi  La norma voluta dal Presidente Napolitano non presenta quindi alcuna novità?  Non del tutto, anche se non si tratta di innovazioni nel senso da Lui auspicato.  La nuova disciplina in materia di censure a politici ed istituzioni che “denigrano” la magistratura è tuttavia ben venuta perché riconosce formalmente al CSM, con apposita norma, quel potere di censura che sinora aveva esercitato di fatto, di sua propria iniziativa.

Si potrà dire che quanto detto nell’intervento del Consigliere Pepino non rappresenta necessariamente un orientamento maggioritario in Consiglio e che si può al massimo pensare che sia condiviso dalle correnti di sinistra (cioé dagli altri sette consiglieri di Magistratura Democratica e Movimenti Riuniti).  E’ tuttavia molto improbabile che sia così per chi conosce analiticamente, come me,  la storia del CSM e sa con quanto successo i magistrati siano riusciti ad ampliare i suoi poteri e a difenderli dai condizionamenti provenienti dall’esterno (anche di quelli, come più volte accaduto, provenienti dal suo Presidente).    Non posso certo qui ricordare i più pertinenti esempi di quella storia.  Mi limiterò quindi a segnalare che  la quasi totalità delle censure emesse dal CSM nei confronti di uomini politici e rappresentanti istituzionali è avvenuta a seguito di analoghe censure già espresse dal sindacato dei magistrati, cioè dall’Associazione Nazionale Magistrati.   E’ possibile immaginare che i magistrati del CSM (cioè la sua stragrande maggioranza) prenderanno le distanze, sconfessandoli, dai diffusi orientamenti censori del loro sindacato, cioè dal sindacato di cui sono i rappresentanti in Consiglio  (di fatto i magistrati possono essere eletti al Consiglio solo se candidati da una delle correnti del loro sindacato)?.

Una postilla.  Per chi abbia dubbi sull’ampiezza con cui il CSM interpreta il suo dovere di censura nei confronti delle istituzioni che a suo avviso minacciano l’indipendenza dei magistrati basti ricordare che a volte esso ha persino travalicato i confini nazionali.   Nella seduta del CSM del 23 febbraio 2006 vennero infatti espresse severe critiche al Parlamento francese per aver violato i principi di indipendenza e di divisione dei poteri in quanto  aveva convocato ed interrogato un giudice istruttore con riferimento ad un caso giudiziario in cui 13 cittadini innocenti erano stati ingiustamente incarcerati per una falsa accusa di pedofilia.

Giuseppe Di Federico

www.difederico-giustizia.it

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La responsabilizzazione del PM

23 dicembre 2008

l’Opinione, 23 dicembre 2008 

Leggendo le notizie sul conflitto tra le procure della Repubblica di Salerno e Catanzaro, sul reciproco sequestro di atti giudiziari operati per il tramite di gruppi contrapposti di Carabinieri, sulle reciproche e gravissime accuse che rimbalzano da una procura all’altra, mi è venuto in mente quanto detto al recente convegno sulla giustizia del Partito Democratico da un notissimo dirigente di lungo corso dell’Associazione Nazionale Magistrati, il Dott. Bruti Liberati.  Ci ha detto  che le conflittualità generate dall’operato della magistratura  nell’applicare la legge sono fisiologiche in democrazia. Ha specificato che è pertanto del tutto fisiologico che dalle iniziative giudiziarie vengano colpiti uomini politici e messi in crisi i governi democraticamente eletti. Ha testualmente aggiunto che  “l’iniziativa della magistratura non deve incontrare limiti”.  Molto chiara, seppure implicita, la riaffermazione della piena legittimità e valenza democratica dell’avviso di garanzia recapitato a mezzo stampa al Presidente Berlusconi dalla  Procura di Milano nel 1994, delle iniziative della Procura di Salerno che, colpendo il Ministro Mastella, hanno determinato quest’anno la caduta del Governo Prodi, di tutte quelle iniziative giudiziarie di tangentopoli che hanno trascinato nel fango della gogna giudiziaria molti cittadini e politici poi risultati innocenti (da ultime anche le assoluzioni degli  On. Gava e Mannino).   Da parte sua nessuna riflessione sul fatto che le moltissime iniziative giudiziarie che si concludono dopo anni con la piena assoluzione di cittadini non hanno mai determinato, a differenza di altri paesi democratici, nessuna forma di responsabilità per chi quelle iniziative ha assunto senza avere sufficienti elementi di prova.   Bruti  Liberati ha quindi concluso il suo discorso con un monito rivolto a tutti noi.  Parafrasando  una frase di Humphrey Bogart  ci ha detto: “è l’indipendenza della magistratura, bellezza, e non ci puoi fare niente!”.   A me sembra che questa arrogante affermazione di potere, di un potere insindacabile, se deve valere per gli uomini politici e per la caduta di governi  legittimamente eletti, debba conseguentemente valere anche per le iniziative giudiziarie assunte dalle Procure di Catanzaro e Salerno.  Anche per quelle iniziative bisognerebbe limitarsi a dire “è l’indipendenza della magistratura, bellezza,  e non ci puoi far niente!”,  e lasciare quindi che la “giustizia” anche in questo caso faccia il suo corso senza interferenze e per tutto il tempo necessario alla nostra macilenta macchina giudiziaria .   Poiché questa volta le iniziative dei pubblici ministeri riguardano e “delegittimano” le istituzioni giudiziarie e la magistratura, invece,  sembra che la correttezza delle iniziative giudiziarie da loro assunte e le loro responsabilità debbano essere immediatamente accertate, senza attendere gli esiti giudiziari delle iniziative da loro intraprese.

Sia ben chiaro, non voglio certamente dire che anche in questo caso le responsabilità e le decisioni dei pubblici ministeri debbano essere insindacabili.   Voglio invece dire che il problema della trasparenza e della responsabilizzazione delle iniziative del pubblico ministero per le scelte che egli compie nell’effettuare le indagini e nell’iniziativa penale deve essere affrontato non solo con riferimento alle iniziative della procure e dei pubblici ministri di Salerno e Catanzaro ma, invece, in termini generali perché riguarda tutti noi.  Riguarda  il fatto che in Italia ciascun pubblico ministero può, anche di sua iniziativa, indagare su ciascuno di noi per reati che ritiene (più o meno giustificatamene) siano stati da noi commessi, utilizzare senza limiti di spesa le forze di polizia e gli strumenti di indagine che ritiene più adeguati.  Se dopo molti anni risulta che le iniziative dei PM erano prive di sufficienti elementi probatori o addirittura prive di qualsiasi giustificazione, il PM non ne porta comunque alcuna responsabilità.  Nulla conta  che la sua iniziativa abbia procurato danni irreversibili a cittadini innocenti (economici, sociali, politici, alla sua  famiglia, alla sua salute), nulla conta che la sua iniziativa giudiziaria abbia gravato le casse dello Stato di ingenti spese prive di giustificazione. Il PM può con immancabile successo ed in ogni circostanza sostenere che il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale lo aveva costretto ad agire.  Questo principio Costituzionale cioè, pur essendo di fatto inapplicabile (in tutti i paesi  reati sono troppo numerosi per essere tutti perseguiti), formalmente legittima qualsiasi atto discrezionale del PM trasformandolo formalmente in un “atto dovuto”, e come tale insindacabile a prescindere dai danni che genera sul piano dei diritti civili, dei costi della giustizia e della sua efficienza. 

Va subito aggiunto che l’episodio del conflitto tra i magistrati delle procure di Salerno e Catanzaro evidenzia anche un’altra anomalia del nostro sistema giudiziario, strettamente collegata al principio di obbligatorietà dell’azione penale.  Avendo formalmente imposto a tutte le procure ed a tutti i pubblici ministeri l’impossibile compito di perseguire efficacemente tutti i reati, il nostro Costituente ne ha anche tratto la “logica” conseguenza  che  non vi era alcun bisogno di creare un sistema unitario e gerarchico dell’assetto del PM, e neppure un soggetto istituzionale che fosse politicamente responsabile del suo coordinamento e delle politiche pubbliche in materia criminale.  L’assetto unitario e gerarchico del PM su base nazionale è invece caratteristica comune  a tutti gli altri paesi democratici, ove un conflitto come quello tra le procure di Salerno e Catanzaro non si sarebbe potuto verificare non solo perché gli ambiti di discrezionalità dei Pm sono regolati e responsabilizzati ma anche perché avrebbe trovato preventiva soluzione e/o coordinamento al livello gerarchico più elevato, distrettuale o nazionale. 

Una postilla.  Il conflitto tra le procure di Salerno e Catanzaro è solo il più eclatante esempio della conflittualità che da molti anni caratterizza la vita delle nostre procure della Repubblica e che trae, anch’essa, origine dalla peculiari caratteristi di assetto del nostro PM.  Ricorrenti sono, infatti, stati i casi di aspri conflitti tra gruppi di pubblici ministeri all’interno delle singole procure, generati anche dai diversi orientamenti in materia di indagini e di rilevanza dei diversi tipi di reato  (ad esempio nelle procure di Palermo e della stessa Catanzaro nel 2005).  Di regola gli interventi del CSM in materia sono stati inefficaci e tardivi, anche perché l’appartenenza a diverse correnti dei PM in conflitto ha spesso generato in seno al CSM, paralizzanti e prolungate contrapposizioni tra i rappresentanti delle loro rispettive correnti. 

beppe giustizia

Io, ex ragazzo di Salò non riconosco a Violante il diritto di legittimarmi

4 ottobre 2008

Il Giornale, 4 ottobre 2008

In questi giorni vari giornali hanno ricordato, per l’ennesima volta, che l’On. Violante, quando era presidente della Camera, aveva “legittimato” i ragazzi di Salò che avevano combattuto per ideali in cui credevano in buona fede.  Ricordo che allora l’On Tremaglia più di tutti ebbe a compiacersi di quel riconoscimento.  In quell’occasione io, ex ragazzo di Salò, detestai l’On. Tremaglia e gli altri del suo partito che assunsero atteggiamenti simili ai suoi.  Mi sentii inoltre profondamente offeso dall’iniziativa dell’On. Violante, con cui avevo avuto sino ad allora rapporti non ostili.  Per spiegare il perché di questa mia reazione devo raccontare brevemente la mia storia di ex-ragazzo di Salò. 

Nel 1944, quando avevo solo 12 anni, pensavo che fosse un disonore aver cambiato alleati nel corso della guerra e che questo disonore doveva essere “lavato”, se necessario, anche con il proprio sangue” (erano le parole allora in uso che io seguitavo a ripetermi).  Volendo arruolarmi andai al comando delle Brigate Nere che, a Bologna, aveva sede in Via Manzoni.  Presero i miei dati personali, indirizzo compreso, ed avvertirono subito mio padre (abitavamo molto vicino e cioè nell’ufficio di mio padre in Palazzo d’Accursio, dopo che la nostra casa era andata distrutta dai bombardamenti).  Mio padre mi disse che ero troppo giovane per fare il soldato e che comunque chi vuol farlo non sceglie un corpo di polizia politica, come le Brigate Nere, ma un regolare corpo dell’esercito “in grigio verde”.  Allora non riuscii a capire perché, ma ne tenni conto.  Il mio secondo tentativo fu fatto all’inizio del 1945.  Andai questa volta al comando della Decima Mas e riuscii a convincere il capitano Simula ad arruolarmi (ricordo il suo nome perché è scritto sul modulo del reclutamento che ancora conservo),  Per convincerlo gli mostrai il giornale che riportava il decreto firmato da Mussolini con cui si autorizzava l’arruolamento dei minori di 16 anni,  gli dissi che i miei genitori erano entrambi morti sotto i bombardamenti e che vivevo ospite di parenti non stretti che erano molto seccati di doversi occupare di me (le condizioni di devastazione in cui versava Bologna gli impedivano di controllare).  Con una certa riluttanza mi firmò il foglio di via per Milano (Piazza Fiume) dove sarei dovuto andare con mezzi di fortuna.  Come a qualsiasi altra recluta mi offrì una razione di sigarette e 500 lire.  Con sdegno rifiutai l’offerta “perché quello che facevo non lo facevo per avere compensi”, ed insieme con un altro ragazzo, senza una lira in tasca, mi avviai alla volta di Milano ove giunsi quattro o cinque giorni dopo.  Ben presto fui riportato dai miei genitori. 

Con l’arrivo delle truppe alleate, il 21 aprile 1945, dovemmo fuggire la notte stessa, per evitare che mio padre fosse, senza ragione alcuna, sommariamente giustiziato (che questa fosse l’intenzione dei partigiani ci era stato detto dal comandante dei vigili urbani che aveva con loro rapporti).  Mio padre fu comunque epurato sino al 1953, e per 8 anni vivemmo prima in uno scantinato e poi in una soffitta.

Dopo la guerra la mia famiglia ed io ci rifiutammo di credere che i nostri alleati tedeschi avessero organizzato campi di sterminio.  Era la propaganda dei vincitori.  Ci ricredemmo solo quando tornò dall’America il fratello di mia madre che ci disse che era tutto vero (a lui non potevamo non credere).  Fu un vero shock per tutti noi.

Per comprendere appieno i sentimenti che ispiravano i comportamenti della mia famiglia, e quindi anche i miei, ricordo che vari anni dopo fine della guerra trovai la mala copia di una lettera che mio padre, congedato dall’esercito nel luglio 1943, aveva scritto all’inizio del 1944 ad un colonnello, suo ex commilitone, che lo sollecitava ad entrare nelle forze armate della Repubblica di Salò.  Nella sua lettera mio padre diceva che si augurava la vittoria dell’Asse, ma che non poteva accettare.  Per quanto considerasse i partigiani dei traditori non avrebbe potuto mai sparare contro un altro italiano. 

Per molti anni mi sono tenuto lontano dalla politica, le esperienze fatte dalla fine della guerra me lo impedivano.  Solo nel 1956, a Londra mi sono avvicinato alle idee socialiste.  Ma di politica attiva non ne ho fatta fino alla metà degli anni ’60 dopo tre anni di permanenza negli Stati Uniti.

Dopo questi brevi ricordi posso ritenere che sia possibile far comprendere le ragioni per cui mi sentii offeso dai riconoscimenti che agli ex ragazzi di Salò provenivano da Violante e dagli apprezzamenti a lui rivolti da Tremaglia ed altri.  Come ex ragazzo di Salò non posso accettare di vedere legittimati i miei comportamenti di allora, tutti ispirati da sentimenti coltivati in assoluta buona fede, da un signore che nonostante conoscesse i crimini commessi da Stalin (io quelli commessi da Hitler non li conoscevo), nonostante la repressione dell’Armata Rossa a Budapest si è iscritto al Partito Comunista con piena coscienza di quegli eventi.  Io non voglio giudicare o condannare le sue scelte politiche.  Quelle scelte tuttavia non gli danno nessun titolo, nessuna autorità morale per legittimare i miei comportamenti e le mie scelte di quando avevo neanche 13 anni, e neppure quelle di chi aveva più anni di me, che in purezza di sentimenti fecero scelte simili alle mie.  Sinceramente preferisco i suoi compagni di partito che non cambiano idea sulle mie scelte di allora.  Io, per mio conto, sono ancora orgoglioso delle scelte che feci allora, pur avendo da moltissimi anni coltivato idee politiche ben lontane da quelle della Repubblica di Salò.  Ne sono orgoglioso perché ora come allora cerco ancora di fare le cose in cui credo senza curarmi troppo delle mie convenienze.  Può dire lo stesso l’On. Violante?

Una postilla:  più volte in passato ho pensato di scrivere questo articolo e più volte ho cominciato a farlo.  Ci mettevo troppa rabbia e non trovavo la misura giusta.  Spero di averla trovata questa volta. 

beppe giustizia

Riforma dell’Ordinamento giudiziario: modifiche alla Costituzione con legge ordinaria

19 luglio 2007

Libero, 12 luglio 2007

E’ iniziata in questi giorni al Senato la discussione sulle modifiche all’ordinamento giudiziario proposte dal Ministro Mastella.  Il testo normativo da lui proposto con riferimento alle valutazioni di professionalità dei magistrati cancella, senza che appaia esplicitamente, uno dei compiti che l’articolo 105 della Costituzione attribuisce al CSM. Quello,cioè, di provvedere alle promozioni dei magistrati vagliandone le qualificazioni professionali nel corso della loro carriera.  Compito di grande rilievo voluto dal costituente per garantire ai cittadini magistrati che avessero le qualificazioni necessarie ad amministrare giustizia.  Il potente sindacato dei magistrati è sempre stato contrario a quelle valutazioni di professionalità, non a parole ma certamente nei fatti.  Per circa 40 anni ha operato con successo per svuotare di reale contenuto quelle valutazioni ed ora, con questa proposta di riforma, se approvata, otterrà quanto da anni richiede e cioè che il dettato costituzionale relativo alle promozioni divenga anche formalmente lettera morta. Per comprendere queste affermazioni è necessario riassumere e valutare molto brevemente quanto accaduto e quanto sta accadendo. 

Le valutazioni per le promozioni dei magistrati finora previste dalla legge sono quattro, tutte collegate a distinte qualifiche:  dopo due anni dal reclutamento la valutazione per la promozione a magistrato di tribunale, dopo altri 11 anni per la promozione a magistrato di appello, dopo altri 7 anni per la promozione a magistrato di cassazione dopo altri 8 anni per la promozione a magistrato di cassazione con funzioni direttive.  Le valutazioni per quelle promozioni sono state sinora fatte a livello distrettuale dai consigli giudiziari ed al livello nazionale, in via definitiva, dal CSM.  In entrambi gli organismi la stragrande maggioranza dei componenti è composta da rappresentanti del sindacato della magistratura, cioè l’Associazione Nazionale Magistrati.  Risultati:  1) nonostante la legge preveda vagli rigorosi, negli ultimi 40 anni tutti i magistrati sono stati promossi a tutti i livelli della carriera con valutazioni altamente laudative e tutti hanno raggiunto il massimo della carriera ed il più alto livello di stipendio e pensione, con la sola eccezione di coloro che avevano subito gravissime condanne disciplinari o penali (molto spesso  tuttavia la bocciatura ha ritardato solo di qualche anno il pieno svolgimento della carriera e dei relativi vantaggi economici); 2) nei 40-45 anni in cui di regola rimangono in servizio i nostri magistrati non subiscono, da ormai 40 anni, nessun concreto vaglio di professionalità e tutti risultano formalmente grandi giuristi e grandi lavoratori.

Utilizzando ricerche da me condotte su decine di migliaia di promozioni effettuate a partire dagli anni ’60, all’inizio del mio mandato di consigliere del CSM ho presentato una relazione (riportata integralmente nel verbale del 13 novembre 2002) nella quale si documentavano le molteplici conseguenze negative derivanti dalla pluri-decennale assenza di valutazioni della professionalità dei nostri magistrati.  Nessuno degli altri componenti del CSM ha sollevato obiezioni – né avrebbero potuto- sulla veridicità della mia relazione.  Tanto che in quella stessa seduta il CSM decise di istituire una commissione di studio per meglio effettuare, in futuro, le valutazioni di professionalità dei magistrati in occasione delle promozioni (le proposte di quella commissione non hanno tuttavia avuto alcun effetto).

In quella mia relazione iniziale, e poi più volte nel corso dei 4 anni di lavoro consiliare ho ricordato che nei lavori della Costituente non vi era nessuna indicazione che il termine “promozioni” utilizzato all’art. 105 potesse avere un significato diverso da quello che ha nella lingua italiana. Che quindi le promozioni generalizzate e prive di sostanziale contenuto valutativo effettuate dal CSM negli ultimi 40 anni costituiscono di fatto la violazione di un importante obbligo imposto al CSM stesso dalla nostra Costituzione. 

Il progetto di legge governativo in discussione al Senato soddisfa appieno le richieste da tempo avanzate del sindacato della magistratura e risolve alla radice il problema delle promozioni.  Elimina le qualifiche di magistrato di appello, di magistrato di cassazione, di magistrato di cassazione con funzioni direttive, cioè elimina tutti i livelli della carriera dei magistrati (che sono poi quelli conosciute dal Costituente al momento di scrivere l’art. 105).  Se, come sembra, quel progetto di legge verrà approvato, il CSM non effettuerà più le promozioni dei magistrati, neppure formalmente.  Non potrebbe neppure farlo perché le qualifiche cui i magistrati dovrebbero essere promossi non esisterebbero più.  Tuttavia, tra i compiti e gli obblighi del CSM previsti dall’articolo 105 della nostra Costituzione rimarrebbe comunque quello di effettuare promozioni che non verranno più fatte.  Si tratta in buona sostanza di una modifica della Costituzione fatta, senza dirlo, con legge ordinaria. 

 

Giuseppe Di Federico

 

Due postille.  La prima. Dicendo e mostrando che per i 40-45 anni di permanenza in servizio i nostri magistrati non sono sottoposti a reali vagli di professionalità non voglio certo affermare che non vi siano magistrati di grande valore (con alcuni di essi ho a lungo collaborato, con Giovanni Falcone, con Adolfo Beria di Argentine, con Girolamo Minervini, ed altri ancora).  I magistrati di grande valore sono tuttavia tali solo per virtù propria e non perchè tutti i magistrati siano sospinti ad esserlo da efficaci stimoli istituzionali come avviene, invece, in altri paesi europei ove i sistemi di promozione dei magistrati sono cosa molto seria ed altamente selettivi. 

Seconda postilla.  Ho detto che finora le promozioni sono state temporaneamente negate solo a seguito di gravi violazioni disciplinari.  Cosa sia una grave violazione disciplinare è concetto assai relativo che merita una illustrazione onde capire cosa significa per il CSM.  Faccio il più semplice degli esempi di cui dispongo.  Un pubblico ministero aveva dimenticato di ordinare la scarcerazione di un extracomunitario in detenzione preventiva ed il malcapitato è rimasto ingiustamente in carcere per oltre 15 mesi.  Il pm in questione aveva ricevuto dal CSM la sanzione disciplinare dell’ammonimento (poco più di un buffetto).  Il 18 febbraio 2004 CSM ha deciso di promuovere comunque quel pm.  A chi obiettava che il suo comportamento denotava mancanza di professionalità e diligenza, un consigliere ha risposto che dopotutto il pm era incorso in quella dimenticanza una sola volta e che quindi non si trattava di un comportamento abituale.  Queste affermazioni non appaiono nel verbale del CSM, ma hanno tuttavia convinto la maggioranza dei suoi componenti.  

beppe giustizia

Il CSM oltrepassa i confini e censura anche Parigi

26 febbraio 2006

Libero, 26 febbraio 2006

Giovedì scorso il Consiglio Superiore della Magistratura ha espresso dure critiche nei confronti del Parlamento francese reo di aver violato l’indipendenza della magistratura e la divisione dei poteri.  Il CSM era chiamato ad approvare il testo di una risoluzione approvata dal network dei Consigli di giustizia europei (di cui il CSM italiano fa parte) nel quale molto genericamente si denunziavano gli attacchi alla magistratura che si stanno verificando in Europa.  La condanna espressa nei confronti del Parlamento francese risulta tuttavia chiaramente dal documento ufficiale che accompagna quella delibera e dalla discussione che si è svolta in seno al Consiglio. 

I fatti che hanno dato origine alla censura sono così riferiti nel documento sottoposto all’approvazione del CSM: “Il 14 febbraio 2006 vi è stata una diretta televisiva -durata circa sei ore- durante la quale era stato intervistato [da una commissione parlamentare francese] il giudice Fabrice Burgaud per aver disposto la carcerazione preventiva di 14 persone accusate di stupro, violenza , corruzione di minori, accuse da cui sono state poi tutte assolte, ad esclusione di uno degli imputati che si era suicidato nel corso delle indagini……..Lo stesso Presidente della Repubblica Jaques Chirac aveva definito la vicenda ‘un disastro giudiziario senza precedenti’  A seguito dell’accaduto, il Parlamento aveva disposto l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta…e nel corso dei suoi lavori aveva chiamato a testimoniare proprio il giudice Fabrice Burgaud , ritenuto da tutti il  responsabile principale della vicenda.  I fatti avevano offerto ai politici l’occasione per mettere sotto accusa tutta la magistratura e per rimettere in discussione la questione della separazione dei poteri. La situazione doveva ritenersi, a detta dei rappresentanti francesi, molto preoccupante”.

La censura al Parlamento francese da parte del CSM italiano risulta poi chiaramente dal dibattito consiliare da me trascritto ed in particolare dall’intervento con cui l’On. Berlinguer –che è anche Presidente del Nework Europeo dei Consigli- ha illustrato le ragioni per cui il CSM doveva approvare la delibera.  Con riferimento all’audizione del magistrato francese in Parlamento ha infatti testualmente affermato che “non è legittimo che questa audizione si trasformi in una attività di procuratore o PM collettivo trasformando  i membri della commissione d’inchiesta in procuratori che trattano il magistrato come imputato, quindi capovolgendo, anzi uccidendo” il principio della divisione dei poteri di cui parla Montesquieu.  E ancora, sempre con riferimento alle scorrettezze del Parlamento francese nell’effettuare l’audizione del magistrato: “un magistrato che si considera aver commesso un errore giudiziario lo si riduce alla condizione di imputato, intervenendo negli atti giudiziari, quindi se mi permettete, uno stravolgimento della separazione dei poteri”

Nel mio intervento in Consiglio ho fatto inutilmente notare che non rientrava tra i compiti del nostro CSM censurare i comportamenti del Parlamento francese.  La stragrande maggioranza del CSM ha approvato il documento e condiviso appieno le censure al Parlamento francese contenute nella documentazione distribuita e rese oltremodo esplicite dalle motivazioni formulate dall’On. Berlinguer.  Hanno votato a favore della sua mozione tutti i consiglieri magistrati, con il mio voto contrario e tre astensioni. 

A prescindere da quello che ognuno di noi può pensare sui comportamenti del Parlamento francese,  assume di per sé, e sotto vari profili, notevole rilievo istituzionale e politico il fatto che il nostro CSM li abbia censurati. 

In primo luogo perché il Presidente del nostro CSM è il Presidente della Repubblica che, sebbene assente al momento della delibera, non abbia partecipato alla seduta del Consiglio, finisce comunque per essere coinvolto in questa vicenda. 

In secondo luogo perché solleva questioni che assumono rilievo a livello europeo.  Quale è il ruolo del Network europeo dei Consigli di giustizia?  Può censurare i comportamenti delle istituzioni dei singoli stati europei su tutte le questioni che suo giudizio riguardano le magistrature nazionali?  Anche a voler ritenere che si tratta di un organismo privato che ha il diritto di espime liberamente i suoi convincimenti, si può poi consentire che le sue censure vengano fatte proprie dai CSM nazionali che sono invece istituzioni pubbliche, spesso di rilievo costituzionale? 

beppe giustizia

Il CSM dei falsi maschilisti

7 marzo 2005

Il Giornale, 29 marzo 2005

 Giovedì scorso la maggioranza del CSM ha bocciato un progetto di ricerca che riguardava la presenza delle donne in magistratura in vari paesi, anche extracomunitari (come la Turchia).  Una ricerca con cui si voleva dare seguito ad un’altra  sul medesimo argomento condotta  l’anno scorso dallo stesso CSM.  Coloro che hanno votato contro (me compreso) sono stati rappresentati da alcuni giornali ad ampia diffusione come affetti da pregiudizi nei confronti delle donne. E’ una rappresentazione assolutamente falsa.  Le ragioni della bocciatura nulla hanno a che fare con una supposta contrarietà a promuovere la piena e paritaria presenza delle donne a tutti i livelli della giurisdizione ed in tutte le funzioni direttive.  

Molte cose si possono rimproverare al CSM ma certo non quella di aver assunto decisioni di natura discriminatoria nei confronti delle donne.  Gli riuscirebbe difficile anche se lo volesse, visto che ormai da oltre 35 anni tutti i magistrati, uomini e donne, vengono promossi automaticamente fino ai vertici della carriera in base all’anzianità di servizio. Di fatto la ricerca è stata bocciata perchè non era in alcun modo collegabile ai compiti istituzionali del CSM né in alcun modo funzionale o anche minimamente rilevante per le decisioni che il CSM deve assumere con riferimento alle donne magistrato.  Ciò è di per sé motivo sufficiente per impedire al CSM di investire risorse umane e materiali in quel tipo di ricerche transnazionali.  Quelle risorse potrebbero, invece, essere molto meglio investite dal CSM per effettuare analisi che sarebbero necessarie al suo efficiente (o meno inefficiente) funzionamento. 

Come noto, il Presidente della Repubblica  ha di recente scritto al CSM per denunziare le gravi disfunzioni derivanti dai pesanti ritardi con cui il CSM stesso provvede alla copertura dei posti direttivi ed ai trasferimenti.  Non si tratta dei soli ritardi.  Questi si verificano in forma grave, ed altrettanto disfunzionale, in quasi tutte le attività del CSM:  nell’approvazione dei piani biennali di organizzazione degli uffici giudiziari i ritardi sono cronici e varie volte è anche è capitato che l’approvazione sia avvenuta addirittura dopo che il biennio era già scaduto;  nei trasferimenti d’ufficio dei magistrati che col loro comportamento hanno compromesso a livello locale l’immagine della giustizia o compromesso la sua funzionalità si giunge spesso a decidere dopo un anno, due anni, ed anche più (spesso quando le cause delle disfunzioni si sono incancrenite o sono già state superate);  nelle autorizzazioni ai magistrati per lo svolgimento dei moltissimi incarichi di insegnamento, che essi stessi si procurano, le autorizzazioni vengono quasi sempre date con molto ritardo nonostante sia formalmente, ma non di fatto, vietato ai magistrati di svolgere incarichi extragiudiziari senza la preventiva autorizzazione del CSM  (ad esempio, nel periodo tra settembre 2002 ed luglio 2003 sono stati deliberati 653  incarichi di insegnamento superiori a 9 ore:  nel 56% dei casi con notevole ritardo, nel 15% dei casi addirittura ad incarico già espletato);  nella riammissione in servizio dei magistrati che sono stati componenti del CSM o di quelli che rientrano dopo il mandato parlamentare il Consiglio decide con molti mesi di ritardo, ma nel frattempo quei magistrati ricevono comunque la loro retribuzione come fossero in servizio (in altre parole godono di un prolungato periodo di vacanze a spese dello Stato).

Elencare tutti i ritardi con cui il CSM opera ed illustrare le conseguenze disfunzionali, organizzative e finanziarie che da essi derivano sarebbe qui impossibile.  Gli esempi sommariamente forniti sono però sufficienti a domandarsi: perché invece di voler impegnare le risorse umane e materiali del CSM in attività di ricerca non collegabili a sue esigenze funzionali –come la ricerca comparata sulle donne magistrato- non si effettuano, invece, sistematiche ricerche sulle cause dei ritardi nello svolgimento delle sue attività istituzionali?  Di ricerche, cioè, volte ad individuare procedimenti e strumenti atti ad eliminare i ritardi o quantomeno a ridurli?  Di fatto la contrarietà a svolgere questo tipo di ricerche deriva dalla certezza che esse finirebbero fatalmente per evidenziare che le cause dei ritardi derivano dal farraginoso sistema di autogoverno della magistratura che si è venuto sviluppando e vieppiù complicando col passare del tempo.  Un sistema di autogoverno che opera, oltre che al livello del CSM, anche all’interno di tutti gli uffici giudiziari e nei consigli giudiziari dei 26 distretti con una fitta rete di interrelazioni tra i vari livelli.  Toccare il complesso di quelle farraginose, complicate e capillari procedure decisionali non solo evidenzierebbe la necessità di rivedere il rapporto tra le attuali modalità di esercizio dell’autogoverno e le esigenze di funzionalità dell’apparato giudiziario ma verrebbe anche a pregiudicare la sopravvivenza proprio di quei meccanismi di cui si nutre il proselitismo ed il potere clientelare delle varie correnti del sindacato della magistratura, cioè di quei meccanismi di autogoverno che quelle correnti quotidianamente gestiscono, spesso in conflitto tra loro, a tutti i livelli.  

Due postille

La prima.  Molti anni fa ho condotto la prima ricerca sulla presenza delle donne in magistratura, ricerca nella quale ho anche evidenziato quanto fossero ridicole le motivazioni di coloro che fino al 1963 erano riusciti ad impedire il loro ingresso nel corpo giudiziario.   E’ quindi del tutto pretestuoso che ora la stampa mi presenti come “contrario ad agevolare le donne magistrato”.

La seconda postilla. In questo articolo mi sono astenuto dall’esprimere valutazioni sulla qualità della ricerca comparata sulle donne magistrato già svolta dal CSM l’anno scorso.  Ha comunque ottenuto un grande successo ed una notevole risonanza sul piano mediatico.

beppe giustizia

Un altolà al CSM politico

22 febbraio 2005

Il Giornale, 22 febbraio 2005

Da ormai molti anni il CSM ritiene di essere legittimato a definire di volta in volta quali siano le sue competenze senza nessun riguardo per i limiti posti al suo operare dal nostro assetto costituzionale.   E’ capitato più volte in passato, sta capitando di nuovo in questi giorni.  Vediamo di che si tratta. 

Giovedì scorso è pervenuta all’approvazione dell’assemblea plenaria del CSM una proposta della sesta commissione referente nella quale si criticava molto duramente il contenuto delle disposizioni di una proposta di legge in materia di prescrizione dei reati presentata da deputati della maggioranza.  Dal modo con cui questa proposta di delibera era stata iscritta all’ordine del giorno non si capiva a cosa servisse e quale ne fosse la finalità.   Ciò è invece emerso con tutta evidenza nel corso della discussione quando un consigliere ha chiesto il rinvio della pratica ad altra seduta per poter studiare con attenzione la proposta.  I consiglieri proponenti hanno obiettato che la proposta di legge era in fase avanzata di approvazione e che, quindi, il rinvio avrebbe potuto impedire al CSM di far pervenire in tempo utile al Parlamento il proprio autorevole contributo di opposizione al progetto di legge proposto dai deputati della maggioranza.   Mentre il dibattito proseguiva, il Vice Presidente Rognoni e l’On. Berlinguer (entrambi eletti al CSM dal Parlamento su indicazione dei partiti dell’opposizione) hanno effettuato due telefonate usando i loro cellulari.  Dopo le loro telefonate, presumibilmente indirizzate a loro personali interlocutori in Parlamento, si è appreso che anche col rinvio a questa settimana il parere del  CSM di dura critica alla proposta di legge sostenuta dai partiti della maggioranza, e quindi anche di appoggio alle tesi sostenute in Parlamento dai partiti di opposizione, sarebbe comunque pervenuto in tempo utile per essere preso in considerazione dal legislatore. 

Non è questo il solo caso in cui il CSM ha preteso di includere tra i suoi compiti istituzionali quello di esercitare ufficialmente ed a pieno titolo un ruolo attivo nel processo legislativo. Nel 1968 cercò addirittura di attribuirsi quel compito in via continuativa e definitiva con una variazione del suo regolamento interno.  Il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, dopo aver consultato i Presidenti dei due rami del Parlamento rifiutò di firmare quella variazione del regolamento ed inviò un  missiva ufficiale al CSM nella quale spiegava perchè  nel nostro assetto istituzionale il CSM non poteva avere rapporti diretti col Parlamento ed assumere ruoli attivi nell’ambito dell’iter legislativo.   Diceva, tra l’altro, in quella lettera:  L’instaurazione di rapporti diretti con il Parlamento…..contrasta con il nostro ordinamento costituzionale, in quanto verrebbe a creare una situazione di responsabilità politica del Consiglio superiore verso le Camere: situazione che deve ritenersi esclusa per la posizione di indipendenza che la Costituzione ha inteso assicurare al Consiglio superiore, e per il fatto stesso che il Consiglio è presieduto dal Capo dello Stato…….Per quanto riguarda i rapporti con il Governo, a norma della Costituzione e delle leggi vigenti il Consiglio può averne soltanto con il Ministro per la giustizia.

E’ questa l’unica presa di posizione ufficiale assunta da un Presidente della Repubblica  in materia di rapporti diretti tra CSM e Parlamento, una posizione ufficiale cui il Presidente volle dare particolare solennità assumendola in piena concordanza con i Presidenti dei due rami  del Parlamento.  Ci sembra di particolare rilievo sottolineare che il Presidente Saragat non si sia  limitato solo escludere che il nostro assetto costituzionale possa consentire che il CSM stabilisca rapporti diretti col Parlamento,  ma abbia anche richiamato l’attenzione sull’esigenza di evitare che il CSM, assumendosi la responsabilità politica di intervenire autonomamente con suoi pareri nel dibattito parlamentare su processi legislativi in corso, venga con ciò stesso ad offuscare il ruolo super partes che è proprio del Presidente della Repubblica anche nell’esercizio dei suoi compiti di Presidente del CSM.

Una Postilla.  Non mi risulta che il nostro assetto istituzionale sia cambiato rispetto a quello rappresentato nel 1968 dal Presidente Saragat, né mi risulta che il Quirinale abbia da allora dato ad esso interpretazioni diverse per quanto concerne la instaurazione di rapporti diretti tra CSM e Parlamento ed i riflessi negativi che ciò avrebbe sulla stessa figura super partes del Presidente della Repubblica.

beppe giustizia

Separare le carriere non basta

3 aprile 2004

Il Giornale, 3 aprile 2004

Si conclude oggi lo sciopero degli avvocati aderenti alle Camere penali.  La principale lagnanza degli avvocati riguarda il fatto che nei progetti di riforma dell’ordinamento giudiziario di cui si discute in Parlamento non è prevista la divisione della carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri (pm).  In alte parole, gli avvocati chiedono che i giudici ed i pm siano reclutati separatamente ed abbiano una diversa carriera.  Lo vogliono non per ragioni corporative, ma per garantire al cittadino un giusto processo.  A loro avviso, cioè, la divisione delle carriere porrebbe accusa e difesa sullo stesso piano di fronte al giudice. Il giudice diverrebbe finalmente imparziale perché verrebbe reciso quel legame di solidarietà di corpo tra giudici e pm.  Un legame organico che può portare il giudice a privilegiare le aspettative del suo collega pm, cioè di colui che accusa, rispetto alle richieste avanzate dall’avvocato che difende i diritti di libertà del cittadino. 

A mio avviso la richiesta degli avvocati è pienamente condivisibile e conforme agli ordinamenti di tutti gli altri paesi a consolidata democrazia che hanno un processo di tipo accusatorio.  E’ inoltre conforme ad una delibera del Parlamento europeo del 1997 sul rispetto dei diritti umani secondo la quale “è anche necessario garantire l’imparzialità dei giudici distinguendo tra la carriera dei magistrati che svolgono attività di indagine e quella del giudice al fine di assicurare un giusto processo”.  Non riesco, tuttavia, a comprendere come i dirigenti delle Camere penali possano ritenere di poter raggiungere gli obiettivi da loro voluti con la sola divisione delle carriere.  Che ciò non sia di per sé sufficiente risulta non solo dall’analisi delle soluzioni adottate negli altri paesi a consolidata democrazia, ma anche dalle stesse ricerche condotte, e già pubblicate, sulle esperienze professionali di un numero molto elevato di avvocati appartenenti alle Camere penali (G. Di Federico e M. Sapignoli, “Processo penale e diritti della difesa”, Carocci ed.).  Mi riferisco a ricerche condotte intervistando in diversi periodi e per ben tre volte un campione di 1000 avvocati penalisti.  Certamente una maggioranza, sempre crescente, di loro vuole una netta separazione delle carriere (si passa dal 78% del 1992 al 94,8% del 2000).  L’assoluta maggioranza di loro, tuttavia indica anche molte deviazioni dalle condizioni minime di un giusto processo che non possono certo sanarsi con la sola divisione delle carriere.  Con riferimento alle proprie esperienze professionali il 56,8% di loro sostiene che tra pm e pm esistono rilevanti differenze nella utilizzazione dei mezzi di indagine per casi del tutto simili; il 66,7% riferisce che i singoli pm usano criteri diversi nell’assumere le decisioni concernenti l’esercizio dell’azione penale e che in entrambi i casi le differenze, derivano dal desiderio di protagonismo o da orientamenti ideologici.  L’assoluta maggioranza degli avvocati sostiene, inoltre, che è prevalente tra i giudici per le indagini preliminari l’orientamento ad assecondare supinamente le richieste del collega pm, ed il 53,2% di loro in varia forma segnala che tra pm e giudice per le indagini preliminari (cioè tra controllato e controllore) esistono comunicazioni informali sui casi da decidere che rendono di fatto inefficace il ruolo dell’avvocato difensore con grave pregiudizio dei diritti di difesa del cittadino.  Molti altri dati di quella ricerca che assumono eguale significato potrebbero essere citati.  Mi sembra tuttavia che quelli  indicati siano sufficienti a mostrare come le disfunzioni che essi rivelano non possano essere sanate dalla sola divisione delle carriere di giudici e pm.  In altre parole non si capisce, né i dirigenti delle Camere penali ce lo spiegano, in quale modo la divisione delle carriere possa di per sé sanare o anche solo ridurre quei fenomeni che gli avvocati hanno indicato nelle interviste e che chiaramente minano alla base il giusto processo.  Le esperienze degli altri paesi democratici dimostrano che la divisione delle carriere di per sé ha un significato poco più che simbolico se non viene accompagnata da innovazioni volte a responsabilizzare e rendere trasparenti le attività del pm vincolandole a predefinite priorità nell’esercizio dell’azione penale e nell’uso dei mezzi di indagine.  Anche se gli avvocati ottenessero la divisione delle carriere, infatti, i pm che lo vogliono potranno seguitare ad operare, nella fase delle indagini, con tutta la libertà e discrezionalità di un poliziotto pienamente indipendente ed irresponsabile.  Pubblici ministeri e giudici seguiteranno ad operare congiuntamente nella stessa associazione sindacale e nelle sue correnti, seguiteranno a svolgere le loro funzioni l’uno accanto all’altro negli stessi palazzi di giustizia e ad eleggere lo stesso CSM.  In tali condizioni non credo proprio si possa realisticamente immaginare che tutto d’un tratto i circa 7.000 magistrati che attualmente esercitano le funzioni giudicanti non percepiranno più come colleghi , o considereranno meno credibili, i circa 2.000 magistrati che rimarrebbero a svolgere funzioni requirenti solo perché a partire da un certo momento non potranno più passare da una funzione all’altra ed i concorsi per le due funzioni verranno separati.  Per quanto desiderabile possa essere la divisione delle carriere, sul piano operativo certamente non potrebbe da sola produrre rilevanti innovazioni sui comportamenti giudiziari.  Io credo che di questo i dirigenti delle Camere penali dovrebbero cominciare a tenere conto. 

 

beppe giustizia

Intervista a Il Giornale su “i magistrati maiali”

4 marzo 2004

Il Giornale, 4 marzo 2004

Domanda: Sono molto pesanti le critiche che le vengono rivolte da esponenti di spicco del  sindacato della magistratura per l’intervista da lei concessa e pubblicata dal quotidiano La Stampa di Torino il 29 febbraio scorso i cui lei sembrerebbe paragonare i comportamenti dei magistrati a quelli dei maiali.

 

Risposta:  Nell’intervista durata oltre un’ora avevo, tra l’altro, detto che le riforme dell’ordinamento giudiziario attualmente in discussione in Parlamento erano molto limitate rispetto  all’esigenza di rendere il nostro sistema omogeneo a quello degli altri paesi a consolidata tradizione demo-liberale. L’intervistatrice mi aveva allora chiesto perché i magistrati, nonostante i conflitti che li dividono, fossero tutti duramente contrari a quelle proposte di riforma. Prima di affrontare l’argomento nel merito ho detto all’intervistatrice, figlia di un magistrato torinese molto famoso, che la sua domanda mi faceva venire in mente un detto piemontese riferitomi molto tempo addietro proprio da un magistrato torinese, e cioè che “i magistrati sono come i maiali, tra loro si mordono  ma se ne tocchi uno strillano tutti”. Da questa citazione, sulla cui opportunità si può certo dissentire, alcuni esponenti del sindacato della magistratura vogliono far risultare che io avrei affermato che tutti i magistrati sono dei maiali. Come ho già detto nel corso del dibattito consiliare sull’argomento, ciò è assolutamente ridicolo. Per ragioni di ricerca negli ultimi 40 anni ho quasi vissuto all’interno delle istituzioni giudiziarie, ed in particolare di quelle italiane (uffici giudiziari, CSM, Ministero della giustizia), godendo sempre della fattiva collaborazione di molti magistrati. Proprio per questo ho avuto ed ho molti più amici tra i magistrati che tra gli stessi colleghi  di università. Solo in tre dei miei libri appare una dedica. In tutti e tre la dedica riguarda magistrati con cui ho a lungo collaborato. Si tratta di Antonio Donati, consigliere della corte di appello di Milano negli anni ’60, di Girolamo Minervini assassinato dalle brigate rosse e di Giovanni Falcone assassinato dalla mafia. Affermare che io possa assimilare i magistrati ai maiali può quindi essere fatto solo da persone che vogliono strumentalizzare la vicenda nell’ambito dello scontro in atto tra centro-destra e sindacato della magistratura sui problemi della riforma giudiziaria.

 

Domanda: Ma lei è comunque stato sempre molto critico della magistratura anche per l’assenza di serie valutazioni della professionalità.

 

Risposta: E’ vero. Da più di 35 anni i magistrati permangono in servizio per 40-45 anni e di regola raggiungono tutti il massimo  livello della carriera senza che siano effettuati su di loro quei vagli di professionalità che sono invece previsti dalla legge. Ciò avviene ancora oggi. Le faccio un esempio recentissimo. Il 12 febbraio scorso la maggioranza del CSM ha promosso un magistrato che aveva dimenticato di scarcerare per decorrenza dei termini un extracomunitario, che è così rimasto indebitamente in carcere per ben 15 mesi. Tra le ragioni addotte in Consiglio a discolpa del magistrato in questione vi è stata anche quella che “dopotutto” si trattava di una distrazione avvenuta una sola volta.

 

Domanda: Particolarmente duro con lei è stato l’ex componente del CSM Armando Spataro.

 

Risposta: Nel caso di Spataro giocano forse anche risentimenti personali. Quando questo Consiglio ha dovuto ridestinare alle sedi giudiziarie i componenti del precedente Consiglio è stata avanzata la proposta di promuovere Spataro a procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Milano.  In quell’occasione io feci distribuire la fotocopia di una lettera ufficiale debitamente protocollata di un giudice milanese che lamentava di aver subito aggressioni verbali da parte di Spataro a seguito di un provvedimento di scarcerazione di un detenuto da lei disposto in difformità alle richieste dello stesso Spataro. Nella lettera il magistrato chiedeva al presidente del tribunale di Milano di essere esonerata dal presiedere udienze del tribunale delle libertà in cui Spataro era pubblico ministero proprio al fine di evitare altre aggressioni verbali. Anche in questo caso il CSM ha ritenuto, a stragrande maggioranza, che quel comportamento professionale di Spataro non implicasse valutazioni negative della professionalità e lo ha comunque promosso. E’ opportuno aggiungere che l’episodio che ho appena riferito era stato descritto e duramente commentato anni prima, e senza smentite, in un libro dell’avvocato Agostino Viviani.

 

iornale, 4 marzo 2004

beppe giustizia

Il processo SME, Cossiga e la Bocassini

29 novembre 2003

Libero, 29 novembre 2003

Su La Repubblica è apparso un breve articolo dal titolo “I diritti dei PM”.  Ne è l’autore  il Presidente emerito della Repubblica, e mio caro amico, Francesco Cossiga. Le sue idee in materia di giustizia sono sempre state da me condivise.  Non condivido però quanto da lui scritto in quest’ultimo articolo.  Vediamo di che si tratta.

In una intervista pubblicata da La Repubblica, il pm di Milano Ilda Boccassini ha espresso giudizi alquanto pesanti sulle iniziative legislative del Governo e del Parlamento che, declassando reati e alterando procedure, avrebbero interferito idebitamente sull’andamento del processo IMI-SME.  Lamenta, inoltre, che attualmente sarebbero proprio i “corruttori a fare le leggi per riformare la magistratura”.  Il Presidente Cossiga ritiene che il pm Boccassini abbia tutto il diritto di esprimere quei giudizi perché, a differenza dei giudici, i pm non sono un organo imparziale.  Al pari dell’avvocato difensore sono, a suo avviso, solo una delle parti del processo.  Quindi al pari dell’avvocato possono esprimere liberamente i loro convincimenti e valutazioni di ogni tipo sull’andamento dei processi che li hanno visti protagonisti.

 Sono sicuro che la dott. Boccassini è ben lontana dal condividere la rappresentazione data dal Presidente Cossiga del ruolo del pm come semplice parte processuale, che di regola persegue legittimamente l’obiettivo di ottenere la condanna degli imputati contrapponendosi all’avvocato difensore che, invece, cerca di ottenere la loro assoluzione. La stragrande maggioranza dei magistrati italiani, invece, vuole ancora rappresentare il ruolo del pm come “parte imparziale”, impegnata a trovare anche le prove a favore degli imputati e legata al giudice da una fantomatica  “comune cultura della giurisdizione”.  Alcuni di loro sostengono queste cose strumentalmente, per interesse corporativo, altri, a dispetto dei fatti, ci credono davvero.

Per ragioni ben diverse neppure io condivido la rappresentazione che il Presidente Cossiga fa del nostro pm equiparando il suo ruolo a quello dei pm dei Paesi di tradizione giuridica anglosassone.  Non solo e non tanto perché, a differenza di quei Paesi, da noi giudici e pm appartengono allo stesso corpo e possono trasferirsi da una funzione all’altra, ma anche perché da noi i pm non sono in alcun modo responsabili delle indagini che compiono e delle iniziative penali che promuovono.  Nei paesi anglosassoni, infatti, sia gli avvocati che i pubblici ministeri vengono valutati professionalmente per i successi processuali che ottengono in termini di assoluzioni e condanne.  Da noi questo vale solo per gli avvocati.  I nostri pm, come più volte avvenuto, possono anche ripetutamente iniziare e condurre indagini costosissime, promuovere iniziative penali che anni dopo si dimostrano infondate a livello processuale senza che questo influisca minimamente sulla loro cariera.   Non così nei paesi con un vero processo accusatorio di tradizione giuridica anglosassone. In quei paesi i pm che con le loro iniziative ricorrentemente danneggiano l’onorabilità di cittadini che poi risultano innocenti e sprecano le risorse che lo Stato mette a loro disposizione vengono considerati professionalmente incapaci e spesso licenziati.  Da noi, invece, vengono regolarmente promossi.

Sarei tentato di sottolineare altri aspetti del ruolo del nostro pm che mal si conciliano con la rappresentazione che ne ha dato il Presidente Cossiga nel suo articolo.  Non voglio però lasciarlo solo nell’appoggiare la dott. Boccassini per quanto da lei detto nella sua intervista a La Repubblica. Il mio convinto appoggio va però ad una parte dell’intervista diversa da quella considerata dal Presidente Cossiga.  La parte cioè in cui Lei esprime la sua preoccupazione per il fatto che  magistrati professionalmente inadeguati o incapaci ottengono comunque valutazioni altamente positive dai Consigli giudiziari e dal CSM.   Non è certo un fenomeno recente: da quasi 40 anni infatti tutti i nostri magistrati percorrono l’intera carriera senza effettivi vagli di professionalità. Condivido pertanto anche il suo auspicio che dovrebbe essere la stessa magistratura  a riflettere su quelle carenze “e magari fare  scelte coraggiose e forse impopolari”.

Una postilla.  Man mano che scrivevo sulle ragioni del mio disaccordo con il Presidente Cossiga mi sono accorto che stavo dicendo cose che lui sa benissimo e delle quali abbiamo più volte parlato senza mai dissentire.   Mi sono pertanto venuto convincendo che il suo articolo è più volto ad ironizzare sull’ambiguo ruolo del pm nel nostro Paese che a sostenere  la piena legittimità del comportamento della dott. Boccassini nell’esprimere pesanti critiche a Governo e Parlamento.   

 

beppe giustizia