Spiegateci perchè la bicamerale si è scordata dei magistrati onorari

15 novembre 2007 Commenti chiusi

 

 

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Riforma dell’Ordinamento giudiziario: modifiche alla Costituzione con legge ordinaria

19 luglio 2007 Commenti chiusi

Libero, 12 luglio 2007

E’ iniziata in questi giorni al Senato la discussione sulle modifiche all’ordinamento giudiziario proposte dal Ministro Mastella.  Il testo normativo da lui proposto con riferimento alle valutazioni di professionalità dei magistrati cancella, senza che appaia esplicitamente, uno dei compiti che l’articolo 105 della Costituzione attribuisce al CSM. Quello,cioè, di provvedere alle promozioni dei magistrati vagliandone le qualificazioni professionali nel corso della loro carriera.  Compito di grande rilievo voluto dal costituente per garantire ai cittadini magistrati che avessero le qualificazioni necessarie ad amministrare giustizia.  Il potente sindacato dei magistrati è sempre stato contrario a quelle valutazioni di professionalità, non a parole ma certamente nei fatti.  Per circa 40 anni ha operato con successo per svuotare di reale contenuto quelle valutazioni ed ora, con questa proposta di riforma, se approvata, otterrà quanto da anni richiede e cioè che il dettato costituzionale relativo alle promozioni divenga anche formalmente lettera morta. Per comprendere queste affermazioni è necessario riassumere e valutare molto brevemente quanto accaduto e quanto sta accadendo. 

Le valutazioni per le promozioni dei magistrati finora previste dalla legge sono quattro, tutte collegate a distinte qualifiche:  dopo due anni dal reclutamento la valutazione per la promozione a magistrato di tribunale, dopo altri 11 anni per la promozione a magistrato di appello, dopo altri 7 anni per la promozione a magistrato di cassazione dopo altri 8 anni per la promozione a magistrato di cassazione con funzioni direttive.  Le valutazioni per quelle promozioni sono state sinora fatte a livello distrettuale dai consigli giudiziari ed al livello nazionale, in via definitiva, dal CSM.  In entrambi gli organismi la stragrande maggioranza dei componenti è composta da rappresentanti del sindacato della magistratura, cioè l’Associazione Nazionale Magistrati.  Risultati:  1) nonostante la legge preveda vagli rigorosi, negli ultimi 40 anni tutti i magistrati sono stati promossi a tutti i livelli della carriera con valutazioni altamente laudative e tutti hanno raggiunto il massimo della carriera ed il più alto livello di stipendio e pensione, con la sola eccezione di coloro che avevano subito gravissime condanne disciplinari o penali (molto spesso  tuttavia la bocciatura ha ritardato solo di qualche anno il pieno svolgimento della carriera e dei relativi vantaggi economici); 2) nei 40-45 anni in cui di regola rimangono in servizio i nostri magistrati non subiscono, da ormai 40 anni, nessun concreto vaglio di professionalità e tutti risultano formalmente grandi giuristi e grandi lavoratori.

Utilizzando ricerche da me condotte su decine di migliaia di promozioni effettuate a partire dagli anni ’60, all’inizio del mio mandato di consigliere del CSM ho presentato una relazione (riportata integralmente nel verbale del 13 novembre 2002) nella quale si documentavano le molteplici conseguenze negative derivanti dalla pluri-decennale assenza di valutazioni della professionalità dei nostri magistrati.  Nessuno degli altri componenti del CSM ha sollevato obiezioni – né avrebbero potuto- sulla veridicità della mia relazione.  Tanto che in quella stessa seduta il CSM decise di istituire una commissione di studio per meglio effettuare, in futuro, le valutazioni di professionalità dei magistrati in occasione delle promozioni (le proposte di quella commissione non hanno tuttavia avuto alcun effetto).

In quella mia relazione iniziale, e poi più volte nel corso dei 4 anni di lavoro consiliare ho ricordato che nei lavori della Costituente non vi era nessuna indicazione che il termine “promozioni” utilizzato all’art. 105 potesse avere un significato diverso da quello che ha nella lingua italiana. Che quindi le promozioni generalizzate e prive di sostanziale contenuto valutativo effettuate dal CSM negli ultimi 40 anni costituiscono di fatto la violazione di un importante obbligo imposto al CSM stesso dalla nostra Costituzione. 

Il progetto di legge governativo in discussione al Senato soddisfa appieno le richieste da tempo avanzate del sindacato della magistratura e risolve alla radice il problema delle promozioni.  Elimina le qualifiche di magistrato di appello, di magistrato di cassazione, di magistrato di cassazione con funzioni direttive, cioè elimina tutti i livelli della carriera dei magistrati (che sono poi quelli conosciute dal Costituente al momento di scrivere l’art. 105).  Se, come sembra, quel progetto di legge verrà approvato, il CSM non effettuerà più le promozioni dei magistrati, neppure formalmente.  Non potrebbe neppure farlo perché le qualifiche cui i magistrati dovrebbero essere promossi non esisterebbero più.  Tuttavia, tra i compiti e gli obblighi del CSM previsti dall’articolo 105 della nostra Costituzione rimarrebbe comunque quello di effettuare promozioni che non verranno più fatte.  Si tratta in buona sostanza di una modifica della Costituzione fatta, senza dirlo, con legge ordinaria. 

 

Giuseppe Di Federico

 

Due postille.  La prima. Dicendo e mostrando che per i 40-45 anni di permanenza in servizio i nostri magistrati non sono sottoposti a reali vagli di professionalità non voglio certo affermare che non vi siano magistrati di grande valore (con alcuni di essi ho a lungo collaborato, con Giovanni Falcone, con Adolfo Beria di Argentine, con Girolamo Minervini, ed altri ancora).  I magistrati di grande valore sono tuttavia tali solo per virtù propria e non perchè tutti i magistrati siano sospinti ad esserlo da efficaci stimoli istituzionali come avviene, invece, in altri paesi europei ove i sistemi di promozione dei magistrati sono cosa molto seria ed altamente selettivi. 

Seconda postilla.  Ho detto che finora le promozioni sono state temporaneamente negate solo a seguito di gravi violazioni disciplinari.  Cosa sia una grave violazione disciplinare è concetto assai relativo che merita una illustrazione onde capire cosa significa per il CSM.  Faccio il più semplice degli esempi di cui dispongo.  Un pubblico ministero aveva dimenticato di ordinare la scarcerazione di un extracomunitario in detenzione preventiva ed il malcapitato è rimasto ingiustamente in carcere per oltre 15 mesi.  Il pm in questione aveva ricevuto dal CSM la sanzione disciplinare dell’ammonimento (poco più di un buffetto).  Il 18 febbraio 2004 CSM ha deciso di promuovere comunque quel pm.  A chi obiettava che il suo comportamento denotava mancanza di professionalità e diligenza, un consigliere ha risposto che dopotutto il pm era incorso in quella dimenticanza una sola volta e che quindi non si trattava di un comportamento abituale.  Queste affermazioni non appaiono nel verbale del CSM, ma hanno tuttavia convinto la maggioranza dei suoi componenti.  

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Il CSM oltrepassa i confini e censura anche Parigi

26 febbraio 2006 Commenti chiusi

Libero, 26 febbraio 2006

Giovedì scorso il Consiglio Superiore della Magistratura ha espresso dure critiche nei confronti del Parlamento francese reo di aver violato l’indipendenza della magistratura e la divisione dei poteri.  Il CSM era chiamato ad approvare il testo di una risoluzione approvata dal network dei Consigli di giustizia europei (di cui il CSM italiano fa parte) nel quale molto genericamente si denunziavano gli attacchi alla magistratura che si stanno verificando in Europa.  La condanna espressa nei confronti del Parlamento francese risulta tuttavia chiaramente dal documento ufficiale che accompagna quella delibera e dalla discussione che si è svolta in seno al Consiglio. 

I fatti che hanno dato origine alla censura sono così riferiti nel documento sottoposto all’approvazione del CSM: “Il 14 febbraio 2006 vi è stata una diretta televisiva -durata circa sei ore- durante la quale era stato intervistato [da una commissione parlamentare francese] il giudice Fabrice Burgaud per aver disposto la carcerazione preventiva di 14 persone accusate di stupro, violenza , corruzione di minori, accuse da cui sono state poi tutte assolte, ad esclusione di uno degli imputati che si era suicidato nel corso delle indagini……..Lo stesso Presidente della Repubblica Jaques Chirac aveva definito la vicenda ‘un disastro giudiziario senza precedenti’  A seguito dell’accaduto, il Parlamento aveva disposto l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta…e nel corso dei suoi lavori aveva chiamato a testimoniare proprio il giudice Fabrice Burgaud , ritenuto da tutti il  responsabile principale della vicenda.  I fatti avevano offerto ai politici l’occasione per mettere sotto accusa tutta la magistratura e per rimettere in discussione la questione della separazione dei poteri. La situazione doveva ritenersi, a detta dei rappresentanti francesi, molto preoccupante”.

La censura al Parlamento francese da parte del CSM italiano risulta poi chiaramente dal dibattito consiliare da me trascritto ed in particolare dall’intervento con cui l’On. Berlinguer –che è anche Presidente del Nework Europeo dei Consigli- ha illustrato le ragioni per cui il CSM doveva approvare la delibera.  Con riferimento all’audizione del magistrato francese in Parlamento ha infatti testualmente affermato che “non è legittimo che questa audizione si trasformi in una attività di procuratore o PM collettivo trasformando  i membri della commissione d’inchiesta in procuratori che trattano il magistrato come imputato, quindi capovolgendo, anzi uccidendo” il principio della divisione dei poteri di cui parla Montesquieu.  E ancora, sempre con riferimento alle scorrettezze del Parlamento francese nell’effettuare l’audizione del magistrato: “un magistrato che si considera aver commesso un errore giudiziario lo si riduce alla condizione di imputato, intervenendo negli atti giudiziari, quindi se mi permettete, uno stravolgimento della separazione dei poteri”

Nel mio intervento in Consiglio ho fatto inutilmente notare che non rientrava tra i compiti del nostro CSM censurare i comportamenti del Parlamento francese.  La stragrande maggioranza del CSM ha approvato il documento e condiviso appieno le censure al Parlamento francese contenute nella documentazione distribuita e rese oltremodo esplicite dalle motivazioni formulate dall’On. Berlinguer.  Hanno votato a favore della sua mozione tutti i consiglieri magistrati, con il mio voto contrario e tre astensioni. 

A prescindere da quello che ognuno di noi può pensare sui comportamenti del Parlamento francese,  assume di per sé, e sotto vari profili, notevole rilievo istituzionale e politico il fatto che il nostro CSM li abbia censurati. 

In primo luogo perché il Presidente del nostro CSM è il Presidente della Repubblica che, sebbene assente al momento della delibera, non abbia partecipato alla seduta del Consiglio, finisce comunque per essere coinvolto in questa vicenda. 

In secondo luogo perché solleva questioni che assumono rilievo a livello europeo.  Quale è il ruolo del Network europeo dei Consigli di giustizia?  Può censurare i comportamenti delle istituzioni dei singoli stati europei su tutte le questioni che suo giudizio riguardano le magistrature nazionali?  Anche a voler ritenere che si tratta di un organismo privato che ha il diritto di espime liberamente i suoi convincimenti, si può poi consentire che le sue censure vengano fatte proprie dai CSM nazionali che sono invece istituzioni pubbliche, spesso di rilievo costituzionale? 

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Di Federico (CSM): troppi casi in passato, Rognoni si muove tardi

11 marzo 2005 Commenti chiusi

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Il CSM dei falsi maschilisti

7 marzo 2005 Commenti chiusi

Il Giornale, 29 marzo 2005

 Giovedì scorso la maggioranza del CSM ha bocciato un progetto di ricerca che riguardava la presenza delle donne in magistratura in vari paesi, anche extracomunitari (come la Turchia).  Una ricerca con cui si voleva dare seguito ad un’altra  sul medesimo argomento condotta  l’anno scorso dallo stesso CSM.  Coloro che hanno votato contro (me compreso) sono stati rappresentati da alcuni giornali ad ampia diffusione come affetti da pregiudizi nei confronti delle donne. E’ una rappresentazione assolutamente falsa.  Le ragioni della bocciatura nulla hanno a che fare con una supposta contrarietà a promuovere la piena e paritaria presenza delle donne a tutti i livelli della giurisdizione ed in tutte le funzioni direttive.  

Molte cose si possono rimproverare al CSM ma certo non quella di aver assunto decisioni di natura discriminatoria nei confronti delle donne.  Gli riuscirebbe difficile anche se lo volesse, visto che ormai da oltre 35 anni tutti i magistrati, uomini e donne, vengono promossi automaticamente fino ai vertici della carriera in base all’anzianità di servizio. Di fatto la ricerca è stata bocciata perchè non era in alcun modo collegabile ai compiti istituzionali del CSM né in alcun modo funzionale o anche minimamente rilevante per le decisioni che il CSM deve assumere con riferimento alle donne magistrato.  Ciò è di per sé motivo sufficiente per impedire al CSM di investire risorse umane e materiali in quel tipo di ricerche transnazionali.  Quelle risorse potrebbero, invece, essere molto meglio investite dal CSM per effettuare analisi che sarebbero necessarie al suo efficiente (o meno inefficiente) funzionamento. 

Come noto, il Presidente della Repubblica  ha di recente scritto al CSM per denunziare le gravi disfunzioni derivanti dai pesanti ritardi con cui il CSM stesso provvede alla copertura dei posti direttivi ed ai trasferimenti.  Non si tratta dei soli ritardi.  Questi si verificano in forma grave, ed altrettanto disfunzionale, in quasi tutte le attività del CSM:  nell’approvazione dei piani biennali di organizzazione degli uffici giudiziari i ritardi sono cronici e varie volte è anche è capitato che l’approvazione sia avvenuta addirittura dopo che il biennio era già scaduto;  nei trasferimenti d’ufficio dei magistrati che col loro comportamento hanno compromesso a livello locale l’immagine della giustizia o compromesso la sua funzionalità si giunge spesso a decidere dopo un anno, due anni, ed anche più (spesso quando le cause delle disfunzioni si sono incancrenite o sono già state superate);  nelle autorizzazioni ai magistrati per lo svolgimento dei moltissimi incarichi di insegnamento, che essi stessi si procurano, le autorizzazioni vengono quasi sempre date con molto ritardo nonostante sia formalmente, ma non di fatto, vietato ai magistrati di svolgere incarichi extragiudiziari senza la preventiva autorizzazione del CSM  (ad esempio, nel periodo tra settembre 2002 ed luglio 2003 sono stati deliberati 653  incarichi di insegnamento superiori a 9 ore:  nel 56% dei casi con notevole ritardo, nel 15% dei casi addirittura ad incarico già espletato);  nella riammissione in servizio dei magistrati che sono stati componenti del CSM o di quelli che rientrano dopo il mandato parlamentare il Consiglio decide con molti mesi di ritardo, ma nel frattempo quei magistrati ricevono comunque la loro retribuzione come fossero in servizio (in altre parole godono di un prolungato periodo di vacanze a spese dello Stato).

Elencare tutti i ritardi con cui il CSM opera ed illustrare le conseguenze disfunzionali, organizzative e finanziarie che da essi derivano sarebbe qui impossibile.  Gli esempi sommariamente forniti sono però sufficienti a domandarsi: perché invece di voler impegnare le risorse umane e materiali del CSM in attività di ricerca non collegabili a sue esigenze funzionali –come la ricerca comparata sulle donne magistrato- non si effettuano, invece, sistematiche ricerche sulle cause dei ritardi nello svolgimento delle sue attività istituzionali?  Di ricerche, cioè, volte ad individuare procedimenti e strumenti atti ad eliminare i ritardi o quantomeno a ridurli?  Di fatto la contrarietà a svolgere questo tipo di ricerche deriva dalla certezza che esse finirebbero fatalmente per evidenziare che le cause dei ritardi derivano dal farraginoso sistema di autogoverno della magistratura che si è venuto sviluppando e vieppiù complicando col passare del tempo.  Un sistema di autogoverno che opera, oltre che al livello del CSM, anche all’interno di tutti gli uffici giudiziari e nei consigli giudiziari dei 26 distretti con una fitta rete di interrelazioni tra i vari livelli.  Toccare il complesso di quelle farraginose, complicate e capillari procedure decisionali non solo evidenzierebbe la necessità di rivedere il rapporto tra le attuali modalità di esercizio dell’autogoverno e le esigenze di funzionalità dell’apparato giudiziario ma verrebbe anche a pregiudicare la sopravvivenza proprio di quei meccanismi di cui si nutre il proselitismo ed il potere clientelare delle varie correnti del sindacato della magistratura, cioè di quei meccanismi di autogoverno che quelle correnti quotidianamente gestiscono, spesso in conflitto tra loro, a tutti i livelli.  

Due postille

La prima.  Molti anni fa ho condotto la prima ricerca sulla presenza delle donne in magistratura, ricerca nella quale ho anche evidenziato quanto fossero ridicole le motivazioni di coloro che fino al 1963 erano riusciti ad impedire il loro ingresso nel corpo giudiziario.   E’ quindi del tutto pretestuoso che ora la stampa mi presenti come “contrario ad agevolare le donne magistrato”.

La seconda postilla. In questo articolo mi sono astenuto dall’esprimere valutazioni sulla qualità della ricerca comparata sulle donne magistrato già svolta dal CSM l’anno scorso.  Ha comunque ottenuto un grande successo ed una notevole risonanza sul piano mediatico.

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Cosa è successo nella seduta del CSM

4 marzo 2005 Commenti chiusi

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Pasticcio istituzionale

4 marzo 2005 Commenti chiusi

Il Giornale, 4 marzo 2005

 

La scorsa settimana si è di fatto introdotta una rilevante modifica nel nostro assetto costituzionale:  il CSM è divenuto a pieno titolo organo di consulenza del Parlamento.  Ha infatti espresso di sua propria iniziativa un parere su una proposta di legge, attualmente in discussione al Senato, che modifica i termini di prescrizione dei reati. L’aspirazione del CSM a divenire organo ausiliario del Parlamento è di lunga data. Manifestò per la prima volta questo suo desiderio nel 1968.  Giuseppe Saragat, allora Presidente della Repubblica, d’intesa coi presidenti dei due rami del Parlamento, lo impedì considerando quella pretesa non compatibile con il nostro assetto costituzionale.  L’attuale Presidente della Repubblica lo ha invece consentito.

Non conosciamo le motivazioni di ordine costituzionale che hanno portato il Presidente Ciampi ad assumere un orientamento radicalmente opposto a quello del suo illustre predecessore.  Nel valutare quanto accaduto dobbiamo pertanto limitarci a richiamare le motivazioni a suo tempo addotte dal Presidente Saragat.  In quell’occasione egli non si limitò a ricordare che l’attività di consulenza al Parlamento da parte del CSM non era prevista né dalla Costituzione né dalla legge.  Volle anche esplicitare le ragioni che rendevano quell’attività estranea al nostro assetto costituzionale e gravida di conseguenze sul piano dei rapporti tra le istituzioni.

Sottolineò, infatti, che l’attività di consulenza autonomamente offerta al Parlamento sulle proposte di legge in discussione avrebbe portato il CSM ad assumere un ruolo politico di parte senza portarne alcuna responsabilità, a schierarsi cioè a sostegno delle  posizioni sostenute in Parlamento da alcuni partiti politici e contro quelle sostenute da altri.  Sottolineò inoltre che laddove si consentisse al CSM di assumersi la responsabilità politica di intervenire autonomamente con suoi pareri nel dibattito parlamentare su processi legislativi in corso, non solo ne soffrirebbe l’immagine di indipendenza del CSM ma si verrebbe ad offuscare lo stesso ruolo super partes che è proprio del Presidente della Repubblica anche nell’esercizio dei suoi compiti di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. 

Entrambe le conseguenze che Saragat considerava istituzionalmente dannose si sono ora puntualmente verificate.  Il parere fortemente negativo espresso dalla maggioranza del CSM sulla proposta di legge in materia di prescrizioni sostenuta dai partiti della Casa delle libertà e, per giunta, già approvata da uno dei rami del Parlamento, è stata, infatti, utilizzato dai partiti del centrosinistra come la prova provata delle ragioni della loro opposizione politica alla legge in questione.  Di contro i partiti  della maggioranza ed il Ministro della giustizia accusano il CSM di ingerenza nel processo legislativo  e di aver formulato un parere di chiara matrice politica a sostegno delle posizioni del centrosinistra (il parere ha ricevuto il voto favorevole solo dei due terzi dei componenti del CSM, e cioè quelli dell’On. Berlinguer e dei rappresentanti delle quattro correnti del sindacato della magistratura).   Il Vice Presidente del CSM On. Rognoni ha risposto al Ministro della giustizia che il CSM non si  farà intimorire e che seguiterà anche in futuro ad offrire, ogniqualvolta lo vorrà, la sua consulenza al Parlamento in nome di una fantomatica “leale collaborazione”.  Si è così di fatto verificato quel chiaro coinvolgimento del CSM  nell’agone politico e quella confusione nei ruoli istituzionali che Saragat aveva voluto evitare.  Altrettanto puntuali le sue previsioni sulle conseguenze che l’autonoma formulazione di pareri al Parlamento da parte del CSM avrebbe potuto avere avuto sull’immagine super partes del Presidente della Repubblica.  Ciò in quanto riteneva che i pareri espressi da un organo presieduto dal capo dello Stato non potessero non coinvolgerlo personalmente.  Basta leggere i commenti dei principali giornali per convincersi dell’esattezza della sua previsione: si vedano, ad esempio, gli articoli del 24 febbraio scorso sul Corriere della Sera e La Stampa a firma, rispettivamente, di Marzio Breda e Paolo Passarini, nonché l’articolo di Giannini su La Repubblica dal titolo “Ciampi e CSM, no al salva Previti” (così viene chiamata dall’opposizione la proposta di legge sulle prescrizioni).  Si arriva persino a ritenere che il coinvolgimento del Quirinale nel parere espresso dal CSM sia tale da far prevedere che il Presidente Ciampi rinvierà la legge di modifica delle prescrizioni alle Camere nel caso essa sia approvata nella sua attuale formulazione.   Non dico che quei giornalisti, ed gli altri che hanno condiviso le loro opinioni, abbiano correttamente interpretato la volontà del Presidente.  Non si può neppure dire, però, che quanto da loro detto non abbia una plausibile giustificazione visto che, come riteneva Saragat,  il consenso del Presidente alle delibere del CSM può legittimamente apparire tale anche a prescindere dalla sua volontà.  Ciò non solo perché l’organo che ha espresso il parere è da lui presieduto, ma anche perchè egli ha la responsabilità di approvare l’ordine dei lavori del CSM e riceve preventivamente i testi dei documenti che vengono sottoposti all’approvazione del Consiglio.  Molte le implicazioni di ordine istituzionale di quanto successo.  Per rendersene conto basta porsi alcune domande. Se la stessa maggioranza che ha approvato quella proposta di legge alla Camera la cambierà, in tutto o in parte, secondo le indicazioni contenute nel parere del CSM,  lo farà perché vede in quel parere un monito dello stesso Presidente della Repubblica nella veste di presidente del CSM? Lo farà, quindi, solo per evitare un successivo rinvio della legge al Parlamento da parte del Presidente della Repubblica?  Se la maggioranza non terrà conto del parere del CSM ed approverà la legge nella sua attuale formulazione come si dovrà valutare un eventuale successivo rinvio alle Camere della legge stessa da parte del Presidente della Repubblica, soprattutto se dovesse utilizzare in tutto o in parte le motivazioni contenute nel parere del CSM che lui presiede? Riconoscendo al CSM l’autonomo potere di inviare pareri al Parlamento su testi di legge ancora in discussione non si viene con ciò stesso ad affermare che al Presidente della Repubblica si riconosce il potere di intervenite due volte sullo stesso testo legislativo, una volta, prima dell’approvazione, come componente del CSM,  ed una seconda volta, dopo l’approvazione, come Capo dello Stato?

Aggiungo tre postille.

La prima.  In questo articolo non ho inteso esprimere alcuna valutazione, né positiva né negativa, sulla proposta di legge  in materia di prescrizioni.  Mi sono voluto occupare di una questione che da essa prescinde e che è a mio avviso ben più importante, quella del corretto rapporto tra le massime istituzioni dello Stato.

La seconda.  Sulla inammissibilità di rapporti diretti tra CSM e Parlamento si sono espressi non solo il Presidente Saragat ed i presidenti dei due rami del Parlamento dell’epoca, ma anche il Senato in una sua delibera del 29 gennaio 1969, delibera nella quale si afferma che le eventuali relazioni del CSM sullo stato della giustizia possono pervenire al Parlamento solo per il tramite del Ministro della giustizia.

La terza.  Il Vice Presidente del CSM, On. Rognoni, ritiene che il CSM abbia un autonomo potere di fornire pareri al Parlamento in base al principio della “leale collaborazione”.  Non capisco bene di cosa si tratti, ma se dovessi dare una interpretazione a quella vaga espressione sulla base di quanto sinora avvenuto nel corso dei lavori di questo CSM direi che sinora la “leale collaborazione” vi è certamente stata nei confronti delle forze di opposizione al Governo.

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Un altolà al CSM politico

22 febbraio 2005 Commenti chiusi

Il Giornale, 22 febbraio 2005

Da ormai molti anni il CSM ritiene di essere legittimato a definire di volta in volta quali siano le sue competenze senza nessun riguardo per i limiti posti al suo operare dal nostro assetto costituzionale.   E’ capitato più volte in passato, sta capitando di nuovo in questi giorni.  Vediamo di che si tratta. 

Giovedì scorso è pervenuta all’approvazione dell’assemblea plenaria del CSM una proposta della sesta commissione referente nella quale si criticava molto duramente il contenuto delle disposizioni di una proposta di legge in materia di prescrizione dei reati presentata da deputati della maggioranza.  Dal modo con cui questa proposta di delibera era stata iscritta all’ordine del giorno non si capiva a cosa servisse e quale ne fosse la finalità.   Ciò è invece emerso con tutta evidenza nel corso della discussione quando un consigliere ha chiesto il rinvio della pratica ad altra seduta per poter studiare con attenzione la proposta.  I consiglieri proponenti hanno obiettato che la proposta di legge era in fase avanzata di approvazione e che, quindi, il rinvio avrebbe potuto impedire al CSM di far pervenire in tempo utile al Parlamento il proprio autorevole contributo di opposizione al progetto di legge proposto dai deputati della maggioranza.   Mentre il dibattito proseguiva, il Vice Presidente Rognoni e l’On. Berlinguer (entrambi eletti al CSM dal Parlamento su indicazione dei partiti dell’opposizione) hanno effettuato due telefonate usando i loro cellulari.  Dopo le loro telefonate, presumibilmente indirizzate a loro personali interlocutori in Parlamento, si è appreso che anche col rinvio a questa settimana il parere del  CSM di dura critica alla proposta di legge sostenuta dai partiti della maggioranza, e quindi anche di appoggio alle tesi sostenute in Parlamento dai partiti di opposizione, sarebbe comunque pervenuto in tempo utile per essere preso in considerazione dal legislatore. 

Non è questo il solo caso in cui il CSM ha preteso di includere tra i suoi compiti istituzionali quello di esercitare ufficialmente ed a pieno titolo un ruolo attivo nel processo legislativo. Nel 1968 cercò addirittura di attribuirsi quel compito in via continuativa e definitiva con una variazione del suo regolamento interno.  Il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, dopo aver consultato i Presidenti dei due rami del Parlamento rifiutò di firmare quella variazione del regolamento ed inviò un  missiva ufficiale al CSM nella quale spiegava perchè  nel nostro assetto istituzionale il CSM non poteva avere rapporti diretti col Parlamento ed assumere ruoli attivi nell’ambito dell’iter legislativo.   Diceva, tra l’altro, in quella lettera:  L’instaurazione di rapporti diretti con il Parlamento…..contrasta con il nostro ordinamento costituzionale, in quanto verrebbe a creare una situazione di responsabilità politica del Consiglio superiore verso le Camere: situazione che deve ritenersi esclusa per la posizione di indipendenza che la Costituzione ha inteso assicurare al Consiglio superiore, e per il fatto stesso che il Consiglio è presieduto dal Capo dello Stato…….Per quanto riguarda i rapporti con il Governo, a norma della Costituzione e delle leggi vigenti il Consiglio può averne soltanto con il Ministro per la giustizia.

E’ questa l’unica presa di posizione ufficiale assunta da un Presidente della Repubblica  in materia di rapporti diretti tra CSM e Parlamento, una posizione ufficiale cui il Presidente volle dare particolare solennità assumendola in piena concordanza con i Presidenti dei due rami  del Parlamento.  Ci sembra di particolare rilievo sottolineare che il Presidente Saragat non si sia  limitato solo escludere che il nostro assetto costituzionale possa consentire che il CSM stabilisca rapporti diretti col Parlamento,  ma abbia anche richiamato l’attenzione sull’esigenza di evitare che il CSM, assumendosi la responsabilità politica di intervenire autonomamente con suoi pareri nel dibattito parlamentare su processi legislativi in corso, venga con ciò stesso ad offuscare il ruolo super partes che è proprio del Presidente della Repubblica anche nell’esercizio dei suoi compiti di Presidente del CSM.

Una Postilla.  Non mi risulta che il nostro assetto istituzionale sia cambiato rispetto a quello rappresentato nel 1968 dal Presidente Saragat, né mi risulta che il Quirinale abbia da allora dato ad esso interpretazioni diverse per quanto concerne la instaurazione di rapporti diretti tra CSM e Parlamento ed i riflessi negativi che ciò avrebbe sulla stessa figura super partes del Presidente della Repubblica.

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Indipendenza a senso unico

10 gennaio 2005 Commenti chiusi

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Corte costituzionale: super magistrati nel gioco delle correnti

12 settembre 2004 Commenti chiusi

Il Giornale, 12 settembre 2004

Nei precedenti due articoli sulla riforma della Corte Costituzionale attualmente in discussione in Parlamento ho mostrato come una delle scelte di fondo del nostro costituente del 1948, come di quello di oggi, vadano nella stessa direzione su un aspetto di grande rilievo: quello di volere che la maggioranza dei giudici costituzionali non sia eletta, come in altri paesi democratici, da un organo politico come il Parlamento ma bensì da poteri ritenuti “neutri”, e cioè dal Presidente della Repubblica e dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative. Nel precedente articolo ci siamo domandati se questi “poteri neutri” siano effettivamente tali nel senso di evitare che si creino squilibri negli orientamenti anche politici dei giudici della Corte Costituzionale nel loro complesso.  Abbiamo concluso che non è certo così per quanto concerne i giudici nominati a suo piacimento dai Presidenti della Repubblica: tutti e 5 i giudici di nomina presidenziale attualmente in carica, infatti, sono stati scelti tra professori universitari e avvocati che chiaramente provengono dall’area del centro-sinistra.  Cosa questa che certamente non sarebbe stata possibile per nessuna maggioranza parlamentare se la designazione fosse stata effettuata anche da noi dal Parlamento con un altissimo quorum, cioè a somiglianza di come avviene in Germania, Portogallo e Spagna. 

Ci rimane da considerare se ed in che senso siano da considerare “neutre” le designazioni che vengono fatte per via elettorale dai magistrati delle giurisdizioni superiori.  [E quindi anche di vedere se trovi giustificazione la scelta, unica nel suo genere tra i paesi democratici, di far eleggere da corpi di natura burocratica, quali sono i magistrati, una consistente percentuale di giudici costituzionali (5 su 15 attualmente, 4 su 15 nelle proposte di riforma).]

Per brevità mi limiterò a considerare le elezioni dei tre giudici eletti nel proprio seno dai magistrati della cassazione.  In passato sulla loro scelta elettorale ha pesata, con una certa frequenza, l’orientamento a voler rimuovere, eleggendoli alla Corte costituzionale, i magistrati che avrebbero occupato per diversi anni le posizioni di vertice di Primo (Presidente della Corte di Cassazione, di Procuratore generale di Cassazione e così via), impedendo così a numerosi colleghi prossimi alla pensione di accedere a quelle posizioni.  Le tendenze elettorali si stanno ora modificando e se ne sono già viste le prime avvisaglie in alcune delle ultime elezioni:  a molti è apparso chiaro, ad esempio, che i voti dei magistrati delle correnti di sinistra siano stati determinanti nella sconfitta elettorale del magistrato “moderato” di cassazione Antonio Martone.  Fino ad alcuni anni fa la presenza delle varie correnti tra i magistrati con funzioni di cassazione aveva poco rilievo e quindi  aveva poca influenza anche sulla elezione dei magistrati di cassazione alla Corte Costituzionale.  Con il progredire nella carriera delle generazioni di magistrati che più intensamente hanno vissuto la milizia o, comunque, le identificazioni correntizie, la presenza e l’attivismo delle correnti è venuta progressivamente crescendo.  E’ quindi ben difficile immaginare che in prospettiva abbastanza ravvicinata le campagne elettorali e la relativa scelta dei giudici costituzionali da parte dei magistrati di cassazione non avvenga anch’essa su base correntizia così come già avviene in tutte le altre occasioni in cui i magistrati sono chiamati a votare.  E’ già così per la elezione dei 26 consigli giudiziari dei distretti di corte d’appello, e da sempre così per le elezioni dei componenti togati del CSM, è cosi anche per le votazioni che avvengono nel suo seno.  Perché col progressivo avanzare della presenza organizzata delle correnti anche al livello della cassazione non dovrebbe sempre più essere così anche per quanto riguarda l’elezione dei giudici costituzionali da parte dei magistrati di cassazione?  Siamo proprio sicuri che possano avere una qualche valida giustificazione le proposte di riforma attualmente in discussione nella parte in cui da una canto prevedono di mantenere l’elezione di una elevata percentuale di giudici costituzionali nelle mani di corpi burocratici, quali sono le magistrature, e dall’altro escludono dalla scelta dei giudici costituzionali uno dei due rami del Parlamento, e cioè la Camera dei deputati? 

In conclusione vorrei avanzare una proposta che pur non rappresentando a mio giudizio una scelta ottimale può forse trovare un qualche ascolto.  Due le considerazioni da cui parto.  La prima: a me sembra che attualmente sarebbe politicamente irrealistico immaginare di sottrarre al Presidente della Repubblica la scelta, pienamente discrezionale, di una rilevante percentuale di giudici costituzionali (4 nel progetto di riforma).  Non basterebbe certo ricordare che ciò non è consentito in nessun paese a consolidata democrazia né che quel potere ha già generato squilibri nella composizione della Corte.  La seconda considerazione riguarda la presenza dei giudici di carriera nella Corte Costituzionale.  E’ prevista come possibile in tutte le Corti Costituzionali dei paesi europei ed in alcune, come Germania ed Austria, è anche assicurata imponendo agli organi politicamente legittimati ad effettuare la scelta di nominarne un certo numero di giudici costituzionali scegliendoli, appunto, tra i magistrati di carriera.  La proposta di riforma in discussione potrebbe essere modificata da un canto mantenendo nelle mani del Presidente della Repubblica il potere di nominare 4 giudici costituzionali, ma prevedendo al tempo stesso che debba sceglierli tra i magistrati delle supreme magistrature; d’altro canto assegnando alla Camera dei Deputati il potere di nominare i 4 giudici che non verrebbero più eletti dai magistrati delle giurisdizioni superiori.  In tal modo il Presidente manterrebbe i suoi poteri di nomina in una forma che non lo espone alla critica di effettuare nomine politicamente connotate, le supreme magistrature continuerebbero ad essere rappresentate nella Corte senza essere il prodotto di scelte correntizie, e la Camera dei deputati non sarebbe più esclusa dalla scelta dei giudici costituzionali.  Con queste modifiche compiremo anche un piccolo passo di avvicinamento agli assetti istituzionali vigenti negli altri paesi a consolidato assetto democratico.

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