Cari consiglieri, mi contestate soltanto di essere troppo coerente

3 agosto 2003 Commenti chiusi

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Il pubblico poliziotto

28 luglio 2003 Commenti chiusi

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Legittimo sospetto

23 luglio 2003 Commenti chiusi

Il Giornale, 23 luglio 2003

            La difesa dell’On. Previti ha ripetutamente chiesto di conoscere il contenuto del fascicolo processuale 9520/ 95 aperto contro ignoti dalla Procura di Milano nel lontano 1995.  Egli ritiene che contenga informazioni utili alla sua difesa.  Che quindi quel fascicolo riguarderebbe persone note e sarebbe stato illegittimamente iscritto tra quelli contro ignoti al fine di consentire ai PM di protrarre in piena indipendenza e senza trasparenza alcuna le loro indagini di polizia ben oltre i limiti consentiti dalla legge.  I pubblici ministeri Boccassini e Colombo hanno ripetutamente rifiutato di rivelare il contenuto di quel fascicolo sostenendo che le indagini, dopo ben otto anni, sono ancora in corso.  Il Ministro della giustizia Castelli ha disposto che sia effettuata una ispezione da parte dei magistrati del Ministero per accertare, tra l’altro, quale sia il contenuto di quel fascicolo, per accertare se in esso si ipotizzino reati riguardanti persone note e per sapere perché le indagini non si siano ancora concluse.   I pubblici ministeri di Milano hanno negato l’accesso al contenuto del fascicolo anche ai loro colleghi del Ministero invocando il segreto istruttorio.  Hanno inoltre chiesto al CSM di tutelare la loro indipendenza contro l’invadenza dei magistrati-ispettori. Una commissione del CSM ha predisposto, a maggioranza, un documento in difesa dei PM milanesi su cui il CSM delibererà in settimana.

            Al cittadino che viene quotidianamente bombardato da informazioni sulla permanente   rissosità che da vari decenni caratterizza il pianeta giustizia, la vicenda può apparire come una delle solite, insulse liti di cortile tra avvocati, magistrati, Ministero della giustizia, CSM.  Non è così perché in questo caso sono in gioco valori fondamentali in democrazia: cioè il diritto del cittadino  a non essere sottoposto a prolungate indagini senza neppure sapere che su di lui si sta indagando, e quindi anche senza avere la possibilità di difendersi con immediata efficacia  Dopo molti anni può anche aver perso la circostanziata memoria dei fatti che gli vengono addebitati, aver perso documenti a discolpa, ecc.  Proprio per tutelare il cittadino contro questa inaccettabile e traumatica evenienza la legge prevede che le indagini non possano durare più di sei mesi salvo che il giudice, per i reati particolarmente gravi, non ne autorizzi espressamente la prosecuzione fino ad un massimo di due anni.

            Ovviamente io non conosco il contenuto del fascicolo i cui segreti sono tenacemente custoditi dai dott. Colombo e Boccassini e non posso quindi affermare che essi, in violazione della legge e dei diritti del cittadino, svolgano da otto anni, senza risultati utili, indagini su persone note  pretendendo formalmente di svolgere indagini su reati commessi da ignoti.  Il sospetto che ciò possa essere vero è tuttavia  pienamente legittimo e giustificato.  Vediamo perché.

            Nel 1995 e nel 2000 sono state condotte, e poi pubblicate, due diverse indagini  sui diritti di difesa dei cittadini, intervistando ogni volta un campione di 1000 avvocati penalisti. Una schiacciante maggioranza di essi ha indicato vari espedienti con cui i pubblici ministeri prolungano illegittimamente le indagini, al di fuori di qualsiasi controllo.  Tra i vari espedienti segnalati anche quello di iscrivere come ignoti procedimenti che invece riguardano cittadini i cui nomi sono noti. Nel 1995 il 67% dei 1000 avvocati intervistati denunziava il verificarsi di questo preoccupante fenomeno, nel 2000 il 63,5%. E’ possibile che tanti avvocati, cioè 1.350 su 2000 dicano spudoratamente il falso?  Non è credibile. A riguardo, peraltro, esiste una autorevole testimonianza del più noto dei PM milanesi di “mani pulite”, cioè Antonio Di Pietro.  Nel settembre 1997, quando si era già dimesso dalla magistratura, tenne una serie di seminari a pagamento per trenta avvocati in quel di Sansepolcro. Anche una giornalista, Sabrina Cottone, pagò la quota di iscrizione e ascoltò le lezioni impartite da Di Pietro prendendo copiosi appunti.  Nel corso dei seminari Di Pietro scoprì che era una intrusa e trovò il modo di comunicarle che aveva già “rifilato” 307 denunzie nei confronti di giornalisti che avevano scritto cose non vere su di lui.  Il successivo 21 settembre Sabrina Cottone scrisse, comunque, un articolo su questo stesso quotidiano dal significativo titolo “Di Pietro svela i trucchi da Pm: a Milano facevo certi giochini…”.  Tra i vari “giochini” di cui rivelò la natura vi era anche quello -neppure il più grave- di iscrivere nel registro degli ignoti indagini che invece riguardavano personaggi noti, proprio al fine di prolungare le indagini oltre i termini previsti dalla legge (per gli altri “giochini” vale la pena di rileggere quell’articolo).  Di Pietro non ha mai personalmente smentito quanto detto dalla giornalista, e non l’ha denunziata per aver detto il falso (vi erano allora, come potenziali testimoni, i trenta avvocati che avevano partecipato ai seminari ed avevano la memoria fresca).   Le rivelazioni della giornalista fecero allora scalpore e molti espressero la loro riprovazione (tra questi l’On. Pisapia e l’ex presidente della Corte Costituzionale Gallo).   L’allora Ministro della giustizia Flick manifestò l’intenzione di inviare i suoi ispettori alla Procura di Milano.  Non mi risulta che l’abbia poi fatto. Meglio non avere grane coi PM di Milano.

            Nei giorni scorsi molte sono le voci che hanno espresso sdegno per i dubbi avanzati sulla correttezza dei comportamenti dei pubblici ministeri di Milano nella gestione dei procedimenti contro ignoti.   Lo stesso CSM è stato investito del compito di condannare l’ispezione ministeriale, pur non avendo alcuna competenza in materia.  A me sembra che i dati di fatto dianzi riferiti legittimino appieno quei dubbi.   E’ stato più volte detto che i dubbi sulla correttezza di chi svolge funzioni pubbliche sono il sale della democrazia.  Mon si capisce perché solo per i PM tale regola non debba valere.  E’ invece proprio nell’interesse della giustizia  che quei dubbi vengano fugati con la massima trasparenza e tempestività.    

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Il CSM non è il sindacato dei giudici

13 luglio 2003 Commenti chiusi

Il Giornale, 13 luglio 2003

Nel maggio scorso il Presidente del Consiglio dei ministri ha, a più riprese, pubblicamente ed aspramente criticato i comportamenti e gli atti giudiziari di alcuni magistrati di Milano, Palermo e Torino.  Il sindacato dei magistrati, ha replicato condannando duramente il comportamento del Presidente del Consiglio.  Fin qui nulla di strano, poiché è certamente nel buon diritto di un sindacato reagire in questo modo.  Non si è tuttavia limitato a questo.  I 16 magistrati che rappresentano in seno al CSM le varie correnti di quel sindacato hanno chiesto che anche l’organo di autogoverno della magistratura censurasse il Presidente del Consiglio.    Nella seduta del CSM del 19 giugno scorso la maggioranza del CSM ha espresso tale censura dopo aver respinto una pregiudiziale nella quale alcuni consiglieri evidenziavano come fosse incompatibile con il nostro assetto costituzionale che il CSM potesse valutare i comportamenti politici del Primo ministro. 

Alcuni giorni fa, nel corso di un programma di un’emittente radiofonica francese, il Primo ministro ha di nuovo espresso valutazioni estremamente negative sul comportamento di alcuni magistrati e sul modo con cui esercitano le funzioni giudiziarie.  Non sappiamo se con questo egli intendesse anche segnalare subito al CSM la irrilevanza ed inutilità delle censure che gli aveva rivolto.  Nella sostanza, tuttavia, le sue nuove critiche assumono chiaramente anche quel significato.  Per una curiosa, e forse irriguardosa, associazione a me è subito venuto in mente la riposta che George Bernard Shaw diede ad un giornalista che gli aveva inviato un “pezzo” in cui criticava un suo lavoro teatrale.  Gli scrisse:  “Sono seduto nella stanza più piccola della mia casa.  Ho il suo pezzo dinanzi a me. Presto sarà dietro di me”.

Non intendo qui entrare nel merito delle accuse rivolte dal Presidente Berlusconi ad alcuni magistrati.  Su questo si sono già versati fiumi di parole sia da parte di chi lo approva che da parte di chi lo disapprova.  E’ più utile considerare le implicazioni istituzionali di quanto avvenuto.

A me sembra evidente che in sistema parlamentare, nel nostro come in quello di altre democrazie,  i comportamenti e le valutazioni politiche del Primo ministro possano essere  istituzionalmente censurate solo dal Parlamento.  Anche nel 1985 i magistrati tentarono di far censurare dal CSM le dichiarazioni di un Primo ministro, cioè Bettino Craxi.  Ciò fu allora impedito dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nella sua qualità di presidente del CSM.   Questa volta i meccanismi istituzionali intesi a mantenere il CSM nell’ambito delle sue competenze istituzionali non hanno funzionato.   E’ stata approvata una censura che non ha sortito, né poteva sortire, alcun effetto e che è stata addirittura ridicolizzata dalle successive dichiarazioni del Primo ministro.  Da questa vicenda i magistrati dovrebbero trarre un insegnamento:  non  è utile neppure per loro utilizzare il CSM come cassa di risonanza del loro sindacato perché se ne svilisce il ruolo ed il prestigio istituzionale.  Non mi faccio tuttavia illusioni che la lezione sia stata compresa.   Infatti il sindacato dei magistrati, resosi conto della inefficacia della censura pronunziata dal  CSM,  ha ora deciso di alzare il tiro.  Il 5 luglio scorso ha deliberato di adire il Parlamento Europeo per ottenere anche in quella sede una qualche reprimenda del nostro Primo Ministro.  A molti potrà sembrare una iniziativa cervellotica o velleitaria, frutto di un delirio di onnipotenza.   Non è così.  Da molti anni l’influenza del sindacato dei magistrati ha potuto contare sulla presenza diffusa di suoi componenti in tutte le istituzioni nazionali (magistrati parlamentari, membri dell’esecutivo nazionale, presidenti di regione, sindaci, assessori, consulenti del Parlamento, del Presidente della Repubblica, distaccati presso vari ministeri, assistenti presso la Corte Costituzionale, ecc.).  Ora i nostri magistrati sono presenti ed attivissimi anche in molte delle istituzioni dell’Unione Europea (tra l’atro siede nel Parlamento Europeo, eletta nelle liste dei DS, un ex presidente del sindacato della magistratura, Elena Paciotti, di grande capacità professionale e di consumata abilità politica).  Sono tutte presenze che hanno concorso in passato e concorreranno in futuro ad alterare nella sostanza quei meccanismi dei pesi e contrappesi che sono a garanzia del corretto funzionamento delle istituzioni sia al livello nazionale che internazionale.  Purtroppo a queste alterazioni nessuna forza politica ha finora voluto o potuto porre rimedio.

 

       

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Penalisti ignoranti e strapotere delle toghe

3 luglio 2003 Commenti chiusi

Il Giornale, 3 luglio 2003

 La scorsa settimana gli avvocati penalisti hanno effettuato 5 giorni di astensione dalle undienze.  Quando lo scorso anno scioperarono i magistrati molti giornali se ne occuparono discutendo le ragioni, invero ambigue, di quello sciopero.  Numerosi furono anche i commenti degli uomini politici.  Scarso è stato l’interesse mostrato dalla stampa e dai politici per le ragioni degli avvocati. Un segno oltremodo evidente della enorme sproporzione tra il potere di contrattazione ed influenza che le due categorie, dei magistrati e degli avvocati, hanno nel nostro sistema politico e giornalistico, visto che in entrambi i casi vi è stato lo stesso danno dell’interruzione del normale funzionamento della giustizia.   Né si può dire che le ragioni del disinteresse sia dovuto allo scarso rilievo dei motivi che hanno indotto gli avvocati penalisti all’astensione.  Essi lamentano che la modifica dell’art. 111 della Costituzione,  introdotta per dare ai cittadini le garanzie di un giusto processo, non sia stata seguita dalle riforme legislative, ordinamentali e processuali, che sono necessarie a rendere quelle garanzie effettivamente operanti.   Riforme che riguardano la divisione delle carriere dei giudici e pubblici ministeri (PM), i codici penali di merito e processuale, la effettiva difesa dei meno abbienti.

Per far comprendere ai lettori la rilevanza delle ragioni degli avvocati è utile ricordare i risultati di una ricerca condotta dall’Istituto di Ricerca sui Sistemi Giudiziari del CNR in tre diversi momenti: nel 1992, nel 1995 e nel 2000.  Ogni volta sono stati intervistati telefonicamente 1000 avvocati penalisti ed i risultati sono illustrati in un libro,“Processo penale e diritti della difesa”, pubblicato dell’editore Carocci lo scorso anno.  

Tra le molte, gravi, limitazioni dei diritti del cittadino nell’ambito processuale e della sua eguaglianza di fronte alla legge la maggioranza degli avvocati penalisti segnala: che i singoli PM esercitano una ampia discrezionalità nel definire le priorità nell’esercizio dell’azione penale e nell’uso dei mezzi di indagine, anche sulla base di loro orientamenti ed aspirazioni personali; che a dispetto della legge i PM solo rarissimamente cercano prove a discarico dell’imputato, ed a volte addirittura le nascondono; che usano vari stratagemmi per prolungare le indagini oltre il termine consentito dalla legge; che spesso intimidiscono i testimoni per ottenere testimonianze favorevoli alle loro tesi accusatorie; che il giudice per le indagini preliminari tende ad accettare acriticamente le richieste che provengono dal suo collega PM; che lo stesso giudice di prima istanza non è imparziale (lo dice in varie forme il 50% circa degli intervistati) e anche in questa sede tende a favorire le tesi accusatorie del suo collega PM.

Mentre la dimensione di questi fenomeni nella elevata misura fornita dagli avvocati può essere messa in dubbio, ben difficile sarebbe sostenere che quei fenomeni siano frutto della loro fantasia e non corrispondano in misura più o meno ampia alla realtà del nostro processo penale.  I riscontri sono molteplici.  Faccio un solo esempio, tra i molti che potrei fare, con riferimento ad una delle segnalazioni più gravi fatte dagli avvocati, quella che i PM a volte -lo dice il 13,3% di loro- nascondano impunemente persino le prove a discarico:  nel 1998 è stato assolto in sede disciplinare  un PM che aveva tenuto nascoste al giudice del tribunale della libertà l’esistenza di decisive prove a discarico di un detenuto in carcerazione preventiva che è stato poi scarcerato solo molti mesi dopo.

Con quanto sin qui detto non voglio certamente affermare che le proposte di modifica ordinamentale e processuale suggerite dagli avvocati, pur ampiamente condivisibili, siano tutte sufficienti od efficaci.  Faccio un solo esempio con riferimento alla loro quasi unanime richiesta di dividere, anche in Italia, la carriera dei giudici da quella dei PM.   L’appartenenza a due diversi corpi professionali assicurerebbe la terzietà del giudice tra le parti processuali.  Eviterebbe cioè per il futuro quelle solidarietà processuali che derivano dall’appartenenza di giudici e PM allo stesso corpo e che operano a scapito della difesa.  Questa innovazione, comunque auspicabile, non sarebbe di per sé molto efficace.  La stessa maggioranza degli avvocati segnala l’ampia discrezionalità dei PM nell’esercizio dell’azione penale e nell’uso dei mezzi di indagine. Non si capisce come si possa pensare di ridurre questi fenomeni, gravemente lesivi dei diritti dei cittadini, se non regolando e responsabilizzando i PM nell’esercizio di quelle funzioni, così come avviene negli altri paesi democratici.  Non certo con la sola divisione delle carriere.  Per giunta se ci si limitasse a questa sola innovazione ordinamentale, come si può ritenere  che una volta separati i circa 2000 magistrati che ora svolgono funzioni di PM dai circa 7000 che svolgono funzioni di giudice, questi ultimi di punto in bianco considererebbero i PM meno colleghi di prima pur seguitando ad appartenere entrambi allo stesso sindacato, a lavorare negli stessi uffici, ad avere in comune lo stesso CSM? 

Aggiungo due postille.

 La prima.  Se gli avvocati hanno ritenuto di rappresentare tanto drammaticamente la scarsa protezione dei diritti dei cittadini nel processo penale per telefono ad un anonimo intervistatore,  non potranno non farlo anche nell’illustrare ai loro clienti le incertezze e avversità processuali che li riguardano.  La fiducia dei cittadini nella giustizia e la stessa legittimazione della funzione del giudice viene anche per questa via  ulteriormente e diffusamente compromessa.

La seconda postilla.  Di recente sul Corriere della Sera il mio amico Mannheimer ha pubblicato un sondaggio che rivelava l’aggravarsi della sfiducia dei cittadini nella giustizia.  Ha suggerito che ciò sia dovuto agli attacchi che molti politici pubblicamente rivolgono ai magistrati.  Questa analisi non mi convince per il semplice fatto che in termini di consenso elettorale sarebbe certamente controproducente per i politici attaccare, ora come in passato, una istituzione che invece gode la fiducia dei cittadini.

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Il CSM tenta un golpe istituzionale

12 giugno 2003 Commenti chiusi

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When a prosecutor is totally independend, than we have a totally independent police officer

15 gennaio 2003 Commenti chiusi

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Intervento al CSM sulle attività exragiudiziarie dei magistrati

2 dicembre 2002 Commenti chiusi

Intervento del Consiglier Di Federico sulle attività extragiudiziarie dei magistrati effettuato nel Plenum del CSM del 12 dicembre 2002.

Nel mio intervento in plenaria del 13 novembre scorso sulle valutazioni di professionalità ho detto che esisteva un collegamento tra l’assenza di effettivi vagli della professionalità e le attività extragiudiziarie dei magistrati.  Non a caso ho usato l’espressione “attività extragiudiziarie” e non “incarichi extragiudiziari”.  So bene che solo questi ultimi rientrano nella competenza decisoria del CSM mentre l’espressione “attività extragiudiziarie” comprende anche attività, come le cariche elettive e gli incarichi dei magistrati negli organi di

governo a livello nazionale e locale, che nel nostro paese hanno acquisito dimensioni sconosciute negli altri paesi d’Europa a consolidata democrazia.  Ho ritenuto di non poter limitare il mio discorso solo agli incarichi extragiudiziari non solo perchè sia questi che gli altri pongono problemi all’indipendenza della magistratura ed alla sua immagine di imparzialità ma anche e soprattutto perché tra gli uni e gli altri esiste, come cercherò di mostrare, un rapporto di pericolosa continuità.  Nel novero degli incarichi extragiudiziari ho incluso anche tutti gli incarichi che vengono deliberati dal CSM e che si riferiscono ad attività per le quali la legge prevede che i magistrati siano collocati fuori ruolo.  Le distinzioni che si possono fare tra le attività che implicano il fuori ruolo e quelle che si possono svolgere in concomitanza con l’esercizio delle funzioni giudiziarie non hanno alcun rilievo ai fini di questo mio intervento e servirebbero solo a rendere più farraginoso il mio discorso.

Premetto che il fenomeno delle attività extragiudiziarie è in vari modi connesso alle tradizionali caratteristiche burocratiche delle magistrature dei paesi di civil law.  Poiché nella tradizione di questi paesi i magistrati sono pubblici dipendenti si è sempre ritenuto che essi potessero essere comunque destinati a prestare la loro opera, a tempo pieno o parziale, in altri organismi ove si ritenga che ciò sia nel pubblico interesse o comunque non con esso in conflitto.  E’ quindi un fenomeno presente in varia misura in tutti i paesi dell’Europa continentale ma che assume caratteristiche di particolare ed ineguagliata  intensità in Italia, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’60.  Guardando agli incarichi extragiudiziari stricto sensu deliberati dal CSM si può vedere che negli ultimi 35 anni sono stati varie decine di migliaia.  Nei 10 anni che vanno dal 1992 al 2001 le delibere in materia annualmente adottate dal CSM variano tra un minimo di 1.307 (del l977) ed una massimo di 2.464 (del 1994).  Secondo i dati forniti  nella “Relazione sulle attività del CSM nell’anno 2001” predisposta dal nostro Ufficio studi, nello scorso anno le delibere in materia di incarichi extragiudiziari sono state 1411 con 46 reiezioni, due archiviazioni e 153 casi deliberati “in altro modo”, secondo la dizione dell’Ufficio studi.  Anche a non voler considerare queste 153 delibere (sarebbe troppo complesso), gli incarichi extragiudiziari per il 2001 sono stati 1210. Quindi, se tiriamo le somme, si tratta di oltre 15.000 incarichi giudiziari deliberati dal Consiglio solo nell’ultimo decennio.  A questi si aggiungono molti collocamenti fuori ruolo per svolgere attività a tempo pieno presso altre istituzioni,   E’ un fenomeno che riguarda un numero di magistrati che nel complesso è sempre stato superiore alle 220 unità e che comprende sia attività autorizzate dal CSM (ad es. magistrati nei vari ministeri, negli organismi internazionali ecc.) sia attività per cui tale autorizzazione non è prevista (ad es. quelle elettive in Parlamento e negli enti locali).

Non a caso la progressiva crescita degli incarichi extragiudiziari, e più in generale delle attività extragiudiziarie dei magistrati, si è verificata nel nostro Paese, proprio a partire dalla fine degli anni ’60, cioè col venir meno di sostantive valutazioni della professionalità che si basavano prevalentemente sugli atti giudiziari dei candidati.  In un corpo reclutato burocraticamente nel quale i giovani reclutati vengono subito a conoscenza del fatto che tutte le gratificazioni interne verranno acquisite a prescindere da effettive valutazioni della professionalità e che, salvo grave demerito, in 28 anni raggiungeranno comunque il massimo livello della carriera ed il relativo trattamento economico, che per giunta otterranno le promozioni per meriti giudiziari anche a prescindere dal continuo esercizio delle funzioni giudiziarie, è solo normale che si sviluppino tendenze a ricercare ed acquisire gratificazioni aggiuntive che provengono dall’esterno.  Questa è anche la principale ragione della maggiore frequenza, ampiezza e varietà delle attività extragiudiziarie dei magistrati italiani rispetto a quelle dei loro colleghi di altri paesi dell’Europa che hanno sistemi di reclutamento della magistratura simili al nostro ma in cui vigono serie valutazioni della professionalità ed in cui l’effettivo esercizio delle attività giudiziarie è precondizione per lo svolgimento della carriera.

Poiché gli incarichi extragiudiziari e l’assunzione di compiti non soggetti ad autorizzazione del CSM provengono da fonti esterne alla magistratura non credo di dover spendere molte parole per segnalare il grave vulnus che questo fenomeno crea all’indipendenza della magistratura ed alla sua immagine di imparzialità.  Le sue dimensioni generano poi anche problemi di funzionalità perché essi, chi più chi meno, sottraggono energie lavorative ad un apparato giudiziario che evidenzia gravissimi ritardi nello svolgimento delle sue attività.  Certo esiste spesso notevole differenza tra incarico ed incarico e non mi nascondo che alcuni di essi possono anche contribuire all’affinamento delle capacità professionali dei magistrati, come ad esempio il loro coinvolgimento in attività di docenza.  Tuttavia anche in questi casi occorre avere misura e non consentire, ad esempio, impegni eccessivi quali quelli di autorizzare, come di recente ha fatto anche questo Consiglio, lo svolgimento di un intero corso universitario.

Non ignoro certo alcune positive iniziative dei passati Consigli per limitare gli incarichi extragiudiziari, con l’eliminazione degli incarichi arbitrali e la riduzione  degli incarichi nella giustizia sportiva e nelle commissioni di concorso.  Si tratta tuttavia  di iniziative parziali che certo sono ben lungi dal tutelare adeguatamente i valori dell’indipendenza della magistratura, della sua immagine di imparzialità e della funzionalità dell’apparato giudiziario.  Ritengo quindi altamente meritevole l’iniziativa già presa da questo Consiglio di voler riflettere con attenzione sull’intera materia degli incarichi extragiudiziari per darsi criteri decisori più consapevoli e rigorosi a difesa di quei valori.  Ciò mi consente anche di circoscrivere il mio intervento alle considerazioni più generali sul fenomeno, per ritornare su esso in termini più analitici quando diverranno noti i risultati delle riflessioni che la quarta commissione si appresta a compiere.

Voglio tuttavia segnalare le preoccupanti continuità e connessioni tra incarichi extragiudiziari deliberati dal CSM e le attività extragiudiziarie di natura partigiana perché riducendo i primi, come è nel potere del Consiglio, si possono ridurre in una certa misura anche i secondi.

Tra gli aspetti disfunzionali del fenomeno delle attività extragiudiziarie dei magistrati occorre sottolinearne uno che più di altri appare inconciliabile con le caratteristiche tipiche di uno stato di tipo demo-liberale e con l’indipendenza della magistratura.  Si tratta dell’alto livello di commistione che si è venuto sviluppando in Italia tra magistratura e classe politica, una commistione che non ha eguali in nessun altro paese a consolidata tradizione democratica.  L’aspetto più visibile è costituito dalla crescente  presenza di magistrati   in attività che li portano ad operare a tempo pieno, direttamente e visibilmente, nell’area della politica partigiana.  Fino agli anni ’70 tale fenomeno era molto limitato:  in buona sostanza si riduceva alla presenza di due o tre magistrati in Parlamento la cui carriera giudiziaria rimaneva bloccata.  Da allora il fenomeno è cresciuto costantemente per ragioni, su cui mi sono trattenuto nel mio intervento in Plenum del 13 novembre scorso relativo alla valutazioni di professionalità.  Ne richiamo sommariamente due: a) la prima riguarda il fatto che il CSM, nel valutare la professionalità dei magistrati, non ritiene necessario, prendere in considerazione la loro produzione giudiziaria, il che consente di promuovere per “meriti giudiziari” anche magistrati che da tempo non svolgono funzioni giudiziarie;  b) la seconda riguarda il fatto che all’inizio degli anni ’70 il CSM, cambiando il suo precedente orientamento, e nella frenesia di promuovere tutti, decise che il divieto di promuovere i pubblici dipendenti eletti in Parlamento previsto dall’art. 98 non si dovesse applicare ai magistrati perché questi non sono pubblici dipendenti. Gli è stato così subito possibile promuovere retroattivamente, “per meriti giudiziari”,  fino ai vertici della carriera persino due magistrati parlamentari che non esercitavano le funzioni giudiziarie da oltre 23 anni e che, per ciò stesso, fino ad allora erano rimasti ai livelli più bassi della carriera (Oscar Luigi Scalfaro e Brunetto Bucciarelli Ducci).  Con ciò stesso il CSM ha reso rese evidente a tutti i magistrati non solo che la carriera politica non impediva più, in nessun modo, il contemporaneo svolgimento della loro carriera giudiziaria, ma ha reso evidenti anche i vantaggi economici che ne potevano derivare ai magistrati che volessero intraprendere anche una carriera politica (tra l’altro, fino al 1993 era consentito il cumulo tra lo stipendio di magistrato e quello di parlamentare; ancor oggi è consentito il cumulo della liquidazione e della pensione).

Nelle elezioni generali del 1976 divennero così 12 i magistrati ad essere eletti in Parlamento, prevalentemente nelle liste dei due maggiori partiti, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana. Nelle elezioni tenutesi tre anni dopo divennero 22 e un notissimo magistrato, che è stato anche presidente dell’ANMI, Adolfo Beria d’Argentine, così commentò questo fenomeno su “Il Corriere della Sera”del 28 aprile del l979: “la spiegazione più vera…sta nel fatto che i partiti hanno la sensazione più o meno giusta che ormai la magistratura sia una sede di potere reale e di potere pesante, spesso di potere brutale…e che quindi convenga avere con essa canali di comunicazione personalizzati”.

Nelle elezioni nazionali del 1996, ben 50 magistrati hanno partecipato alla competizione elettorale quali rappresentanti di vari partiti. 27 di loro sono stati eletti (10 senatori e 17 deputati) ed in maggioranza sono stati destinati a servire nelle commissioni giustizia di Camera e Senato.  Altri due sono di recente stati eletti al Parlamento europeo.  Nelle ultime elezioni nazionali sono stati eletti in Parlamento 14 magistrati ordinari.  Negli ultimi dieci anni 2 magistrati sono stati eletti presidenti di regione (ed un altro è stato sconfitto per quella stessa posizione nelle ultime elezioni regionali).  Nello stesso periodo si sono avuti diversi magistrati-ministri, magistrati-sottosegretari di Stato, sindaci di grandi e piccole città, magistrati eletti nelle assemblee regionali e comunali, assessori di varie branche dei governi locali. Vi sono poi magistrati Capi di gabinetto, capi di segreterie particolari di Ministri e sottosegretari di Stato, consulenti di commissioni parlamentari e di organizzazioni europee o internazionali, magistrati responsabili delle politiche giudiziarie di vari partiti. All’inizio degli anni ’90 un magistrato, già segretario generale dell’ANMI, è stato persino eletto segretario nazionale di un partito politico (il Partito Social Democratico).  Aggiungo che non è facile elencare tutti gli incarichi in cui si rappresenta questa o quella parte politica anche per chi come me è da anni osservatore attento e del fenomeno.  Ho solo di recente appreso, ad esempio, di due pubblici ministeri che sono al contempo anche assessori comunali.  Non lo avrei mai potuto sapere se non fossi stato incaricato in VII commissione di una pratica relativa ad un’applicazione extradistrettuale che riguardava uno di essi.

Va subito aggiunto che la commistione che si è creata tra magistratura e classe politica è solo in minima parte resa evidente dal numero pur rilevante di magistrati che in via diretta e ufficiale sono divenuti rappresentanti di vari partiti nelle assemblee rappresentative nazionali o locali o anche quali componenti di organi dell’esecutivo ai vari livelli. In primo luogo perché il numero di magistrati che stabiliscono relazioni con i vari partiti politici per ottenere quelle appetibili posizioni è molto maggiore di quello di coloro che riescono ad ottenerle.  In secondo luogo perché molte delle attività extragiudiziarie di minore rilevanza,  e svolte a tempo parziale, sono ottenute con il patrocinio più o meno diretto di partiti o uomini politici e divengono -o comunque sono ricercate e percepite dai magistrati- come passi intermedi per acquisire la credibilità politica e l’appoggio partitico necessari per ottenere le posizioni di rappresentanza politica più gratificanti.  E poi, forse che le modalità con cui vengono esercitate funzioni giudiziarie ampiamente discrezionali, soprattutto quelle requirenti, sono del tutto estranee al crearsi di quei collegamenti che poi conducono i magistrati alla politica attiva?  Per comprendere la complessità delle conseguenze negative che la commistione tra magistratura e politica crea nel nostro Paese è anche opportuno ricordare che quando i magistrati terminano il loro impegno politico nella politica attiva, tornano a svolgere funzioni giudiziarie.  E’ possibile o credibile che il magistrato  ex-parlamentare o ex membro di governo non porti con sé nulla degli orientamenti di parte che ha praticato per anni?    E’ possibile immaginare che il cittadino creda alla sua imparzialità?  E che dire della credibilità di quei magistrati che svolgono contemporaneamente l’incarico di assessori comunali e di sostituti procuratori?  Nel nostro Paese, affetto da stucchevole formalismo, la risposta ufficiale che si dà a questi quesiti è nella sostanza affermativa, tanto che si ritiene pienamente legittimo persino che un giudice ex parlamentare giudichi e condanni un parlamentare di un partito avverso a quello che lui ha rappresentato per anni  (un caso emblematico di questo tipo è capitato di recente, nel novembre 1999 in Corte di Cassazione).  Ciò che importa sottolineare è che la notizia non ha scandalizzato più di tanto.  In quell’occasione non è stata messa in discussione la legittimazione di quel magistrato ex parlamentare a svolgere le funzioni di giudice, né ci si è posti, più in generale, il problema se l’immagine di indipendenza ed imparzialità, che è primaria fonte della legittimazione del ruolo giudiziario nelle democrazie liberali, non meriti una più adeguata protezione.

Per non essere equivocato nello stabilire una connessione tra incarichi extragiudiziari e carriere politiche non ho voluto certamente dire che non esistano altre vie con cui i magistrati si avvicinano ai vari partiti ed ottengono incarichi politici di parte elettivi e no.  Tra coloro che hanno acquisito quegli incarichi vi sono, ad esempio, vari rappresentanti di vertice dell’ANMI ed ex componenti del CSM.

Non ignoro le obiezioni che sono state avanzate contro l’ipotesi di escludere i magistrati dall’elettorato passivo per le elezione nazionali locali ed europee né quelle che riguardano la loro esclusione da incarichi di governo ai vari livelli.  A riguardo vorrei tuttavia ricordare i lavori della Commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento giudiziario nominata con decreto del Ministro Conso e presieduta dall’ex Presidente della Corte Costituzionale Ettore Gallo.  Con ampia motivazione quella commissione, composta in maggioranza da magistrati, pervenne alla conclusione che non solo fosse opportuno evitare che i magistrati potessero ricoprire incarichi di chiara matrice politica quali quelli di deputato, senatore, consigliere regionale, consigliere provinciale o comunale, o rivestire incarichi di governo ai vari livelli,  ma anche che sia pienamente legittimo prevedere con legge ordinaria l’incompatibilità tra quegli incarichi e la permanenza nell’ordine giudiziario (Documenti Giustizia, 1994, n. 5, pagg. 1106-1111).

So bene che negli anni successivi gli orientamenti di alcune proposte del  governo ed alcune leggi ora in vigore sono andate in direzione opposta (mi riferisco alla legge sull’aumento dell’organico della magistratura, varata dal passato Governo, che prevede il reclutamento di 200 magistrati perché vengano destinati a svolgere funzioni non giudiziarie, incluse quelle di natura partitica).  Tuttavia se veramente il CSM vuol essere tutore e vigile custode dell’indipendenza della magistratura, della sua immagine di imparzialità e della stessa funzionalità dell’apparato giudiziario deve a mio avviso rivedere le sue politiche con riferimento alla concessione delle autorizzazioni a svolgere gli incarichi extragiudiziari riducendone, per quanto consentito dalla legge, le dimensioni.  Dovrebbe inoltre farsi carico di segnalare nella relazione sullo stato della giustizia prevista dall’articolo 28 del Regolamento interno l’esigenza di vietare per legge ai magistrati di assumere tutti le attività extragiudiziarie che li coinvolgano in attività di politica attiva in rappresentanza di partiti politici.  La mia prolungata esperienza di ricerca ed i colloqui che nel corso degli anni ho avuto con moltissimi magistrati che lavorano negli uffici giudiziari mi ha peraltro reso consapevole dell’esistenza di un diffuso senso di disagio ed insofferenza nei confronti dell’assunzione di ruoli di politica attiva da parte di loro colleghi.  Una iniziativa del CSM che in nome dell’indipendenza e dell’immagine di imparzialità della magistratura segnali l’esigenza di vietare a giudici e pubblici ministeri tali attività sarebbe, quindi, a mio avviso ben accolta anche dalla stragrande maggioranza dei magistrati.

Per quel che mi riguarda e nei limiti fissati dalla legge orienterò il mio voto in Consiglio a difesa di quei valori e della funzionalità dell’apparato giudiziario.  Per poterlo fare chiedo che tutti gli incarichi extragiudiziari non vengano più incluse negli ordini del giorno c.d. “speciali” da approvare in blocco ma vengano invece singolarmente discussi e votati in sede plenaria.

Nel trattare delle attività non giudiziarie dei magistrati ho sin qui segnalato solo quegli aspetti che più direttamente confliggono con l’indipendenza dei magistrati e la funzionalità degli uffici giudiziari.  Quelle attività tuttavia toccano anche altre questioni che sono di grande rilievo in democrazia, come la effettiva divisione dei poteri e l’efficace funzionamento dei pesi e contrappesi istituzionali.  Sono questioni che solo molto parzialmente riguardano l’attività decisoria del CSM.  Per quella parte in cui rilevano mi riservo di segnalarle di volta in volta nel motivare il mio voto.

Se mi è consentito vorrei concludere ricordando che la stessa magistratura associata ha sempre sostenuto di voler smantellare la tradizionale configurazione burocratica del suo assetto.  Le attività non giudiziarie dei magistrati fanno, in larga misura, parte di quel retaggio.

In un mio precedente intervento ho evidenziato come l’effettuazione di seri vagli di professionalità sia condizione necessaria per garantire una reale indipendenza dei giudici e pubblici ministeri.  Lo è anche l’eliminazione delle attività extragiudiziarie dei magistrati, seppur con limitate eccezioni per quanto concerne l’attività di docenza e la partecipazione a commissioni tecniche su temi di riforma giudiziaria.  Se questo Consiglio adotterà criteri di grande rigore su entrambe le questioni dimostrerà anche di volersi svincolare nelle sue decisioni da una concezione dell’indipendenza troppo a lungo condizionata (permeata) da interessi corporativi che la sviliscono e la svuotavano di efficacia.

Intervento del Consigliere Giuseppe Di Federico in materia di valutazione della professionalità dei magistrati

13 novembre 2002 Commenti chiusi

Seduta del CSM del 13 novembre 2002 – Intervento del Consigliere Giuseppe Di Federico in materia di valutazione della professionalità dei magistrati.

Nella seduta del Plenum del 23 ottobre scorso è stato sottoposto alla nostra approvazione un ordine del giorno “speciale” che conteneva 21 promozioni ai vari livelli della carriera giudiziaria da approvare in blocco.  Chiesi allora che di ciascuna di quelle delibere si occupasse il Plenum.  Mi corre ora l’obbligo di motivare quella richiesta.

Da oltre 30 anni i consigli giudiziari ed il CSM di fatto non effettuano sostantive valutazioni della professionalità dei magistrati ai fini delle promozioni.  Le promozioni vengono deliberate con esclusivo riferimento alle minime anzianità di servizio previste dalla legge per il passaggio da un livello all’altro della carriera, salvo appariscente demerito.  Queste prassi contravvengono al dettato della Costituzione ed alle leggi in materia.

Ricordo che l’art. 105 della Costituzione attribuisce espressamente al CSM il compito di effettuare le “promozioni”  dei magistrati, e non è individuabile nessuna ragione che consenta di ritenere che il costituente volesse dare al termine “promozioni” un significato diverso da quello che esso ha nella lingua italiana.  Per citare solo il vocabolario della Treccani  si tratta di una attività “con cui si conferisce il passaggio ad un grado, a una qualifica, a una dignità superiore a quella che uno ha”).

Ricordo anche che tutte le leggi in vigore per le promozioni ai vari livelli della carriera (per magistrato di tribunale, appello, cassazione, e funzioni direttive superiori) prevedono effettivi vagli della professionalità.

La previsione di questi vagli della professionalità ai fini delle promozioni non sono manifestazione di un ingiustificato, cervellotico o perverso orientamento del costituente e del legislatore.  Corrispondono, invece, all’esigenza di tutelare valori di grandissimo rilievo che sono (in tutti i paesi a consolidato assetto democratico dell’Europa continentale) connaturati ad un sistema di reclutamento della magistratura di tipo burocratico, un sistema cioè in cui i magistrati vengono reclutati per concorso tra i giovani laureati senza precedenti esperienze professionali e rimangono in servizio per 40/45 anni.  Servono in primo luogo a verificare che i giovani magistrati, nel periodo immediatamente successivo ad un concorso volto solo ad accertare conoscenze teoriche, abbiano acquisito la competenza professionale necessaria per svolgere le funzioni cui saranno inizialmente destinati.  Successivamente servono, nel corso della loro lunga permanenza in servizio, a stimolare l’affinamento ed accrescimento delle capacità professionali ed a scegliere coloro che sono maggiormente qualificati per ricoprire i posti che si rendono vacanti ai livelli superiori della giurisdizione.  Servono infine, cosa questa non meno importante, ad assicurare che i magistrati mantengano le loro capacità professionali nel lungo corso della loro carriera e fino al collocamento a riposo obbligatorio, fissato ora a 72 anni.  Il venir meno di fatto nel nostro Paese di queste garanzie, pur previste dalla Costituzione e dalla legge, ha generato non solo un pluralità di disfunzioni, su cui non mi soffermerò in questa sede, ma anche una forte attenuazione della protezione di valori che sono di grande rilievo per la giurisdizione in un paese democratico.  Da una canto quella di fornire adeguate garanzie ai cittadini sulle qualificazioni professionali dei loro giudici e pubblici ministeri e dall’altro quello di potenziare le stesse garanzie di indipendenza, poiché è ben noto che una elevata professionalità rende i giudici meno permeabili ad influenze e suggestioni esterne.

Negli altri paesi a consolidata democrazia che hanno un sistema di reclutamento simile al nostro (Germania, Francia, Austria, Olanda, ecc) le valutazioni di professionalità legate alla carriera sono ancora pienamente operanti, e anche per questa via si ha cura di proteggere quei fondamentali valori che sono di su porto alla legittimazione stessa della funzione giudiziaria ed alla sua indipendenza.  Da noi no.  Da più di 30 anni le valutazione della professionalità collegate alla carriera non vengono, nella sostanza, più effettuate né dai consigli giudiziari né dal CSM.  Tutti i magistrati, salvo i casi di grave e visibile demerito, collegato in genere a gravi sanzioni o procedimenti disciplinari o procedimenti penali, vengono promossi sulla base del mero decorrere dell’anzianità di servizio.  Si è giunti a promuove per meriti giudiziari persino magistrati che non esercitavano funzioni giudiziarie da più di 20 anni (sulle perverse implicazioni di questo aspetto tornerò più innanzi).  E’ un orientamento che va al di là del più spinto lassismo per divenire puro e semplice rifiuto di ottemperare ai comandi della Costituzione e delle leggi ordinarie in materia.  I miei dati di ricerca su come si sono verificate le valutazioni di professionalità ai fini delle promozioni negli ultimi 50 anni sono inequivocabili a riguardo così come sono inequivocabili, lo aggiungo a scanso di equivoci, nel segnalare le disfunzioni che si collegavano al sistema di valutazioni della professionalità dei magistrati in vigore fino agli inizi degli anni ’60.

Mi preme sottolineare che non ho per nulla esagerato quando ho affermato che in materia di valutazione della professionalità ai fini delle promozioni il CSM ha trasgredito nel più plateale dei modi il volere della Costituzione e della legge.  Ho qui una tabella con i dati relativi a due diversi periodi che ben evidenziano tale fenomeno e che riguardano, rispettivamente, 4.034 e 3939 valutazioni di professionalità.  Nel primo dei due periodi le valutazioni negative forono lo 0,4% (15 su 4.034 valutazioni) nel secondo dei periodi considerati furono lo 0.9% (37 su 3939).  In tutti e due i periodi sono stati bocciati solo magistrati che avevano gravissimi procedimenti disciplinari o penali.  Con riferimento a questi dati va aggiunto che di regola la bocciatura non preclude il pieno svolgimento della carriera fino ai suoi massimi vertici ma solo ritardi che generalmente non superano i due anni (fanno ovviamente eccezione i casi in cui a seguito di procedimento disciplinare o penale i magistrati in questione si sono dimessi o sono stati dispensati dal servizio).

Chi come me da ormai 30 anni evidenzia, sulla base di dati analitici ed inconfutabili, le disfunzioni derivanti dall’assenza di valutazioni della professionalità ed il venir meno di quei fondamentali valori che con quelle valutazioni si dovrebbero tutelare si è per lungo tempo sentito accusare dalla magistratura organizzata di non avere a cuore proprio quei valori che nel pubblicare e commentare quei dati avrebbe voluto veder ripristinati.  Una accusa, sia ben chiaro, rivolta non solo a me ma anche a quei magistrati che sulla base della loro esperienza esprimevano le mie stesse preoccupazioni.  Giovanni Falcone nel corso di una conferenza tenuta a Milano il 5 novembre 1988 ebbe a dire  “occorre rendersi conto, infatti che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura rischia di essere gravemente compromessa se l’azione dei giudici non è assicurata da una robusta e responsabile professionalità al servizio del cittadino.  Ora, certi automatismi di carriera e la pretesa inconfessata di considerare il magistrato -solo perché ha vinto un concorso di ammissione in carriera- come idoneo a svolgere qualsiasi funzione (una specie di superuomo infallibile ed incensurabile) sono causa  non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura.  La inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il CSM ed i consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento dei magistrati verso il basso”.  A causa di queste affermazioni fu chiesta nei suoi confronti una mozione di censura nel corso di una riunione del Comitato direttivo centrale dell’ANM.  Si può a riguardo vedere il Bollettino della Magistratura, n. 4, ottobre-dicembre 1988: la mozione di censura è riportata a p. 22.  La censura non fu allora erogata perché non era prevista dallo statuto dell’ANM, ma questa ed altre manifestazioni di indipendenza rispetto all’ideologia ordinamentale della magistratura organizzata gli furono fatte comunque pagare a caro prezzo proprio dal CSM allorquando questo organo fu chiamato a decidere sulle richieste di Falcone per ottenere funzioni per le quali nessuno più di lui era più qualificato:  quella di capo dell’ufficio istruzione di Palermo, prima, e quella di procuratore nazionale antimafia poi.

Negli ultimi anni gli orientamenti della magistratura associata sembrano, soprattutto a partire dal Congresso dell’ANMI del 1996, aver finalmente compreso che l’assenza di garanzie sulla professionalità di giudici e pubblici ministeri è indifendibile.  In quell’occasione alcuni tra i più noti rappresentanti dell’ANMI, compresi quelli che erano stati, o che sarebbero successivamente divenuti componenti del CSM, si affannarono a sostenere l’esigenza di reintrodurre seri vagli di professionalità e a riconoscere che l’elevata professionalità dei magistrati è essa stessa garanzia di indipendenza.  Tanto che nella mozione finale si afferma  che le “periodiche e serie verifiche dell’operosità e delle capacità tecniche dei singoli magistrati” debbono essere considerate “un presupposto per la piena accettazione e difesa da parte della collettività dell’indipendenza del giudice e un contributo per invertire la caduta di credibilità della giurisdizione” (“La Magistratura”, Bollettino, n.1-2, gennaio-marzo/aprile-giugno 1996).

Nonostante queste rigorose prese di posizione, nei sei anni che sono trascorsi da allora nulla è cambiato nelle decisioni che il CSM assume in materia di valutazioni di professionalità, tanto che la carriera seguita ad essere “automatica”, cioè di regola determinata sulla sola base dell’anzianità di servizio.  L’unico modestissimo cambiamento ravvisabile dall’analisi dei dati è che il CSM ha modificato l’orientamento presente negli anni ’70 ed ’80 secondo cui nelle valutazioni ai fini delle promozioni non si doveva tener conto delle condanne disciplinari e dei fatti che le avevano determinate perché altrimenti si sarebbe erogata una doppia sanzione.  Ci sembra che questo dimostri come non bastino i buoni propositi e la comprensione delle disfunzioni, neppure se provengono proprio da coloro che erano allora e sarebbero stati nel futuro protagonisti delle decisioni in materia di professionalità quali rappresentanti delle varie correnti associative in seno al CSM.  Non bastano perché non sono sufficienti a cambiare i condizionamenti che gravano su un Consiglio che è composto in assoluta maggioranza di magistrati eletti dai colleghi con un leggi elettorali che sin dal 1968 sembrano studiate apposta per rendere cogenti le aspettative corporative di carriera di tutti i magistrati ed il loro rifiuto a subire valutazioni di professionalità.  Il fatto stesso che le delibere relative alle promozioni vengano relegate negli c. d. ordini del giorno speciali per essere approvate in blocco dal Plenum è di per sé una chiara indicazione del poco rilievo che si attribuisce a queste delibere ed ai valori che esse sono intese a tutelare.

Per queste ragioni da ora in poi io mi asterrò nelle votazioni relative alle promozioni.  Mi asterrò perché così come vengono fatte non sono affidabili.  Proprio per questo non posso neppure votare contro -salvo i casi di cui dirò più innanzi- perché rischierei di esprimere valutazioni negative anche sui molti magistrati che pienamente meritano valutazioni positive e che sono tanto più meritevoli perché si impegnano nel lavoro e nell’affinare le loro capacità tecnico-professionali nonostante l’assenza di efficaci stimoli organizzativi che li spingano a farlo.

Formulo inoltre l’auspicio che questo CSM voglia avviare una riflessione che lo conduca ad individuare le modalità con cui assicurare che le valutazioni del merito professionale dei magistrati ai fini delle promozioni siano per il futuro reali e non fittizie.  Chiedo infine che da ora in poi tutte le delibere relative alle promozioni siano deliberate una per una in Plenum.  Certo i lavori del Plenum dureranno un po’ più a lungo, ma le votazioni su ogni singola valutazione servirà ad impedire che il problema da me sollevato rientri nell’oblio delle delibere adottate routinariamente in commissione.  Servirà inoltre, lo spero, a ricordarci l’esigenza di trovare una soluzione valida alle valutazioni della professionalità di giudici e pubblici ministeri proprio perché i valori in gioco riguardano aspetti nevralgici del funzionamento della giustizia, della sua legittimazione e della stessa indipendenza della magistratura.

Dianzi ho detto che in alcuni casi voterò contro le proposte di promozione.  Lo farò quando si tratterà di promozioni che riguardano magistrati parlamentari di qualsiasi raggruppamento politico essi siano.  Lo farò perché quelle promozioni contravvengono ad una specifica norma costituzionale, il secondo comma dell’art. 98 della costituzione nel quale si afferma che i pubblici impiegati  “se sono membri del Parlamento non possono conseguire promozioni se non per anzianità”.  Leggendo i lavori della Costituente nulla si trova che indichi come questa norma non si applichi ai magistrati.  Al contrario.  Per valutare la portata applicativa di questa norma, che aveva tra i suoi più accesi sostenitori anche Calamandrei, alcuni membri della Costituente vollero sapere quanti fossero i loro colleghi “pubblici dipendenti”.  Dalla discussione si apprende che nella lista erano stati inclusi anche 3 magistrati ordinari, e nessuno obiettò sostenendo che non fossero pubblici impiegati.  Lo stesso CSM ha ritenuto, sino al 1970, che quella norma costituzionale si applicasse anche ai magistrati.  Fu in quell’anno che il CSM cambiò orientamento, o se si vuole modificò il volere del costituente affermando che i magistrati non sono “pubblici dipendenti” e che quindi possono essere promossi per merito anche se parlamentari.  L’assurdità di questa interpretazione, e lo stridente contrasto col disposto dell’art. 98, risultò sin dall’inizio evidente quando furono subitaneamente promossi “per meriti giudiziari”, percorrendo retroattivamente l’intera carriera giudiziaria da magistrato di tribunale sino a magistrato di cassazione con funzioni direttive superiori, persino magistrati che avevano svolto funzioni giudiziarie in età giovanile, solo per pochissimo tempo e che non le svolgevano più da oltre 25 anni: mi riferisco a Scalfaro e Bucciarelli Ducci (in Parlamento, rispettivamente, dal 1946 e dal 1948).  A quel tempo io ero consulente del CSM con l’incarico di occuparmi di quello che allora era l’ufficio organizzativo.  Ricordo che l’argomento più convincente che mi fu dato per spiegare le modificazioni che con quell’interpretazione del CSM si apportavano alla nostra Costituzione fu che non si poteva “ignorare il grido di dolore dei magistrati parlamentari che tanto si erano prodigati per fare approvare le nuove legge sulle promozioni”(tra questi vi erano anche Martuscelli e Valiante che era stato relatore alla Camera dei Deputati per la c. d. legge Breganze).  Mi fermo qui per quanto riguarda i miei futuri orientamenti nell’esprimere il voto sulle valutazioni dei magistrati ai fini delle promozioni, anche se le conseguenze disfunzionali conseguenti ai consolidati orientamenti del CSM in materia sono molteplici.  Su alcuni di essi tornerò nell’esprimere i miei orientamenti in materia di attività extragiudiziarie dei magistrati, cioè l’altro tipo di delibere su cui ho chiesto che si discuta in Plenum.

Mettete sotto inchiesta i pm di Palermo

3 ottobre 2002 Commenti chiusi

libero3ott02

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