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Ricordo dell’Avvocato Agostino Viviani

9 febbraio 2011 Commenti chiusi

Pronunziato da Giuseppe Di Federico il 21 settembre 2009 in occasione della “Tavola rotonda in memoria di Agostino Viviani” organizzata a Milano su iniziativa del Circolo De Amicis e della Federazione Italiana Associazioni Partigian [1]. 

Quando l’Avvocato Mario Viviani mi ha proposto di venire qui a ricordare l’amico Agostino Viviani, a ricordare  l’importanza del Suo impegno nel promuovere un processo penale ed un ordinamento giudiziario degni di una democrazia io, per l’affetto, l’amicizia e l’ammirazione che nutrivo e nutro per Agostino ho detto subito di sì.  L’ho fatto con entusiasmo, un entusiasmo pieno di gratitudine perchè mi veniva data l’occasione di parlare di Lui insieme ad altri che Lo hanno conosciuto e stimato.  Di persone che più di me hanno avuto la fortuna di frequentarLo e da cui avrei potuto apprendere cose che avrebbero arricchito il ricordo che ho di Lui.  Quando mi sono accinto a considerare quanto avrei potuto e dovuto dire mi sono reso conto di quanto difficile fosse il compito ed alto il rischio di essere inadeguato a svolgerlo.   Ho riletto i libri da Lui Scritti a partire dalla metà degli anni 1980, ho riletto i documenti e gli esposti che mi ha inviato e nei quali denunziava il malfunzionamento della giustizia penale, la mortificazione dei diritti della difesa, documentandoli puntigliosamente con riferimento a numerosi, specifici comportamenti processuali di ben individuati pubblici ministeri e giudici.  Esposti che seguitava ad inviare nella speranza, sempre delusa  ma mai persa, di venire ascoltato dalle istituzioni che avrebbero dovuto porvi rimedio, che avrebbero potuto censurare disciplinarmente le violazioni dei diritti civili compiute da pubblici ministeri (PM) e giudici nell’ambito del processo penale. Ho anche riascoltato con emozione dalla Sua viva voce gli interventi resi disponibili da Radio Radicale.  Più mi documentavo e più difficile diveniva il compito.  Come rappresentare una attività processuale tanto intensa, il Suo impegno riformatore vissuto con costante passione, la Sua prorompente oratoria piena di efficace arguzia e di ironia (spesso amara), la sua capacità di essere (cosa faticosissima) il puntuale cronista delle Sue stesse esperienze processuali? 

Della Sua esperienza parlamentare anche come presidente della commissione giustizia del Senato vi parlerà l’amico Mellini.  Io partirò da alcune considerazioni su un Suo libro pubblicato nel 1988, che Lui mi regalò con dedica nel gennaio 1992. “La degenerazione del Processo Penale in Italia”. Un libro che avevo già letto ma che apprezzai per il significato che a quel dono Lui aveva voluto dare.

Quel libro è stato importante per varie ragioni.  Mi limito ad indicarne tre.  In primo luogo perché evidenzia deviazioni del processo penale che lungi dal ridursi si svilupperanno e diffonderanno in modo ancor più evidente e grave nel periodo successivo all’entrata in vigore, nel 1989, del “nuovo” codice di procedura penale;  in secondo luogo perché collega lo sviluppo di tali deviazioni a disfunzioni ordinamentali; in terzo luogo perché ha originato una collaborazione tra Lui e me nel tentativo di ottenere che alcuni comportamenti segnalati in quel libro fossero in qualche modo censurati dal CSM.

In quel libro (così come ha sempre fatto nei Suoi esposti e nei Suoi numerosi interventi a convegni) Egli elenca e commenta -con puntuali, meticolose citazioni tratte da atti processuali- le principali disfunzioni del nostro processo penale.  In particolare di quelle che più direttamente violano la protezione dei diritti umani  nell’ambito delle indagini e del processo:  gli stratagemmi utilizzati dai PM per prolungare le indagini oltre i limiti consentiti dalla legge, l’uso distorto della carcerazione preventiva come mezzo per estorcere informazioni o confessioni utili a sostenere le tesi accusatorie, le modalità illegittime con cui in sede dibattimentale venivano condotti gli interrogatori, interrogatori in cui le domande capziose e suggestive formulate dai PM con toni aggressivi ed insistenti contenevano esse stesse le risposte da loro volute, domande che richiedevano perentoriamente da parte degli imputati dei sofferti “sì”.  E ancora: l’arroganza con cui i PM zittivano ed offendevano i difensori in sede dibattimentale con il compiacente avvallo dei loro colleghi giudici.  Offese che Viviani stesso aveva ricevuto ripetutamente  e che Lo facevano persino dubitare se non fosse svantaggioso per i Suoi clienti indispettire i magistrati con la Sua ostinata pretesa di richiamarli al rispetto delle regole processuali.   Forte è il collegamento che Agostino fa tra la legislazione di emergenza per combattere il terrorismo, la legislazione premiale e la “gestione dei pentiti” da un canto e lo sviluppo di quelle pericolose prassi processuali dall’altro.  In somma si ha in quel libro ed in altri scritti l’individuazione sistematica di quelle prassi che poi si diffonderanno ulteriormente nel periodo successivo e che porteranno a quella vera e propria mattanza dei diritti civili nell’abito processuale costituita dal periodo di “mani pulite”.  Si tratta di prassi diffuse allora  e che permangono nel tempo, come evidenziato dalle nostre interviste a tre campioni di 1000 avvocati penalisti condotte rispettivamente nel 1992, nel 1995 e nel 2000, interviste illustrate e commentate nel libro “Processo penale e diritti della difesa” pubblicato nel 2002.   Aggiungo che Agostino stesso aveva previsto che quelle prassi si sarebbero radicate nell’ambito del nuovo processo penale  nel Suo libro “Il nuovo codice di procedura penale: una riforma tradita”.  Significativa la citazione dal libro “Il Gattopardo” che fa nella Sua introduzione “Se vogliamo che tutto rimanda com’è bisogna che tutto cambi.  Mi sono spiegato?”. Nel Suo libro sul nuovo codice scritto nell’1989, prima ancora di vedere la sua concreta applicazione, la semplice lettura del testo della riforma fatta da Agostino alla luce della Sua lunghissima esperienza professionale, Lo portava a sconsolate quanto profetiche previsioni.  Di particolare rilievo quelle sul ruolo ancor più dominante che avrebbe assunto il PM, incontrollato poliziotto nella fase delle indagini, con poteri investigativi senza limiti di spesa (tanto paga Pantalone, come Lui dice), con un compiacente collega (il giudice delle indagini preliminari) a controllo della legittimità delle sue iniziative e richieste.  Senza responsabilità alcuna per le sue scelte di indagine, senza nessun controllo sul loro costo rispetto ai risultati conseguiti anche quando risulta che le rilevanti spese sostenute nel corso delle indagini si sono rivelate prive di risultati e del tutto ingiustificate.  Senza nessuna responsabilità anche quando risulta che cittadini innocenti hanno subito le drammatiche conseguenze di una ingiustificata gogna giudiziaria  prolungata nel tempo.  In ogni caso il  PM può sempre affermare che in presenza di eventi che gli facevano ritenere  che un crimine potesse essere stato commesso egli non poteva che compiere gli atti compiuti perchè ad essi obbligato dal principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale.  Un principio che trasforma tutte le scelte discrezionali che il PM compie in atti dovuti.   L’assegnazione al PM del pieno controllo delle attività di polizia giudiziaria operata dal nuovo codice in buona sostanza fa del PM un poliziotto indipendente che in nessun modo può essere chiamato a rispondere delle scelte che compie in sede di indagini.  Né si può dire che chi compie le indagini di polizia sia meno poliziotto perchè si chiama PM, a meno che non si voglia accettare l’idea, coltivata dalla corporazione dei magistrati, che la differenza dipenda dal fatto che il PM avrebbe la così detta “cultura della giurisdizione” mentre il poliziotto no (ma sulla natura di questa cultura torneremo più in là). 

E’ proprio l’assenza di efficaci strumenti per la responsabilizzazione dei magistrati che ricorrentemente sollecita le riflessioni di Agostino.  Di qui l’impegno che Lui dedicò all’iniziativa referendaria radicale sulla responsabilità civile dei magistrati  (alcuni dei Suoi interventi dell’epoca possono essere facilmente ascoltati perché messi sul sito web di Radio Radicale dopo la Sua scomparsa).  Di lì le Sue continue denunzie sulla inefficacia del sistema di giustizia disciplinare posto nelle mani del CSM.

E qui vengo ad un episodio specifico quanto esemplare inutilmente sollevato da Agostino prima e durante la Sua presenza al CSM, e ripreso anche da me anni dopo, senza risultati, nel corso della mia stessa esperienza consiliare.   Tutto inizia col casuale ritrovamento, tra le carte di un processo, di una lettera  scritta al presidente di un grande tribunale da una presidente del tribunale del riesame (il così detto tribunale della libertà).   Una lettera che Agostino volle pubblicare nell’appendice del Suo libro “La degenerazione del processo penale in Italia” e che a me diede in fotocopia.  Da quella lettera si evince:

a) che a seguito di una delibera del tribunale del riesame (c.d. “tribunale della libertà”) che rimetteva in libertà un imputato in detenzione preventiva, un PM, invece di attendere le motivazioni della decisione ed eventualmente impugnarla, ritenne più efficace esprimere subito, come si dice nella lettera, le sue “aspre critiche” con una “violenta aggressione verbale” nei confronti del presidente del collegio giudicante che non aveva obbedito alle sue richieste di mantenere in carcere l’imputato  (una riflessione: mi sembra non dovrebbero esservi dubbi che si tratti di un grave atto di intimidazione nei confronti di un giudice ed un plateale attentato alla sua indipendenza; o no?  Nei paesi ove vige l’istituto del contempt of court per molto meno si finisce in galera);

b) il PM non è però soddisfatto delle “aspre critiche” e della “violenta aggressione verbale” nei confronti del giudice, si rivolge quindi al Presidente del tribunale perché intervenga.  E che fa il presidente del tribunale? Invece di denunziare ai titolari dell’azione disciplinare l’aggressione verbale subita dal giudice e l’attentato alla sua indipendenza, pensa bene di convocare il giudice per avere spiegazioni (dopotutto perché litigare tra colleghi? Si tratta solo della libertà di un cittadino); 

c) a seguito di questi eventi la presidente del tribunale della libertà,  nella lettera dichiara di trovarsi in “uno stato di grave disagio” perché a giorni avrebbe dovuto presiedere di nuovo il tribunale della libertà per giudicare un imputato con identiche imputazioni di quello per la cui liberazione era stata aggredita e avendo in udienza, ancora lo stesso PM.  Chiede quindi al presidente del tribunale di essere sostituita perché, come lei stessa scrive, la prospettiva che si potesse “riproporre la sgradevole situazione  già verificatasi” la privava “della serenità necessaria per decidere”.  Che fa il presidente del tribunale?  Invece di chiedere la sostituzione del PM di udienza  accoglie la richiesta del giudice e la sostituisce con altro magistrato.  Nel suo libro Agostino ci informa che cambiato così il giudice nel secondo caso, cambiò anche la giurisprudenza, e l’imputato rimase in carcere.  L’intimidazione del PM, con la collaborazione del presidente del tribunale, aveva quindi prodotto i suoi effetti.

          Venuti a conoscenza dei fatti dianzi descritti subito dopo il loro verificarsi, né il CSM né i titolari dell’azione disciplinare ritennero che sussistessero gli estremi per una iniziativa disciplinare né nei confronti del PM né nei confronti del presidente del tribunale. Nella sostanza hanno ritenuto che i loro comportamenti fossero pienamente legittimi e del tutto conformi all’etica giudiziaria (in versione nostrana). 

Successivamente il CSM non ha neppure ritenuto che quell’episodio fosse rilevante ai fini della valutazione della professionalità  per la promozione di quel PM a magistrato di cassazione, nel 1995.  Agostino, allora consigliere al CSM, riteneva giusto che se ne dovesse tener conto ma nessuno lo ascoltò.  Né ebbi più fortuna io nel dicembre 2002 in occasione della nomina di quello stesso magistrato a procuratore aggiunto di una grande procura.  Per aver richiesto che di quell’episodio si tenesse conto nella valutazione della professionalità di quel magistrato, così come era già capitato ad Agostino, fui “verbalmente aggredito” dai consiglieri magistrati e trattato come chi abbia commesso un reato di lesa maestà.  La mia iniziativa, così come quella di Agostino sette anni prima, servì solo a sottolineare come quei comportamenti siano del tutto legittimi nel nostro processo penale, come possano essere impunemente compiuti e come vengano addirittura premiati.  Il CSM ha cioè indicato  con estrema chiarezza ai magistrati tutti che quei comportamenti non solo sono pienamente legittimi ma che meritano anche di essere premiati al momento delle valutazioni professionali

Nel 2002, intervenendo ad un dibattito riportato da Radio Radicale, Agostino sostenne che per riequilibrare i rapporti tra accusa e difesa fosse necessaria un riforma che dividesse il corpo dei giudici da quello dei PM.  Gli fu obiettato, è una tesi ricorrente, che in tal caso diminuirebbero le garanzie processuali per il cittadino in quanto un PM distaccato dal giudice perderebbe la “cultura della giurisdizione”.      Ripensando al contenuto di quella lettera non oso immaginare che cosa avrebbe fatto quel PM al presidente del tribunale della libertà  se non fosse stato trattenuto dalla sua “cultura della giurisdizione”.

Le cose che ho sin qui detto per ricordare Agostino Viviani  sono certamente  inadeguate a rappresentare la Sua opera ed i valori di giustizia e libertà che senza cedimenti Lo hanno accompagnato in tutta la Sua attività professionale e pubblica.  Non ho parlato della Sua umanità, della Sua capacità di dimostrare e far sentire la sua amicizia. Non ho parlato di quella rara virtù di non farsi mai percepire come un nemico, neppure nelle occasioni di più aspro contrasto.   Sono cose che non saprei rappresentare ma che sono ben presenti in me e parte di quell’inestimabile patrimonio che mi ha lasciato, che credo abbia lasciato a tutti noi.


[1] Questo testo è in corso di stampa unitamente agli altri interventi pronunziati nel corso della tavola rotonda.