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Ricordo dell’Avvocato Agostino Viviani

9 febbraio 2011 Commenti chiusi

Pronunziato da Giuseppe Di Federico il 21 settembre 2009 in occasione della “Tavola rotonda in memoria di Agostino Viviani” organizzata a Milano su iniziativa del Circolo De Amicis e della Federazione Italiana Associazioni Partigian [1]. 

Quando l’Avvocato Mario Viviani mi ha proposto di venire qui a ricordare l’amico Agostino Viviani, a ricordare  l’importanza del Suo impegno nel promuovere un processo penale ed un ordinamento giudiziario degni di una democrazia io, per l’affetto, l’amicizia e l’ammirazione che nutrivo e nutro per Agostino ho detto subito di sì.  L’ho fatto con entusiasmo, un entusiasmo pieno di gratitudine perchè mi veniva data l’occasione di parlare di Lui insieme ad altri che Lo hanno conosciuto e stimato.  Di persone che più di me hanno avuto la fortuna di frequentarLo e da cui avrei potuto apprendere cose che avrebbero arricchito il ricordo che ho di Lui.  Quando mi sono accinto a considerare quanto avrei potuto e dovuto dire mi sono reso conto di quanto difficile fosse il compito ed alto il rischio di essere inadeguato a svolgerlo.   Ho riletto i libri da Lui Scritti a partire dalla metà degli anni 1980, ho riletto i documenti e gli esposti che mi ha inviato e nei quali denunziava il malfunzionamento della giustizia penale, la mortificazione dei diritti della difesa, documentandoli puntigliosamente con riferimento a numerosi, specifici comportamenti processuali di ben individuati pubblici ministeri e giudici.  Esposti che seguitava ad inviare nella speranza, sempre delusa  ma mai persa, di venire ascoltato dalle istituzioni che avrebbero dovuto porvi rimedio, che avrebbero potuto censurare disciplinarmente le violazioni dei diritti civili compiute da pubblici ministeri (PM) e giudici nell’ambito del processo penale. Ho anche riascoltato con emozione dalla Sua viva voce gli interventi resi disponibili da Radio Radicale.  Più mi documentavo e più difficile diveniva il compito.  Come rappresentare una attività processuale tanto intensa, il Suo impegno riformatore vissuto con costante passione, la Sua prorompente oratoria piena di efficace arguzia e di ironia (spesso amara), la sua capacità di essere (cosa faticosissima) il puntuale cronista delle Sue stesse esperienze processuali? 

Della Sua esperienza parlamentare anche come presidente della commissione giustizia del Senato vi parlerà l’amico Mellini.  Io partirò da alcune considerazioni su un Suo libro pubblicato nel 1988, che Lui mi regalò con dedica nel gennaio 1992. “La degenerazione del Processo Penale in Italia”. Un libro che avevo già letto ma che apprezzai per il significato che a quel dono Lui aveva voluto dare.

Quel libro è stato importante per varie ragioni.  Mi limito ad indicarne tre.  In primo luogo perché evidenzia deviazioni del processo penale che lungi dal ridursi si svilupperanno e diffonderanno in modo ancor più evidente e grave nel periodo successivo all’entrata in vigore, nel 1989, del “nuovo” codice di procedura penale;  in secondo luogo perché collega lo sviluppo di tali deviazioni a disfunzioni ordinamentali; in terzo luogo perché ha originato una collaborazione tra Lui e me nel tentativo di ottenere che alcuni comportamenti segnalati in quel libro fossero in qualche modo censurati dal CSM.

In quel libro (così come ha sempre fatto nei Suoi esposti e nei Suoi numerosi interventi a convegni) Egli elenca e commenta -con puntuali, meticolose citazioni tratte da atti processuali- le principali disfunzioni del nostro processo penale.  In particolare di quelle che più direttamente violano la protezione dei diritti umani  nell’ambito delle indagini e del processo:  gli stratagemmi utilizzati dai PM per prolungare le indagini oltre i limiti consentiti dalla legge, l’uso distorto della carcerazione preventiva come mezzo per estorcere informazioni o confessioni utili a sostenere le tesi accusatorie, le modalità illegittime con cui in sede dibattimentale venivano condotti gli interrogatori, interrogatori in cui le domande capziose e suggestive formulate dai PM con toni aggressivi ed insistenti contenevano esse stesse le risposte da loro volute, domande che richiedevano perentoriamente da parte degli imputati dei sofferti “sì”.  E ancora: l’arroganza con cui i PM zittivano ed offendevano i difensori in sede dibattimentale con il compiacente avvallo dei loro colleghi giudici.  Offese che Viviani stesso aveva ricevuto ripetutamente  e che Lo facevano persino dubitare se non fosse svantaggioso per i Suoi clienti indispettire i magistrati con la Sua ostinata pretesa di richiamarli al rispetto delle regole processuali.   Forte è il collegamento che Agostino fa tra la legislazione di emergenza per combattere il terrorismo, la legislazione premiale e la “gestione dei pentiti” da un canto e lo sviluppo di quelle pericolose prassi processuali dall’altro.  In somma si ha in quel libro ed in altri scritti l’individuazione sistematica di quelle prassi che poi si diffonderanno ulteriormente nel periodo successivo e che porteranno a quella vera e propria mattanza dei diritti civili nell’abito processuale costituita dal periodo di “mani pulite”.  Si tratta di prassi diffuse allora  e che permangono nel tempo, come evidenziato dalle nostre interviste a tre campioni di 1000 avvocati penalisti condotte rispettivamente nel 1992, nel 1995 e nel 2000, interviste illustrate e commentate nel libro “Processo penale e diritti della difesa” pubblicato nel 2002.   Aggiungo che Agostino stesso aveva previsto che quelle prassi si sarebbero radicate nell’ambito del nuovo processo penale  nel Suo libro “Il nuovo codice di procedura penale: una riforma tradita”.  Significativa la citazione dal libro “Il Gattopardo” che fa nella Sua introduzione “Se vogliamo che tutto rimanda com’è bisogna che tutto cambi.  Mi sono spiegato?”. Nel Suo libro sul nuovo codice scritto nell’1989, prima ancora di vedere la sua concreta applicazione, la semplice lettura del testo della riforma fatta da Agostino alla luce della Sua lunghissima esperienza professionale, Lo portava a sconsolate quanto profetiche previsioni.  Di particolare rilievo quelle sul ruolo ancor più dominante che avrebbe assunto il PM, incontrollato poliziotto nella fase delle indagini, con poteri investigativi senza limiti di spesa (tanto paga Pantalone, come Lui dice), con un compiacente collega (il giudice delle indagini preliminari) a controllo della legittimità delle sue iniziative e richieste.  Senza responsabilità alcuna per le sue scelte di indagine, senza nessun controllo sul loro costo rispetto ai risultati conseguiti anche quando risulta che le rilevanti spese sostenute nel corso delle indagini si sono rivelate prive di risultati e del tutto ingiustificate.  Senza nessuna responsabilità anche quando risulta che cittadini innocenti hanno subito le drammatiche conseguenze di una ingiustificata gogna giudiziaria  prolungata nel tempo.  In ogni caso il  PM può sempre affermare che in presenza di eventi che gli facevano ritenere  che un crimine potesse essere stato commesso egli non poteva che compiere gli atti compiuti perchè ad essi obbligato dal principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale.  Un principio che trasforma tutte le scelte discrezionali che il PM compie in atti dovuti.   L’assegnazione al PM del pieno controllo delle attività di polizia giudiziaria operata dal nuovo codice in buona sostanza fa del PM un poliziotto indipendente che in nessun modo può essere chiamato a rispondere delle scelte che compie in sede di indagini.  Né si può dire che chi compie le indagini di polizia sia meno poliziotto perchè si chiama PM, a meno che non si voglia accettare l’idea, coltivata dalla corporazione dei magistrati, che la differenza dipenda dal fatto che il PM avrebbe la così detta “cultura della giurisdizione” mentre il poliziotto no (ma sulla natura di questa cultura torneremo più in là). 

E’ proprio l’assenza di efficaci strumenti per la responsabilizzazione dei magistrati che ricorrentemente sollecita le riflessioni di Agostino.  Di qui l’impegno che Lui dedicò all’iniziativa referendaria radicale sulla responsabilità civile dei magistrati  (alcuni dei Suoi interventi dell’epoca possono essere facilmente ascoltati perché messi sul sito web di Radio Radicale dopo la Sua scomparsa).  Di lì le Sue continue denunzie sulla inefficacia del sistema di giustizia disciplinare posto nelle mani del CSM.

E qui vengo ad un episodio specifico quanto esemplare inutilmente sollevato da Agostino prima e durante la Sua presenza al CSM, e ripreso anche da me anni dopo, senza risultati, nel corso della mia stessa esperienza consiliare.   Tutto inizia col casuale ritrovamento, tra le carte di un processo, di una lettera  scritta al presidente di un grande tribunale da una presidente del tribunale del riesame (il così detto tribunale della libertà).   Una lettera che Agostino volle pubblicare nell’appendice del Suo libro “La degenerazione del processo penale in Italia” e che a me diede in fotocopia.  Da quella lettera si evince:

a) che a seguito di una delibera del tribunale del riesame (c.d. “tribunale della libertà”) che rimetteva in libertà un imputato in detenzione preventiva, un PM, invece di attendere le motivazioni della decisione ed eventualmente impugnarla, ritenne più efficace esprimere subito, come si dice nella lettera, le sue “aspre critiche” con una “violenta aggressione verbale” nei confronti del presidente del collegio giudicante che non aveva obbedito alle sue richieste di mantenere in carcere l’imputato  (una riflessione: mi sembra non dovrebbero esservi dubbi che si tratti di un grave atto di intimidazione nei confronti di un giudice ed un plateale attentato alla sua indipendenza; o no?  Nei paesi ove vige l’istituto del contempt of court per molto meno si finisce in galera);

b) il PM non è però soddisfatto delle “aspre critiche” e della “violenta aggressione verbale” nei confronti del giudice, si rivolge quindi al Presidente del tribunale perché intervenga.  E che fa il presidente del tribunale? Invece di denunziare ai titolari dell’azione disciplinare l’aggressione verbale subita dal giudice e l’attentato alla sua indipendenza, pensa bene di convocare il giudice per avere spiegazioni (dopotutto perché litigare tra colleghi? Si tratta solo della libertà di un cittadino); 

c) a seguito di questi eventi la presidente del tribunale della libertà,  nella lettera dichiara di trovarsi in “uno stato di grave disagio” perché a giorni avrebbe dovuto presiedere di nuovo il tribunale della libertà per giudicare un imputato con identiche imputazioni di quello per la cui liberazione era stata aggredita e avendo in udienza, ancora lo stesso PM.  Chiede quindi al presidente del tribunale di essere sostituita perché, come lei stessa scrive, la prospettiva che si potesse “riproporre la sgradevole situazione  già verificatasi” la privava “della serenità necessaria per decidere”.  Che fa il presidente del tribunale?  Invece di chiedere la sostituzione del PM di udienza  accoglie la richiesta del giudice e la sostituisce con altro magistrato.  Nel suo libro Agostino ci informa che cambiato così il giudice nel secondo caso, cambiò anche la giurisprudenza, e l’imputato rimase in carcere.  L’intimidazione del PM, con la collaborazione del presidente del tribunale, aveva quindi prodotto i suoi effetti.

          Venuti a conoscenza dei fatti dianzi descritti subito dopo il loro verificarsi, né il CSM né i titolari dell’azione disciplinare ritennero che sussistessero gli estremi per una iniziativa disciplinare né nei confronti del PM né nei confronti del presidente del tribunale. Nella sostanza hanno ritenuto che i loro comportamenti fossero pienamente legittimi e del tutto conformi all’etica giudiziaria (in versione nostrana). 

Successivamente il CSM non ha neppure ritenuto che quell’episodio fosse rilevante ai fini della valutazione della professionalità  per la promozione di quel PM a magistrato di cassazione, nel 1995.  Agostino, allora consigliere al CSM, riteneva giusto che se ne dovesse tener conto ma nessuno lo ascoltò.  Né ebbi più fortuna io nel dicembre 2002 in occasione della nomina di quello stesso magistrato a procuratore aggiunto di una grande procura.  Per aver richiesto che di quell’episodio si tenesse conto nella valutazione della professionalità di quel magistrato, così come era già capitato ad Agostino, fui “verbalmente aggredito” dai consiglieri magistrati e trattato come chi abbia commesso un reato di lesa maestà.  La mia iniziativa, così come quella di Agostino sette anni prima, servì solo a sottolineare come quei comportamenti siano del tutto legittimi nel nostro processo penale, come possano essere impunemente compiuti e come vengano addirittura premiati.  Il CSM ha cioè indicato  con estrema chiarezza ai magistrati tutti che quei comportamenti non solo sono pienamente legittimi ma che meritano anche di essere premiati al momento delle valutazioni professionali

Nel 2002, intervenendo ad un dibattito riportato da Radio Radicale, Agostino sostenne che per riequilibrare i rapporti tra accusa e difesa fosse necessaria un riforma che dividesse il corpo dei giudici da quello dei PM.  Gli fu obiettato, è una tesi ricorrente, che in tal caso diminuirebbero le garanzie processuali per il cittadino in quanto un PM distaccato dal giudice perderebbe la “cultura della giurisdizione”.      Ripensando al contenuto di quella lettera non oso immaginare che cosa avrebbe fatto quel PM al presidente del tribunale della libertà  se non fosse stato trattenuto dalla sua “cultura della giurisdizione”.

Le cose che ho sin qui detto per ricordare Agostino Viviani  sono certamente  inadeguate a rappresentare la Sua opera ed i valori di giustizia e libertà che senza cedimenti Lo hanno accompagnato in tutta la Sua attività professionale e pubblica.  Non ho parlato della Sua umanità, della Sua capacità di dimostrare e far sentire la sua amicizia. Non ho parlato di quella rara virtù di non farsi mai percepire come un nemico, neppure nelle occasioni di più aspro contrasto.   Sono cose che non saprei rappresentare ma che sono ben presenti in me e parte di quell’inestimabile patrimonio che mi ha lasciato, che credo abbia lasciato a tutti noi.


[1] Questo testo è in corso di stampa unitamente agli altri interventi pronunziati nel corso della tavola rotonda.

Relazione tenuta alla contro-inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Unione delle Camere Penali a L’Aquila 28 gennaio 2010

28 gennaio 2010 Commenti chiusi

Il Consiglio Superiore della Magistratura:

alcune delle sue più gravi disfunzioni

di Giuseppe Di Federico[1]

Sommario: 1. Premessa. – 2. La mancanza di reali valutazioni della professionalità. – 3. Ampliamento dell’abito di applicazione del principio di inamovibilità. – 4.Correntismo, trasferimenti e destinazione alle varie funzioni. – 5. Esperienza giudiziaria, attività extragiudiziarie ed erosione dei confini tra magistratura e classe politica. – 6. Considerazioni di sintesi.

1. Premessa.

Un grazie particolarmente sentito all’Unione delle Camere Penali per avermi invitato a parlare in questa inaugurazione dell’anno giudiziario. Particolarmente sentito non solo perché mi riporta nella mia terra natale, l’Abruzzo, ma anche e soprattutto perchè mi consente di essere partecipe dell’omaggio, del cordoglio che scegliendo questa sede si è voluto manifestare per le profonde ferite subite dalla città de L’Aquila e dalla sua popolazione.

Mi è stato affidato il compito di parlare del CSM.  Compito per me facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché conosco l’intera storia ed evoluzione delle attività consiliari a partire dalla sua creazione, nel 1959.  Difficile perché nei 20 minuti a mia disposizione dovrò fare scelte molto drastiche tra le molte cose che sarebbe importante dire in una prospettiva riformatrice.  Non solo ma sarò anche costretto a trattare in modo estremamente sintetico i pochi aspetti del CSM che ho scelto di considerare.

(Leggi tutto…)

[1] Professore Emerito di Ordinamento Giudiziario dell’Università di Bologna.

CSM sordo – Le minacce di Spataro. Lettera aperta alla dott. Lucia Annunziata conduttrice del programma televisivo “In mezz’ora” su Rai 3.

26 novembre 2009 Commenti chiusi

Articolo apparso sul quotidiano “L’Opinione delle libertà” il 26 novembre 2009

Gentile Dott. Annunziata,

prima di tutto lasci che le dica la ragione che mi spinge a scriverle. Domenica scorsa ero andato a letto per il riposino pomeridiano. Come ogni domenica ho aperto a casaccio la televisione perchè mi conciliasse il sonno. Di solito funziona. Questa volta no. Purtroppo, il caso ha voluto che la prima immagine apparsa sullo schermo fosse quella di Lei che intervistava il procuratore aggiunto di Milano, Dott. Armando Spataro. Poiché di giustizia un po’ ne capisco ho ascoltato tutto il programma. Dopo non sono più riuscito a dormire. Spero comprenda la mia irritazione. Di qui la mia decisione di scriverle.

Non posso certamente commentare tutte le cose ingannevoli e fuorvianti che Spataro ha detto e che Lei ha ascoltato senza obiettare. Accennerò solo ad alcune delle cose da Lui dette ed avanzerò qualche dubbio su altre.

Spataro ha affermato (lo dico in estrema sintesi) che il pubblico ministero italiano, proprio perché è indipendente come un giudice ed è vincolato dal principio di obbligatorietà dell’azione penale, di fatto garantisce l’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Niente di meno vero. Contrariamente a quello che riteneva il nostro Costituente non è materialmente possibile perseguire tutti i reati e quindi le nostre procure ed i nostri singoli pubblici ministeri (PM) si trovano a dover scegliere loro stessi come e con che approfondimento condurre le indagini nonchè i criteri da seguire nell’esercizio dell’azione penale. Le mie ricerche evidenziano questi fenomeni da oltre 40 anni. Seppur con notevole ritardo, ormai lo ammettono in molti. Implicitamente ma molto chiaramente, persino le circolari e le sentenze disciplinari del CSM. Cosa vuol dire questo?Vuol dire che il principio di obbligatorietà dell’azione penale, lungi dal garantire l’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge impedisce invece di introdurre quella regolamentazione e responsabilizzazione delle attività del PM con cui in tutti gli altri paesi democratici si cerca, tra l’altro ma non solo, di dare attuazione concreta al valore dell’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Sì perché sul piano operativo l’accoppiata tra obbligatorietà dell’azione penale e piena indipendenza del PM, tanto cara a Spataro, non crea solo sofferenza per il valore dell’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Crea grave sofferenza anche ad altri valori di grande rilievo in democrazia come quello della protezione dei diritti civili nell’ambito processuale, e della attuazione di una coerente, responsabile formulazione delle politiche criminali del Paese nelle forme che sono proprie alle democrazie.

Vengo molto sommariamente al primo aspetto. Sul piano operativo l’accoppiata obbligatorietà dell’azione penale ed indipendenza del PM consente di fatto ai nostri PM di iniziare indagini su ciascuno di noi per reati che più o meno giustificatamene ritiene siano stati commessi, di utilizzare quindi, senza limiti di spesa, tutti i mezzi di indagine che ritiene necessari per provare le sue ipotesi accusatorie. Se dopo anni di indagine e di un eventuale processo si accerta che non vi erano ragioni che giustificassero l’azione del PM, questi non sarà responsabile di alcunché né sotto il profilo patrimoniale né sul piano della valutazione della sua professionalità:come di regola avviene, può legittimamente affermare, con immancabile successo, che non poteva non fare quanto aveva fatto perché vi era stato costretto dal dovere di dare piena attuazione al principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Un principio che quindi trasforma qualsiasi iniziativa del PM, per infondata e discrezionale che sia, in un “atto giuridicamente dovuto”.Che la sua iniziativa abbia causato danni irrimediabili sotto il profilo economico sociale, politico familiare, della salute al cittadino innocente non comporta per lui responsabilità alcuna, così come è assolutamente irresponsabile anche per le spreco di pubblico danaro da lui causato. Sono entrambi cose di cui in altri paesi democratici ci si preoccupa. Ricordo che nel progettare ruolo e funzioni del pubblico ministero inglese il riformatore di quel paese ritenne che regolare e responsabilizzare l’attività del PM fosse necessario perché altrimenti si ha un assetto giudiziario che non solo “è ingiusto per l’accusato ma genera anche inutili sprechi nelle limitate risorse del sistema penale”.Proprio per rafforzare questa esigenza di protezione dei cittadini da processi ingiustificati, nella riforma del PM inglese del 1985 si decise che egli non dovesse fare il poliziotto (come è da noi)ma che dovesse assumere un ruolo “quasi giudiziario” col compito di vagliare le prove fornite nei singoli casi dalla polizia per accertare che esse fossero solide e tali da giustificare un processo. Questo nella convinzione che chi è emotivamente impegnato nelle indagini non sia il più adatto a distinguere indizi da prove.

Non meno rilevante è poi ricordare come il binomio indipendenza del PM e obbligatorietà dell’azione penale (di fatto inattuabile) sottragga un parte molto rilevante delle decisioni in materia di politica ad una regolamentazione e responsabilizzazione nell’ambito del processo democratico. Nel 1977 una commissione di riforma della giustizia penale francese (istituita dal presidente della Repubblica e presieduta dal presidente della Corte di Cassazione) considerò l’ipotesi di adottare il principio di obbligatorietà dell’azione penale e di rendere anche il PM francese indipendente. Questa ipotesi fu scartata partendo dalla constatazione che in nessun paese si possono perseguire tutti i reati. Da questa constatazione venne tratta la necessaria conseguenza che nell’esercizio dell’azione penale il PM compie di necessità, e non può non compiere, scelte discrezionali sia a livello delle indagini che nell’esercizio dell’azione penale, e che tali scelte sono per loro natura scelte di politica criminale. Ritenne quindi che in un sistema democratico e parlamentare quale è quello francese le scelte di politica criminale non potessero essere delegate ad un corpo burocratico privo di legittimazione democratica, ma dovessero invece essere compiute dal governo che ne risponde in parlamento (è un orientamento che accomuna tutti i paesi democratici ad eccezione dell’Italia – anche se non in tutti i paesi democratici il vertice della struttura unitaria e gerarchica del PM è, come in Francia, il Ministro della giustizia).

Su tutte queste cose Lei, dottoressa Annunziata, non ha fatto una sola domanda. Per farlo le sarebbe bastato ricordare quanto detto da un magistrato con cui ho a lungo collaborato, Giovanni Falcone, certamente non meno autorevole di Sapataro. Un magistrato che aveva una solida cultura liberale, una ampia esperienza dei sistemi giudiziari di altri paesi democratici, e l’attitudine a non lasciarsi condizionare nelle sue analisi dei fenomeni empirici da convenienze personali ed ideologie corporative. Ciò gli consentiva di riconoscere quanto anomalo fosse l’assetto del nostro PM e le sofferenze di sistema che ne derivano. Tra le molte citazioni possibili ricordo solo come Falcone si domandasse “come fosse possibile che in un regime liberal democratico quale quello italiano non vi sia ancora una politica giudiziaria, e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei singoli sostituti…mi sembra quindi giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività” (il corsivo è di Falcone).

Per aver detto queste cose, per aver detto che la scarsa professionalità di molti magistrati era causa di inefficienza della nostra giustizia, per aver scritto – quando era direttore generale del Ministero della Giustizia- il testo un decreto legge in cui si faceva un tentativo di dare un più efficiente e responsabile assetto al PM nel settore della criminalità organizzata, Giovanni Falcone pagò un alto prezzo. Dovette subire la diffusa ostilità della magistratura organizzata e dei suoi rappresentanti nel CSM, che per ben due volte bocciarono le sue richieste a dispetto dei suoi evidenti meriti professionali, prima negandogli la funzione di capo dell’ufficio istruzione di Palermo e poi quella di direttore nazionale antimafia (la commissione incarichi direttivi propose un altro magistrato, proposta che non venne mai deliberata dal CSM perché nel frattempo Falcone fu assassinato dalla mafia).Lei, Dottoressa Annunziata, si starà certo domandando: ma che c’entra questo con la mia intervista a Spataro? Purtroppo c’entra. Forse Lei non l’avrà notato, ma quasi alla fine della sua intervista Spataro ha sollevato il dubbio che vi siano magistrati che contribuiscono a scrivere le riforme volute dalla maggioranza. Alla luce di quanto capitato a Falcone e anche ad altri magistrati che non sono stati ligi alle aspettative della corporazione, quella frase di Spataro mi è apparsa come un chiaro avvertimento di stampo…, diciamo intimidatorio. A Lei no?

Molte altre sono le obiezioni che un attento intervistatore avrebbe potuto fare. A Spataro.Questi ha più volte detto, nel corso dell’intervista, che la nostra polizia è la migliore al modo e che di questo vi è ampio riconoscimento a livello internazionale. Ha però anche detto che è inaccettabile l’iniziativa governativa che attribuisce più autonomia e più poteri investigativi alla polizia. Forse che la nostra polizia è la più brava al mondo solo perché agisce sotto lo stretto controllo e direzione del PM? Perché ,poi, dovremmo fidarci di meno delle indagini di una polizia che è la migliore al mondo e fidarci di più di quelle svolte dal poliziotto-PM che delle sue decisioni, per ingiustificate che siano, non risponde a nessuno né sotto il profilo disciplinare ne sotto quello della valutazione di professionalità?

Ascoltando la sua intervista a Spataro mi sembrava di assistere ad una rappresentazione dei fratelli De Rege, anche se non riuscivo a ridere. Lei si è limitata a fare da”spalla” ad uno show personale del procuratore Spataro senza mai sfoderare quella grinta critica che altre volte hanno caratterizzato le sue interviste. Era impreparata? Stava poco bene? Lo ha fatto volutamente per scopi politici?

Questa lettera è gia troppo lunga ma voglio tuttavia aggiungere due cose. La prima, non vorrei che Lei pensasse che io nutra sentimenti aggressivi e astiosi nei confronti di Spataro. Lui ha difeso poteri ed interessi della sua corporazione e, con la Sua attiva collaborazione, lo ha fatto in maniera molto efficace. Chapeau. La seconda è che condivido con Spataro la sfiducia nelle capacità di coloro che si stanno occupando di riforme ordinamentali. Ovviamente io vorrei un assetto giudiziario molto diverso da quello che piace a Spataro. Purtroppo la sfiducia che ho riguardo alle capacità, conoscenze e coraggio di coloro che si stanno occupando di riforme ordinamentali è tale che se mai vi saranno riforme in materia esse saranno di gran lunga più vicine ai desiderata di Spataro che ai miei.

Voglia gradire i miei migliori saluti

Giuseppe Di Federico

www.difederico-giustizia.it

CSM E CENSURA, L’ETERNO CONFLITTO TRA TOGHE E POLITICI. Invasione di campo

9 settembre 2009 Commenti chiusi

Sin dagli anni 70 il CSM si è auto-attribuito la competenza di esprimere formali, pubbliche censure nei confronti di uomini politici che  esprimono valutazioni fortemente irriguardose su decisioni e attività giudiziarie dei magistrati.   Diversi sono stati gli orientamenti dei Presidenti del CSM (e della Repubblica) nel valutare tali iniziative.  Francesco Cossiga le riteneva illegittime ed impedì che il CSM censurasse il Presidente del Consiglio che aveva espresso aspre critiche sull’operato di un magitrato. I suoi successori, Scalfaro e Ciampi, non hanno mai apertamente sollevato obiezioni a che quelle censure fossero discusse e deliberate.  Il Presidente Napolitano, con l’evidente intento di limitare l’uso di quelle censure, si è fatto esplicito portatore della “esigenza di farne responsabile e prudente uso”.  Ha quindi preteso  che se ne disciplinasse l’uso limitandole ai soli casi “..di attacchi così denigratori  da mettere in dubbio l’imparziale esercizio della funzione giudiziaria e da far ritenere la sua soggezione a gravi condizionamenti”, ed escludendo rigorosamente i casi  in cui si tratta di “garantire la reputazione” dei singoli magistrati, poiché in tali casi essi -come ogni altro cittadino- possono rivalersi di propria iniziativa.   Solo dopo la introduzione nel regolamento del CSM di una norma che disciplina la materia seguendo gli indirizzi da lui indicati, il presidente Napoletano ha quindi autorizzato la discussione di ben sette pratiche da tempo pendenti, il che è avvenuto giovedì scorso con l’adozione di sette  censure nei confronti di uomini politici.  In più delibere sono stati censurati Il Presidente Emerito della Repubblica  Cossiga ed il Presidente del Consiglio Berlusconi; sono stati censurati anche l’ex Ministro della Giustizia Castelli, l’On La Loggia e persino un magistrato parlamentare, l’On Mantovano.

Di queste censure i giornali hanno dato puntuale notizia senza tuttavia notare che la discussione avvenuta in Consiglio sull’uso dei nuovi criteri non offre di per sé  garanzie di un uso futuro di quell’istituto che si conformi ai criteri di rigore e moderazione auspicate dal Presidente Napolitano.  Basti a riguardo ricordare gli interventi di due dei consiglieri eletti dai magistrati, Antonio Patrono (rappresentante di Magistratura Indipendente) e Livio Pepino (rappresentante di Magistratura Democratica).  Il primo ha  correttamente evidenziato, è cosa ovvia, che anche con la nuova normativa la decisione di stabilire nei singoli casi se le offese ai magistrati richiedano o meno la tutela del CSM dipenderà anche per il futuro, da un apprezzamento discrezionale del CSM.   Meno ovvio e più significativo per il destino della innovazione normativa voluta dal Presidente Napolitano è stato l’intervento del consigliere Pepino.  Ha ringraziato il Presidente per aver promosso l’introduzione della nuova normativa, ma ha anche voluto affermare che essa non fa altro che mettere in forma scritta i criteri di scelta e le prassi sempre seguite in materia dal CSM in passato.   In altre parole il Consiglier Pepino afferma che anche in passato il CSM ha sempre espresso le sue censure nei confronti dei politici e rappresentanti delle istituzioni seguendo quei criteri di prudenza e rigore voluti dal Presidente Napolitano, e che quindi seguiterà anche per il futuro ad utilizzare gli stessi criteri che emergono dalle passate prassi  La norma voluta dal Presidente Napolitano non presenta quindi alcuna novità?  Non del tutto, anche se non si tratta di innovazioni nel senso da Lui auspicato.  La nuova disciplina in materia di censure a politici ed istituzioni che “denigrano” la magistratura è tuttavia ben venuta perché riconosce formalmente al CSM, con apposita norma, quel potere di censura che sinora aveva esercitato di fatto, di sua propria iniziativa.

Si potrà dire che quanto detto nell’intervento del Consigliere Pepino non rappresenta necessariamente un orientamento maggioritario in Consiglio e che si può al massimo pensare che sia condiviso dalle correnti di sinistra (cioé dagli altri sette consiglieri di Magistratura Democratica e Movimenti Riuniti).  E’ tuttavia molto improbabile che sia così per chi conosce analiticamente, come me,  la storia del CSM e sa con quanto successo i magistrati siano riusciti ad ampliare i suoi poteri e a difenderli dai condizionamenti provenienti dall’esterno (anche di quelli, come più volte accaduto, provenienti dal suo Presidente).    Non posso certo qui ricordare i più pertinenti esempi di quella storia.  Mi limiterò quindi a segnalare che  la quasi totalità delle censure emesse dal CSM nei confronti di uomini politici e rappresentanti istituzionali è avvenuta a seguito di analoghe censure già espresse dal sindacato dei magistrati, cioè dall’Associazione Nazionale Magistrati.   E’ possibile immaginare che i magistrati del CSM (cioè la sua stragrande maggioranza) prenderanno le distanze, sconfessandoli, dai diffusi orientamenti censori del loro sindacato, cioè dal sindacato di cui sono i rappresentanti in Consiglio  (di fatto i magistrati possono essere eletti al Consiglio solo se candidati da una delle correnti del loro sindacato)?.

Una postilla.  Per chi abbia dubbi sull’ampiezza con cui il CSM interpreta il suo dovere di censura nei confronti delle istituzioni che a suo avviso minacciano l’indipendenza dei magistrati basti ricordare che a volte esso ha persino travalicato i confini nazionali.   Nella seduta del CSM del 23 febbraio 2006 vennero infatti espresse severe critiche al Parlamento francese per aver violato i principi di indipendenza e di divisione dei poteri in quanto  aveva convocato ed interrogato un giudice istruttore con riferimento ad un caso giudiziario in cui 13 cittadini innocenti erano stati ingiustamente incarcerati per una falsa accusa di pedofilia.

Giuseppe Di Federico

www.difederico-giustizia.it

CSM: Le manovre delle correnti

18 giugno 2009 Commenti chiusi

Articolo pubblicato da “L’OPINIONE DELLE LIBERTA’” IL 13/6/09 

L’altro ieri tre dei sei consiglieri della commissione referente del CSM in materia di incarichi direttivi si sono dimessi in segno di protesta per alcune dichiarazioni fatte del Ministro della giustizia Alfano.  Il Ministro aveva denunziato l’influenza ed i condizionamenti che i rappresentanti delle correnti della magistratura presenti in Consiglio esercitano sulle nomine dei capi degli uffici giudiziari.  

Queste dimissioni sorprendono ma, al contempo sono anche comprensibili se ad essi si guarda secondo l’ottica delle correnti.

Gli accordi correntizi per le nomine degli incarichi direttivi (ed altro) sono da sempre stati segnalati, anche dagli stessi magistrati.  Nel corso della precedente consiliatura, cioè nel febbraio 2005, fu lo stesso  Presidente della Repubblica nella sua veste di Presidente del CSM, Carlo Azelio Ciampi, ad inviare una lettera al V. Presidente del Consiglio, On. Rognoni, in cui si documentavano i numerosissimi ritardi nelle nomine agli uffici direttivi e se ne attribuiva la causa anche alle contrapposizioni tra le correnti dei magistrati  presenti in Consiglio.  Allora nessuno si dimise né protestò dall’interno del CSM, né i consiglieri laici nè quelli togati.  Come può vedersi leggendo i quotidiani dell’epoca (si veda, ad esempio, “La Stampa” del 24 febbraio 2005), si accese invece una forte polemica tra  le varie correnti presenti in Consiglio perchè Magistratura democratica (MD) attribuì la responsabilità dei ritardi alle altre correnti.  Queste, UNICOST e Magistratura Indipendente, sostennero che MD strumentalizzava l’evento per propaganda di corrente (si era al terzo anno di Consiliatura e cioè ad un anno dalle elezioni per il nuovo Consiglio).    Divertente fu, all’epoca, la rappresentazione dell’orientamento delle correnti rispetto al fenomeno correntizio data da Antonio Patrono,  che era stato consigliere del CSM dal 1998 al 2002 e  che lo è di nuovo in quello attualmente in carica.  Scrisse:  “Magistratura indipendente  sostiene che il correntismo esista e sia un problema di tutti. Magistratura Democratica  ed il Movimento per la giustizia sostengono che il correntismo esiste  ma loro ne sono immuni  e riguarda solo gli altri. Unità per la Costituzione (UNICOST) sostiene che forse nemmeno esiste, e comunque non è un problema”.

 Come mai il CSM accolse le critiche del  Presidente Ciampi ed oggi invece tre consiglieri si dimettono perché il Ministro ha detto, seppure in maniera meno documentata,  la stessa cosa?   Perchè si dimettono solo  3 dei 6 consiglieri della commissione per gli incarichi direttivi: uno che rappresenta la corrente UNICOST, uno che rappresenta la corrente di magistratura democratica ed un componente laico eletto su indicazione del PD (è molto raro che i rappresentanti laici eletti dalla sinistra si discostino dagli orientamenti di MD)?  Poiché siamo di nuovo ad un anno dalle elezioni per il rinnovo del CSM, si tratta di una iniziativa di due delle correnti volta ad orientare il voto a proprio vantaggio?  Forse questa è la più probabile spiegazione.  Per certo le dimissioni dei tre consiglieri non servono a cambiare la composizione correntizia della commissione per gli incarichi direttivi.  Infatti, se anche le dimissioni dalla commissione dei tre consiglieri non verranno (come probabile) revocate, i dimissionari verranno sostituiti da magistrati che appartengono alla loro stessa corrente.  La commissione per gli incarichi direttivi è quella più appetita dai magistrati componenti del CSM e la sua composizione è sempre stata dimensionata in modo da rappresentare comunque, e senza eccezioni, gli equilibri esistenti tra le rappresentanze delle varie correnti presenti nel CSM.

Stando ai giornali i magistrati dimissionari chiedono al Ministro perché, pur essendo stato consultato, non ha mai avanzato obiezioni alle moltissime nomine ad incarichi direttivi sinora fatte dal CSM.  Per chi conosce la storia del CSM è facile rispondere in maniera convincente a questo interrogativo.  Non lo faccio io perché non voglio rubare il mestiere al Ministro.  Aggiungo solo che una domanda più pertinente  sarebbe stata quella di chiedere al Ministro Alfano quali siano le iniziative riformatrici che intende proporre per eliminare il fenomeno del correntismo da lui così duramente criticato.

Giuseppe Di Federico

Professore emerito di Ordinamento giudiziario

dell’Università di Bologna

www.difederico-giustizia.it

Intervento al CSM sulle attività exragiudiziarie dei magistrati

2 dicembre 2002 Commenti chiusi

Intervento del Consiglier Di Federico sulle attività extragiudiziarie dei magistrati effettuato nel Plenum del CSM del 12 dicembre 2002.

Nel mio intervento in plenaria del 13 novembre scorso sulle valutazioni di professionalità ho detto che esisteva un collegamento tra l’assenza di effettivi vagli della professionalità e le attività extragiudiziarie dei magistrati.  Non a caso ho usato l’espressione “attività extragiudiziarie” e non “incarichi extragiudiziari”.  So bene che solo questi ultimi rientrano nella competenza decisoria del CSM mentre l’espressione “attività extragiudiziarie” comprende anche attività, come le cariche elettive e gli incarichi dei magistrati negli organi di

governo a livello nazionale e locale, che nel nostro paese hanno acquisito dimensioni sconosciute negli altri paesi d’Europa a consolidata democrazia.  Ho ritenuto di non poter limitare il mio discorso solo agli incarichi extragiudiziari non solo perchè sia questi che gli altri pongono problemi all’indipendenza della magistratura ed alla sua immagine di imparzialità ma anche e soprattutto perché tra gli uni e gli altri esiste, come cercherò di mostrare, un rapporto di pericolosa continuità.  Nel novero degli incarichi extragiudiziari ho incluso anche tutti gli incarichi che vengono deliberati dal CSM e che si riferiscono ad attività per le quali la legge prevede che i magistrati siano collocati fuori ruolo.  Le distinzioni che si possono fare tra le attività che implicano il fuori ruolo e quelle che si possono svolgere in concomitanza con l’esercizio delle funzioni giudiziarie non hanno alcun rilievo ai fini di questo mio intervento e servirebbero solo a rendere più farraginoso il mio discorso.

Premetto che il fenomeno delle attività extragiudiziarie è in vari modi connesso alle tradizionali caratteristiche burocratiche delle magistrature dei paesi di civil law.  Poiché nella tradizione di questi paesi i magistrati sono pubblici dipendenti si è sempre ritenuto che essi potessero essere comunque destinati a prestare la loro opera, a tempo pieno o parziale, in altri organismi ove si ritenga che ciò sia nel pubblico interesse o comunque non con esso in conflitto.  E’ quindi un fenomeno presente in varia misura in tutti i paesi dell’Europa continentale ma che assume caratteristiche di particolare ed ineguagliata  intensità in Italia, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’60.  Guardando agli incarichi extragiudiziari stricto sensu deliberati dal CSM si può vedere che negli ultimi 35 anni sono stati varie decine di migliaia.  Nei 10 anni che vanno dal 1992 al 2001 le delibere in materia annualmente adottate dal CSM variano tra un minimo di 1.307 (del l977) ed una massimo di 2.464 (del 1994).  Secondo i dati forniti  nella “Relazione sulle attività del CSM nell’anno 2001” predisposta dal nostro Ufficio studi, nello scorso anno le delibere in materia di incarichi extragiudiziari sono state 1411 con 46 reiezioni, due archiviazioni e 153 casi deliberati “in altro modo”, secondo la dizione dell’Ufficio studi.  Anche a non voler considerare queste 153 delibere (sarebbe troppo complesso), gli incarichi extragiudiziari per il 2001 sono stati 1210. Quindi, se tiriamo le somme, si tratta di oltre 15.000 incarichi giudiziari deliberati dal Consiglio solo nell’ultimo decennio.  A questi si aggiungono molti collocamenti fuori ruolo per svolgere attività a tempo pieno presso altre istituzioni,   E’ un fenomeno che riguarda un numero di magistrati che nel complesso è sempre stato superiore alle 220 unità e che comprende sia attività autorizzate dal CSM (ad es. magistrati nei vari ministeri, negli organismi internazionali ecc.) sia attività per cui tale autorizzazione non è prevista (ad es. quelle elettive in Parlamento e negli enti locali).

Non a caso la progressiva crescita degli incarichi extragiudiziari, e più in generale delle attività extragiudiziarie dei magistrati, si è verificata nel nostro Paese, proprio a partire dalla fine degli anni ’60, cioè col venir meno di sostantive valutazioni della professionalità che si basavano prevalentemente sugli atti giudiziari dei candidati.  In un corpo reclutato burocraticamente nel quale i giovani reclutati vengono subito a conoscenza del fatto che tutte le gratificazioni interne verranno acquisite a prescindere da effettive valutazioni della professionalità e che, salvo grave demerito, in 28 anni raggiungeranno comunque il massimo livello della carriera ed il relativo trattamento economico, che per giunta otterranno le promozioni per meriti giudiziari anche a prescindere dal continuo esercizio delle funzioni giudiziarie, è solo normale che si sviluppino tendenze a ricercare ed acquisire gratificazioni aggiuntive che provengono dall’esterno.  Questa è anche la principale ragione della maggiore frequenza, ampiezza e varietà delle attività extragiudiziarie dei magistrati italiani rispetto a quelle dei loro colleghi di altri paesi dell’Europa che hanno sistemi di reclutamento della magistratura simili al nostro ma in cui vigono serie valutazioni della professionalità ed in cui l’effettivo esercizio delle attività giudiziarie è precondizione per lo svolgimento della carriera.

Poiché gli incarichi extragiudiziari e l’assunzione di compiti non soggetti ad autorizzazione del CSM provengono da fonti esterne alla magistratura non credo di dover spendere molte parole per segnalare il grave vulnus che questo fenomeno crea all’indipendenza della magistratura ed alla sua immagine di imparzialità.  Le sue dimensioni generano poi anche problemi di funzionalità perché essi, chi più chi meno, sottraggono energie lavorative ad un apparato giudiziario che evidenzia gravissimi ritardi nello svolgimento delle sue attività.  Certo esiste spesso notevole differenza tra incarico ed incarico e non mi nascondo che alcuni di essi possono anche contribuire all’affinamento delle capacità professionali dei magistrati, come ad esempio il loro coinvolgimento in attività di docenza.  Tuttavia anche in questi casi occorre avere misura e non consentire, ad esempio, impegni eccessivi quali quelli di autorizzare, come di recente ha fatto anche questo Consiglio, lo svolgimento di un intero corso universitario.

Non ignoro certo alcune positive iniziative dei passati Consigli per limitare gli incarichi extragiudiziari, con l’eliminazione degli incarichi arbitrali e la riduzione  degli incarichi nella giustizia sportiva e nelle commissioni di concorso.  Si tratta tuttavia  di iniziative parziali che certo sono ben lungi dal tutelare adeguatamente i valori dell’indipendenza della magistratura, della sua immagine di imparzialità e della funzionalità dell’apparato giudiziario.  Ritengo quindi altamente meritevole l’iniziativa già presa da questo Consiglio di voler riflettere con attenzione sull’intera materia degli incarichi extragiudiziari per darsi criteri decisori più consapevoli e rigorosi a difesa di quei valori.  Ciò mi consente anche di circoscrivere il mio intervento alle considerazioni più generali sul fenomeno, per ritornare su esso in termini più analitici quando diverranno noti i risultati delle riflessioni che la quarta commissione si appresta a compiere.

Voglio tuttavia segnalare le preoccupanti continuità e connessioni tra incarichi extragiudiziari deliberati dal CSM e le attività extragiudiziarie di natura partigiana perché riducendo i primi, come è nel potere del Consiglio, si possono ridurre in una certa misura anche i secondi.

Tra gli aspetti disfunzionali del fenomeno delle attività extragiudiziarie dei magistrati occorre sottolinearne uno che più di altri appare inconciliabile con le caratteristiche tipiche di uno stato di tipo demo-liberale e con l’indipendenza della magistratura.  Si tratta dell’alto livello di commistione che si è venuto sviluppando in Italia tra magistratura e classe politica, una commistione che non ha eguali in nessun altro paese a consolidata tradizione democratica.  L’aspetto più visibile è costituito dalla crescente  presenza di magistrati   in attività che li portano ad operare a tempo pieno, direttamente e visibilmente, nell’area della politica partigiana.  Fino agli anni ’70 tale fenomeno era molto limitato:  in buona sostanza si riduceva alla presenza di due o tre magistrati in Parlamento la cui carriera giudiziaria rimaneva bloccata.  Da allora il fenomeno è cresciuto costantemente per ragioni, su cui mi sono trattenuto nel mio intervento in Plenum del 13 novembre scorso relativo alla valutazioni di professionalità.  Ne richiamo sommariamente due: a) la prima riguarda il fatto che il CSM, nel valutare la professionalità dei magistrati, non ritiene necessario, prendere in considerazione la loro produzione giudiziaria, il che consente di promuovere per “meriti giudiziari” anche magistrati che da tempo non svolgono funzioni giudiziarie;  b) la seconda riguarda il fatto che all’inizio degli anni ’70 il CSM, cambiando il suo precedente orientamento, e nella frenesia di promuovere tutti, decise che il divieto di promuovere i pubblici dipendenti eletti in Parlamento previsto dall’art. 98 non si dovesse applicare ai magistrati perché questi non sono pubblici dipendenti. Gli è stato così subito possibile promuovere retroattivamente, “per meriti giudiziari”,  fino ai vertici della carriera persino due magistrati parlamentari che non esercitavano le funzioni giudiziarie da oltre 23 anni e che, per ciò stesso, fino ad allora erano rimasti ai livelli più bassi della carriera (Oscar Luigi Scalfaro e Brunetto Bucciarelli Ducci).  Con ciò stesso il CSM ha reso rese evidente a tutti i magistrati non solo che la carriera politica non impediva più, in nessun modo, il contemporaneo svolgimento della loro carriera giudiziaria, ma ha reso evidenti anche i vantaggi economici che ne potevano derivare ai magistrati che volessero intraprendere anche una carriera politica (tra l’altro, fino al 1993 era consentito il cumulo tra lo stipendio di magistrato e quello di parlamentare; ancor oggi è consentito il cumulo della liquidazione e della pensione).

Nelle elezioni generali del 1976 divennero così 12 i magistrati ad essere eletti in Parlamento, prevalentemente nelle liste dei due maggiori partiti, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana. Nelle elezioni tenutesi tre anni dopo divennero 22 e un notissimo magistrato, che è stato anche presidente dell’ANMI, Adolfo Beria d’Argentine, così commentò questo fenomeno su “Il Corriere della Sera”del 28 aprile del l979: “la spiegazione più vera…sta nel fatto che i partiti hanno la sensazione più o meno giusta che ormai la magistratura sia una sede di potere reale e di potere pesante, spesso di potere brutale…e che quindi convenga avere con essa canali di comunicazione personalizzati”.

Nelle elezioni nazionali del 1996, ben 50 magistrati hanno partecipato alla competizione elettorale quali rappresentanti di vari partiti. 27 di loro sono stati eletti (10 senatori e 17 deputati) ed in maggioranza sono stati destinati a servire nelle commissioni giustizia di Camera e Senato.  Altri due sono di recente stati eletti al Parlamento europeo.  Nelle ultime elezioni nazionali sono stati eletti in Parlamento 14 magistrati ordinari.  Negli ultimi dieci anni 2 magistrati sono stati eletti presidenti di regione (ed un altro è stato sconfitto per quella stessa posizione nelle ultime elezioni regionali).  Nello stesso periodo si sono avuti diversi magistrati-ministri, magistrati-sottosegretari di Stato, sindaci di grandi e piccole città, magistrati eletti nelle assemblee regionali e comunali, assessori di varie branche dei governi locali. Vi sono poi magistrati Capi di gabinetto, capi di segreterie particolari di Ministri e sottosegretari di Stato, consulenti di commissioni parlamentari e di organizzazioni europee o internazionali, magistrati responsabili delle politiche giudiziarie di vari partiti. All’inizio degli anni ’90 un magistrato, già segretario generale dell’ANMI, è stato persino eletto segretario nazionale di un partito politico (il Partito Social Democratico).  Aggiungo che non è facile elencare tutti gli incarichi in cui si rappresenta questa o quella parte politica anche per chi come me è da anni osservatore attento e del fenomeno.  Ho solo di recente appreso, ad esempio, di due pubblici ministeri che sono al contempo anche assessori comunali.  Non lo avrei mai potuto sapere se non fossi stato incaricato in VII commissione di una pratica relativa ad un’applicazione extradistrettuale che riguardava uno di essi.

Va subito aggiunto che la commistione che si è creata tra magistratura e classe politica è solo in minima parte resa evidente dal numero pur rilevante di magistrati che in via diretta e ufficiale sono divenuti rappresentanti di vari partiti nelle assemblee rappresentative nazionali o locali o anche quali componenti di organi dell’esecutivo ai vari livelli. In primo luogo perché il numero di magistrati che stabiliscono relazioni con i vari partiti politici per ottenere quelle appetibili posizioni è molto maggiore di quello di coloro che riescono ad ottenerle.  In secondo luogo perché molte delle attività extragiudiziarie di minore rilevanza,  e svolte a tempo parziale, sono ottenute con il patrocinio più o meno diretto di partiti o uomini politici e divengono -o comunque sono ricercate e percepite dai magistrati- come passi intermedi per acquisire la credibilità politica e l’appoggio partitico necessari per ottenere le posizioni di rappresentanza politica più gratificanti.  E poi, forse che le modalità con cui vengono esercitate funzioni giudiziarie ampiamente discrezionali, soprattutto quelle requirenti, sono del tutto estranee al crearsi di quei collegamenti che poi conducono i magistrati alla politica attiva?  Per comprendere la complessità delle conseguenze negative che la commistione tra magistratura e politica crea nel nostro Paese è anche opportuno ricordare che quando i magistrati terminano il loro impegno politico nella politica attiva, tornano a svolgere funzioni giudiziarie.  E’ possibile o credibile che il magistrato  ex-parlamentare o ex membro di governo non porti con sé nulla degli orientamenti di parte che ha praticato per anni?    E’ possibile immaginare che il cittadino creda alla sua imparzialità?  E che dire della credibilità di quei magistrati che svolgono contemporaneamente l’incarico di assessori comunali e di sostituti procuratori?  Nel nostro Paese, affetto da stucchevole formalismo, la risposta ufficiale che si dà a questi quesiti è nella sostanza affermativa, tanto che si ritiene pienamente legittimo persino che un giudice ex parlamentare giudichi e condanni un parlamentare di un partito avverso a quello che lui ha rappresentato per anni  (un caso emblematico di questo tipo è capitato di recente, nel novembre 1999 in Corte di Cassazione).  Ciò che importa sottolineare è che la notizia non ha scandalizzato più di tanto.  In quell’occasione non è stata messa in discussione la legittimazione di quel magistrato ex parlamentare a svolgere le funzioni di giudice, né ci si è posti, più in generale, il problema se l’immagine di indipendenza ed imparzialità, che è primaria fonte della legittimazione del ruolo giudiziario nelle democrazie liberali, non meriti una più adeguata protezione.

Per non essere equivocato nello stabilire una connessione tra incarichi extragiudiziari e carriere politiche non ho voluto certamente dire che non esistano altre vie con cui i magistrati si avvicinano ai vari partiti ed ottengono incarichi politici di parte elettivi e no.  Tra coloro che hanno acquisito quegli incarichi vi sono, ad esempio, vari rappresentanti di vertice dell’ANMI ed ex componenti del CSM.

Non ignoro le obiezioni che sono state avanzate contro l’ipotesi di escludere i magistrati dall’elettorato passivo per le elezione nazionali locali ed europee né quelle che riguardano la loro esclusione da incarichi di governo ai vari livelli.  A riguardo vorrei tuttavia ricordare i lavori della Commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento giudiziario nominata con decreto del Ministro Conso e presieduta dall’ex Presidente della Corte Costituzionale Ettore Gallo.  Con ampia motivazione quella commissione, composta in maggioranza da magistrati, pervenne alla conclusione che non solo fosse opportuno evitare che i magistrati potessero ricoprire incarichi di chiara matrice politica quali quelli di deputato, senatore, consigliere regionale, consigliere provinciale o comunale, o rivestire incarichi di governo ai vari livelli,  ma anche che sia pienamente legittimo prevedere con legge ordinaria l’incompatibilità tra quegli incarichi e la permanenza nell’ordine giudiziario (Documenti Giustizia, 1994, n. 5, pagg. 1106-1111).

So bene che negli anni successivi gli orientamenti di alcune proposte del  governo ed alcune leggi ora in vigore sono andate in direzione opposta (mi riferisco alla legge sull’aumento dell’organico della magistratura, varata dal passato Governo, che prevede il reclutamento di 200 magistrati perché vengano destinati a svolgere funzioni non giudiziarie, incluse quelle di natura partitica).  Tuttavia se veramente il CSM vuol essere tutore e vigile custode dell’indipendenza della magistratura, della sua immagine di imparzialità e della stessa funzionalità dell’apparato giudiziario deve a mio avviso rivedere le sue politiche con riferimento alla concessione delle autorizzazioni a svolgere gli incarichi extragiudiziari riducendone, per quanto consentito dalla legge, le dimensioni.  Dovrebbe inoltre farsi carico di segnalare nella relazione sullo stato della giustizia prevista dall’articolo 28 del Regolamento interno l’esigenza di vietare per legge ai magistrati di assumere tutti le attività extragiudiziarie che li coinvolgano in attività di politica attiva in rappresentanza di partiti politici.  La mia prolungata esperienza di ricerca ed i colloqui che nel corso degli anni ho avuto con moltissimi magistrati che lavorano negli uffici giudiziari mi ha peraltro reso consapevole dell’esistenza di un diffuso senso di disagio ed insofferenza nei confronti dell’assunzione di ruoli di politica attiva da parte di loro colleghi.  Una iniziativa del CSM che in nome dell’indipendenza e dell’immagine di imparzialità della magistratura segnali l’esigenza di vietare a giudici e pubblici ministeri tali attività sarebbe, quindi, a mio avviso ben accolta anche dalla stragrande maggioranza dei magistrati.

Per quel che mi riguarda e nei limiti fissati dalla legge orienterò il mio voto in Consiglio a difesa di quei valori e della funzionalità dell’apparato giudiziario.  Per poterlo fare chiedo che tutti gli incarichi extragiudiziari non vengano più incluse negli ordini del giorno c.d. “speciali” da approvare in blocco ma vengano invece singolarmente discussi e votati in sede plenaria.

Nel trattare delle attività non giudiziarie dei magistrati ho sin qui segnalato solo quegli aspetti che più direttamente confliggono con l’indipendenza dei magistrati e la funzionalità degli uffici giudiziari.  Quelle attività tuttavia toccano anche altre questioni che sono di grande rilievo in democrazia, come la effettiva divisione dei poteri e l’efficace funzionamento dei pesi e contrappesi istituzionali.  Sono questioni che solo molto parzialmente riguardano l’attività decisoria del CSM.  Per quella parte in cui rilevano mi riservo di segnalarle di volta in volta nel motivare il mio voto.

Se mi è consentito vorrei concludere ricordando che la stessa magistratura associata ha sempre sostenuto di voler smantellare la tradizionale configurazione burocratica del suo assetto.  Le attività non giudiziarie dei magistrati fanno, in larga misura, parte di quel retaggio.

In un mio precedente intervento ho evidenziato come l’effettuazione di seri vagli di professionalità sia condizione necessaria per garantire una reale indipendenza dei giudici e pubblici ministeri.  Lo è anche l’eliminazione delle attività extragiudiziarie dei magistrati, seppur con limitate eccezioni per quanto concerne l’attività di docenza e la partecipazione a commissioni tecniche su temi di riforma giudiziaria.  Se questo Consiglio adotterà criteri di grande rigore su entrambe le questioni dimostrerà anche di volersi svincolare nelle sue decisioni da una concezione dell’indipendenza troppo a lungo condizionata (permeata) da interessi corporativi che la sviliscono e la svuotavano di efficacia.

Intervento del Consigliere Giuseppe Di Federico in materia di valutazione della professionalità dei magistrati

13 novembre 2002 Commenti chiusi

Seduta del CSM del 13 novembre 2002 – Intervento del Consigliere Giuseppe Di Federico in materia di valutazione della professionalità dei magistrati.

Nella seduta del Plenum del 23 ottobre scorso è stato sottoposto alla nostra approvazione un ordine del giorno “speciale” che conteneva 21 promozioni ai vari livelli della carriera giudiziaria da approvare in blocco.  Chiesi allora che di ciascuna di quelle delibere si occupasse il Plenum.  Mi corre ora l’obbligo di motivare quella richiesta.

Da oltre 30 anni i consigli giudiziari ed il CSM di fatto non effettuano sostantive valutazioni della professionalità dei magistrati ai fini delle promozioni.  Le promozioni vengono deliberate con esclusivo riferimento alle minime anzianità di servizio previste dalla legge per il passaggio da un livello all’altro della carriera, salvo appariscente demerito.  Queste prassi contravvengono al dettato della Costituzione ed alle leggi in materia.

Ricordo che l’art. 105 della Costituzione attribuisce espressamente al CSM il compito di effettuare le “promozioni”  dei magistrati, e non è individuabile nessuna ragione che consenta di ritenere che il costituente volesse dare al termine “promozioni” un significato diverso da quello che esso ha nella lingua italiana.  Per citare solo il vocabolario della Treccani  si tratta di una attività “con cui si conferisce il passaggio ad un grado, a una qualifica, a una dignità superiore a quella che uno ha”).

Ricordo anche che tutte le leggi in vigore per le promozioni ai vari livelli della carriera (per magistrato di tribunale, appello, cassazione, e funzioni direttive superiori) prevedono effettivi vagli della professionalità.

La previsione di questi vagli della professionalità ai fini delle promozioni non sono manifestazione di un ingiustificato, cervellotico o perverso orientamento del costituente e del legislatore.  Corrispondono, invece, all’esigenza di tutelare valori di grandissimo rilievo che sono (in tutti i paesi a consolidato assetto democratico dell’Europa continentale) connaturati ad un sistema di reclutamento della magistratura di tipo burocratico, un sistema cioè in cui i magistrati vengono reclutati per concorso tra i giovani laureati senza precedenti esperienze professionali e rimangono in servizio per 40/45 anni.  Servono in primo luogo a verificare che i giovani magistrati, nel periodo immediatamente successivo ad un concorso volto solo ad accertare conoscenze teoriche, abbiano acquisito la competenza professionale necessaria per svolgere le funzioni cui saranno inizialmente destinati.  Successivamente servono, nel corso della loro lunga permanenza in servizio, a stimolare l’affinamento ed accrescimento delle capacità professionali ed a scegliere coloro che sono maggiormente qualificati per ricoprire i posti che si rendono vacanti ai livelli superiori della giurisdizione.  Servono infine, cosa questa non meno importante, ad assicurare che i magistrati mantengano le loro capacità professionali nel lungo corso della loro carriera e fino al collocamento a riposo obbligatorio, fissato ora a 72 anni.  Il venir meno di fatto nel nostro Paese di queste garanzie, pur previste dalla Costituzione e dalla legge, ha generato non solo un pluralità di disfunzioni, su cui non mi soffermerò in questa sede, ma anche una forte attenuazione della protezione di valori che sono di grande rilievo per la giurisdizione in un paese democratico.  Da una canto quella di fornire adeguate garanzie ai cittadini sulle qualificazioni professionali dei loro giudici e pubblici ministeri e dall’altro quello di potenziare le stesse garanzie di indipendenza, poiché è ben noto che una elevata professionalità rende i giudici meno permeabili ad influenze e suggestioni esterne.

Negli altri paesi a consolidata democrazia che hanno un sistema di reclutamento simile al nostro (Germania, Francia, Austria, Olanda, ecc) le valutazioni di professionalità legate alla carriera sono ancora pienamente operanti, e anche per questa via si ha cura di proteggere quei fondamentali valori che sono di su porto alla legittimazione stessa della funzione giudiziaria ed alla sua indipendenza.  Da noi no.  Da più di 30 anni le valutazione della professionalità collegate alla carriera non vengono, nella sostanza, più effettuate né dai consigli giudiziari né dal CSM.  Tutti i magistrati, salvo i casi di grave e visibile demerito, collegato in genere a gravi sanzioni o procedimenti disciplinari o procedimenti penali, vengono promossi sulla base del mero decorrere dell’anzianità di servizio.  Si è giunti a promuove per meriti giudiziari persino magistrati che non esercitavano funzioni giudiziarie da più di 20 anni (sulle perverse implicazioni di questo aspetto tornerò più innanzi).  E’ un orientamento che va al di là del più spinto lassismo per divenire puro e semplice rifiuto di ottemperare ai comandi della Costituzione e delle leggi ordinarie in materia.  I miei dati di ricerca su come si sono verificate le valutazioni di professionalità ai fini delle promozioni negli ultimi 50 anni sono inequivocabili a riguardo così come sono inequivocabili, lo aggiungo a scanso di equivoci, nel segnalare le disfunzioni che si collegavano al sistema di valutazioni della professionalità dei magistrati in vigore fino agli inizi degli anni ’60.

Mi preme sottolineare che non ho per nulla esagerato quando ho affermato che in materia di valutazione della professionalità ai fini delle promozioni il CSM ha trasgredito nel più plateale dei modi il volere della Costituzione e della legge.  Ho qui una tabella con i dati relativi a due diversi periodi che ben evidenziano tale fenomeno e che riguardano, rispettivamente, 4.034 e 3939 valutazioni di professionalità.  Nel primo dei due periodi le valutazioni negative forono lo 0,4% (15 su 4.034 valutazioni) nel secondo dei periodi considerati furono lo 0.9% (37 su 3939).  In tutti e due i periodi sono stati bocciati solo magistrati che avevano gravissimi procedimenti disciplinari o penali.  Con riferimento a questi dati va aggiunto che di regola la bocciatura non preclude il pieno svolgimento della carriera fino ai suoi massimi vertici ma solo ritardi che generalmente non superano i due anni (fanno ovviamente eccezione i casi in cui a seguito di procedimento disciplinare o penale i magistrati in questione si sono dimessi o sono stati dispensati dal servizio).

Chi come me da ormai 30 anni evidenzia, sulla base di dati analitici ed inconfutabili, le disfunzioni derivanti dall’assenza di valutazioni della professionalità ed il venir meno di quei fondamentali valori che con quelle valutazioni si dovrebbero tutelare si è per lungo tempo sentito accusare dalla magistratura organizzata di non avere a cuore proprio quei valori che nel pubblicare e commentare quei dati avrebbe voluto veder ripristinati.  Una accusa, sia ben chiaro, rivolta non solo a me ma anche a quei magistrati che sulla base della loro esperienza esprimevano le mie stesse preoccupazioni.  Giovanni Falcone nel corso di una conferenza tenuta a Milano il 5 novembre 1988 ebbe a dire  “occorre rendersi conto, infatti che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura rischia di essere gravemente compromessa se l’azione dei giudici non è assicurata da una robusta e responsabile professionalità al servizio del cittadino.  Ora, certi automatismi di carriera e la pretesa inconfessata di considerare il magistrato -solo perché ha vinto un concorso di ammissione in carriera- come idoneo a svolgere qualsiasi funzione (una specie di superuomo infallibile ed incensurabile) sono causa  non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura.  La inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il CSM ed i consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento dei magistrati verso il basso”.  A causa di queste affermazioni fu chiesta nei suoi confronti una mozione di censura nel corso di una riunione del Comitato direttivo centrale dell’ANM.  Si può a riguardo vedere il Bollettino della Magistratura, n. 4, ottobre-dicembre 1988: la mozione di censura è riportata a p. 22.  La censura non fu allora erogata perché non era prevista dallo statuto dell’ANM, ma questa ed altre manifestazioni di indipendenza rispetto all’ideologia ordinamentale della magistratura organizzata gli furono fatte comunque pagare a caro prezzo proprio dal CSM allorquando questo organo fu chiamato a decidere sulle richieste di Falcone per ottenere funzioni per le quali nessuno più di lui era più qualificato:  quella di capo dell’ufficio istruzione di Palermo, prima, e quella di procuratore nazionale antimafia poi.

Negli ultimi anni gli orientamenti della magistratura associata sembrano, soprattutto a partire dal Congresso dell’ANMI del 1996, aver finalmente compreso che l’assenza di garanzie sulla professionalità di giudici e pubblici ministeri è indifendibile.  In quell’occasione alcuni tra i più noti rappresentanti dell’ANMI, compresi quelli che erano stati, o che sarebbero successivamente divenuti componenti del CSM, si affannarono a sostenere l’esigenza di reintrodurre seri vagli di professionalità e a riconoscere che l’elevata professionalità dei magistrati è essa stessa garanzia di indipendenza.  Tanto che nella mozione finale si afferma  che le “periodiche e serie verifiche dell’operosità e delle capacità tecniche dei singoli magistrati” debbono essere considerate “un presupposto per la piena accettazione e difesa da parte della collettività dell’indipendenza del giudice e un contributo per invertire la caduta di credibilità della giurisdizione” (“La Magistratura”, Bollettino, n.1-2, gennaio-marzo/aprile-giugno 1996).

Nonostante queste rigorose prese di posizione, nei sei anni che sono trascorsi da allora nulla è cambiato nelle decisioni che il CSM assume in materia di valutazioni di professionalità, tanto che la carriera seguita ad essere “automatica”, cioè di regola determinata sulla sola base dell’anzianità di servizio.  L’unico modestissimo cambiamento ravvisabile dall’analisi dei dati è che il CSM ha modificato l’orientamento presente negli anni ’70 ed ’80 secondo cui nelle valutazioni ai fini delle promozioni non si doveva tener conto delle condanne disciplinari e dei fatti che le avevano determinate perché altrimenti si sarebbe erogata una doppia sanzione.  Ci sembra che questo dimostri come non bastino i buoni propositi e la comprensione delle disfunzioni, neppure se provengono proprio da coloro che erano allora e sarebbero stati nel futuro protagonisti delle decisioni in materia di professionalità quali rappresentanti delle varie correnti associative in seno al CSM.  Non bastano perché non sono sufficienti a cambiare i condizionamenti che gravano su un Consiglio che è composto in assoluta maggioranza di magistrati eletti dai colleghi con un leggi elettorali che sin dal 1968 sembrano studiate apposta per rendere cogenti le aspettative corporative di carriera di tutti i magistrati ed il loro rifiuto a subire valutazioni di professionalità.  Il fatto stesso che le delibere relative alle promozioni vengano relegate negli c. d. ordini del giorno speciali per essere approvate in blocco dal Plenum è di per sé una chiara indicazione del poco rilievo che si attribuisce a queste delibere ed ai valori che esse sono intese a tutelare.

Per queste ragioni da ora in poi io mi asterrò nelle votazioni relative alle promozioni.  Mi asterrò perché così come vengono fatte non sono affidabili.  Proprio per questo non posso neppure votare contro -salvo i casi di cui dirò più innanzi- perché rischierei di esprimere valutazioni negative anche sui molti magistrati che pienamente meritano valutazioni positive e che sono tanto più meritevoli perché si impegnano nel lavoro e nell’affinare le loro capacità tecnico-professionali nonostante l’assenza di efficaci stimoli organizzativi che li spingano a farlo.

Formulo inoltre l’auspicio che questo CSM voglia avviare una riflessione che lo conduca ad individuare le modalità con cui assicurare che le valutazioni del merito professionale dei magistrati ai fini delle promozioni siano per il futuro reali e non fittizie.  Chiedo infine che da ora in poi tutte le delibere relative alle promozioni siano deliberate una per una in Plenum.  Certo i lavori del Plenum dureranno un po’ più a lungo, ma le votazioni su ogni singola valutazione servirà ad impedire che il problema da me sollevato rientri nell’oblio delle delibere adottate routinariamente in commissione.  Servirà inoltre, lo spero, a ricordarci l’esigenza di trovare una soluzione valida alle valutazioni della professionalità di giudici e pubblici ministeri proprio perché i valori in gioco riguardano aspetti nevralgici del funzionamento della giustizia, della sua legittimazione e della stessa indipendenza della magistratura.

Dianzi ho detto che in alcuni casi voterò contro le proposte di promozione.  Lo farò quando si tratterà di promozioni che riguardano magistrati parlamentari di qualsiasi raggruppamento politico essi siano.  Lo farò perché quelle promozioni contravvengono ad una specifica norma costituzionale, il secondo comma dell’art. 98 della costituzione nel quale si afferma che i pubblici impiegati  “se sono membri del Parlamento non possono conseguire promozioni se non per anzianità”.  Leggendo i lavori della Costituente nulla si trova che indichi come questa norma non si applichi ai magistrati.  Al contrario.  Per valutare la portata applicativa di questa norma, che aveva tra i suoi più accesi sostenitori anche Calamandrei, alcuni membri della Costituente vollero sapere quanti fossero i loro colleghi “pubblici dipendenti”.  Dalla discussione si apprende che nella lista erano stati inclusi anche 3 magistrati ordinari, e nessuno obiettò sostenendo che non fossero pubblici impiegati.  Lo stesso CSM ha ritenuto, sino al 1970, che quella norma costituzionale si applicasse anche ai magistrati.  Fu in quell’anno che il CSM cambiò orientamento, o se si vuole modificò il volere del costituente affermando che i magistrati non sono “pubblici dipendenti” e che quindi possono essere promossi per merito anche se parlamentari.  L’assurdità di questa interpretazione, e lo stridente contrasto col disposto dell’art. 98, risultò sin dall’inizio evidente quando furono subitaneamente promossi “per meriti giudiziari”, percorrendo retroattivamente l’intera carriera giudiziaria da magistrato di tribunale sino a magistrato di cassazione con funzioni direttive superiori, persino magistrati che avevano svolto funzioni giudiziarie in età giovanile, solo per pochissimo tempo e che non le svolgevano più da oltre 25 anni: mi riferisco a Scalfaro e Bucciarelli Ducci (in Parlamento, rispettivamente, dal 1946 e dal 1948).  A quel tempo io ero consulente del CSM con l’incarico di occuparmi di quello che allora era l’ufficio organizzativo.  Ricordo che l’argomento più convincente che mi fu dato per spiegare le modificazioni che con quell’interpretazione del CSM si apportavano alla nostra Costituzione fu che non si poteva “ignorare il grido di dolore dei magistrati parlamentari che tanto si erano prodigati per fare approvare le nuove legge sulle promozioni”(tra questi vi erano anche Martuscelli e Valiante che era stato relatore alla Camera dei Deputati per la c. d. legge Breganze).  Mi fermo qui per quanto riguarda i miei futuri orientamenti nell’esprimere il voto sulle valutazioni dei magistrati ai fini delle promozioni, anche se le conseguenze disfunzionali conseguenti ai consolidati orientamenti del CSM in materia sono molteplici.  Su alcuni di essi tornerò nell’esprimere i miei orientamenti in materia di attività extragiudiziarie dei magistrati, cioè l’altro tipo di delibere su cui ho chiesto che si discuta in Plenum.

Le donne magistrato non fanno più paura

10 marzo 2000 Commenti chiusi

Il Messaggero, 10 marzo 2000

L’altro ieri, festa della donna, molti quotidiani hanno pubblicato articoli sulla condizione femminile in Italia ed in altri Paesi.  Drammatiche le testimonianze su alcuni Paesi (come quella di Kofi Annan su Il Messaggero).  Discordanti quelle relative all’Italia: da quelle i cui ci si compiace per l’ormai raggiunta parità tra donna e uomo a quelle in cui si ricordano le difficoltà che ancora oggi le donne incontrano nel mondo del lavoro.  Personalmente ritengo che vi sia ancora parecchia strada da percorrere per raggiungere quella parità.  Ciò che comunque contraddistingue l’attuale dibattito, e fa ben sperare per il futuro, è che nessuno nel nostro Paese si permetta più di teorizzare, almeno apertamente, sulla presunta superiorità dell’uomo.  Di qui anche la tendenza a rappresentare la situazione “retrograda” di altri paesi con un misto di meraviglia, incredulità e sdegno per i pregiudizi antifemministi che altrove prevalgono.  Per questo, a mio avviso, vale la pena di ricordare quanto radicati, spudoratamente espliciti e –se visti con gli occhi di oggi- assolutamente ridicoli fossero anche da noi i pregiudizi nei confronti delle donne non molti anni orsono.  Farò l’esempio delle donne in magistratura perché è questo è il settore del pubblico impiego e delle professioni in cui l’ingresso delle donne è stato più a lungo contrastato:  le prime donne entrarono in magistratura solo nel 1965, ben 17 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione che pur sancisce all’art. 51 l’eguale accesso ai pubblici uffici per uomini e donne.  Numerosi furono nel frattempo gli scritti in cui si rendevano esplicite le “ragioni” dell’esclusione.  E’ interessante citarne alcuni per comprendere il clima culturale di quell’epoca. 

In un articolo a firma “Prof. Avv. Orfeo Cecchi, dell’Università di Milano” apparso nell’agosto 1948,  si legge, tra l’altro: “…alla donna che si discosta dalle soavi funzioni dell’amore e della maternità abbiamo il sacrosanto dovere di dire tutta la verità senza stupidi riguardi e senza goffe o masochistiche ipocrisie.  La donna è a uno stadio intermedio tra il bambino e l’uomo, come si rileva anche dalla fisionomia, dalla mancanza di peli sul viso, dal tono della voce, dalla debolezza organica e dalla psicologia a base istintiva, sentimentale e spesso capricciosa….Ha, soprattutto quando è giovane, scarsissimi scrupoli e freni morali.  Ha spiccatissime attitudini per l’intrigo, per la simulazione, per il mendacio e per lo spionaggio…E’ tremenda nell’odio e nella vendetta. E tutto giudica dal lato sessuale….Orbene, è a un essere simile, dominato e sopraffatto della simpatia o antipatia sessuale, che si vuole affidare….anche le difficilissime e delicate funzioni di magistrato?”. 

Tralascio ulteriori citazioni da questo ed altri scritti che apparvero in quegli anni in cui si segnalano le disastrose conseguenze che avrebbero potuto derivare da giudizi emessi dalle donne giudice nel periodo mestruale o in caso di parti prematuri nel corso dell’udienza.

Negli anni immediatamente successivi ai lavori della costituente il problema della donna in magistratura non attrasse più l’attenzione dei detrattori.  Riemerse intorno al 1956 poiché una legge di quell’anno consentì una presenza minoritaria di donne, in qualità di giurati, nei collegi giudicanti delle Corti di assise.  Un accorato appello contro l’ammissione della donna alle funzioni giudiziarie appare subito

in un libro del 1957, edito da Giuffreè, del Prof. Eutimio Ranelletti, che reca il titolo: “La donna-giudice, ovverosia la Grazia contro la Giustizia”.  Tra le moltissime cause che –secondo l’autore- si oppongono all’impiego delle donne in una funzione, quella giudiziaria che richiede “intelligenza, serenità, equilibrio” vi è il fatto che in generale la donna “..è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica…e quindi inadatta a valutare obiettivamente, serenamente, saggiamente , nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti”  La sua inferiorità rispetto all’uomo era a suo dire ben conosciuta dai professori universitari in quanto “la donna studentessa della Facoltà di Giurisprudenza ripete quasi sempre a memoria, incapace di penetrare l’essenza della norma, o dell’istituto giuridico su cui è interrogata”.  Ci si può domandare se questi giudizi sulla donna –e molti altri che qui non riportiamo- fossero frutto di isolata bizzarria, che non destarono reazioni indignate solo perchè ritenuti espressione di voci isolate e devianti, oppure se invece non esprimessero, in forma più radicale ed estrema, orientamenti e pregiudizi che erano invece nella sostanza largamente diffusi e condivisi, quantomeno nell’ambiente dei giuristi e degli operatori del diritto.  La seconda ipotesi è più realistica, anche se ci si limita a considerare gli orientamenti che tra il 1946 ed il 1963 si manifestano, per così dire, sia al livello legislativo che giurisprudenziale. 

Nel corso dei lavori della Costituente, infatti, l’ipotesi dell’ingresso della donna in magistratura fu esplicitamente preso in considerazione, ma venne respinta.  Non raccolse consensi neppure una proposta di Piero Calamandrei, del dicembre 1946, che si limitava a prevedere in Costituzione che l’accesso della donna alla carriera di magistrato avrebbe potuto essere consentita successivamente dalla legge sull’Ordinamento giudiziario.  Persino un liberale come l’On. Bozzi, assente dalla seduta in cui era stata bocciata la proposta di Calamandrei, alla successiva riunione del’11 gennaio l947 volle che fosse messo a verbale che se fosse stato presente avrebbe anche lui votato contro l’ammissione della donna in magistratura.  Tracce molto visibili dei pregiudizi nei confronti delle donne e dell’avversione al loro ingresso nel settore giudiziario appaiono inoltre, nel corso degli anni ’50, nelle motivazioni delle sentenze dei nostri massimi organi giurisdizionali, e cioè della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato e della stessa Corte Costituzionale. 

Da allora la situazione è certamente molto cambiata.  Tra i vincitori dei concorsi in magistratura le donne sono spesso più numerose degli uomini e non sono certamente seconde nelle votazioni che ottengono.  Sembra inoltre che i loro comportamenti siano di regola più consoni all’esercizio delle funzioni giudiziarie di quelli degli uomini dato che il numero dei procedimenti disciplinari nei confronti delle donne sono percentualmente di gran lunga inferiori a quelli che riguardano i magistrati uomo.  Ciononostante le donne sono di fatto sottorappresentate nell’ambito dei maggiori incarichi direttivi.  Ciò non sembra essere dovuto a pratiche discriminatorie da parte del CSM e quindi le ragioni vanno ricercate altrove.  Ciò che risulta evidente, tuttavia, è che nonostante la piena parità in questo settore non è ancora stata raggiunta.